mobbing

Il vademecum del Consiglio di Stato in tema di Mobbing nel pubblico impiego

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4509 2016, indica le linee guida in tema di mobbing nel pubblico impiego.

 

Il caso in esame nasce dalla richiesta, da parte di un membro della Polizia Penitenziaria, di risarcimento danno professionale patito per effetto della condotta vessatoria dell’Amministrazione (cd. Mobbing).

Il T.A.R. adito respinse il ricorso, ritenendo i diversi episodi contestati, non espressivi di un disegno unitariamente persecutorio e discriminante.

Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 4509/16 (scaricabile qui annotata nei suoi passaggi chiave: consiglio-di-stato-4509-16) conferma quanto deciso dal Tar rigettando l’appello del ricorrente.

Le motivazioni della Corte rappresentano un vero e proprio vademecum da seguire in caso di mobbing.

Il mobbing, nel rapporto di impiego pubblico, si sostanzia in una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, “complessa, continuata e protratta nel tempo”, tenuta nei confronti del dipendente nell’ambiente di lavoro, che si manifesta con “comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del medesimo dipendente, tale da provocare un effetto lesivo della sua salute psicofisica”.

Alla luce di tale esauriente definizione del fenomeno, per configurare la condotta lesiva da mobbing sarà necessario accertare la presenza di una pluralità di elementi costitutivi, ed in particolare si dovrà dare prova:

  • dalla molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio
  • dall’evento lesivo della salute psicofisica del dipendente
  • dal nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell’integrità psicofisica del lavoratore
  • dalla prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio unificante i singoli fatti lesivi, che rappresenta elemento costitutivo della fattispecie

Elemento determinante è, quindi, individuato dalla Corte nell’accertamento delle specifiche finalità persecutorie o discriminatorie in quanto, è proprio l’elemento soggettivo finalistico a consentire si cogliere in uno o più provvedimenti e comportamenti quel disegno unitario teso alla dequalificazione, svalutazione o emarginazione del lavoratore pubblico dal contesto organizzativo nel quale è inserito che è imprescindibile ai fini della configurazione del mobbing.

Per la Corte, dunque, un singolo atto illegittimo o anche più atti illegittimi di gestione del rapporto in danno del lavoratore, non sono, si per sé soli, sintomatici della presenza di un comportamento mobbizzante, in quanto, onere principale in capo all’attore consiste nel provare l’esistenza di un intento persecutorio, unificante i singoli eventi.