Usura sopravvenuta: ordinanza di rimessione alle SSUU n. 2484/2017

L’efficacia temporale della normativa antiusura, introdotta con la Legge 108/1996, in riferimento ai contratti di finanziamento sorti in epoca anteriore all’entrata in vigore della summenzionata disciplina, è l’oggetto su cui ha posto l’attenzione la recentissima ord-rimessione2484-2017, di rimessione al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite.

La vicenda processuale inizia con una domanda di ripetizione dell’indebito avanzata nei confronti di un Istituto di credito, per l’applicazione di tassi usurari, perché superiori rispetto ai limiti fissati dalle normative ministeriali di riferimento, ad un contratto di mutuo fondiario stipulato nel 1990, in epoca anteriore, cioè, all’attuale e vigente Legge 108/1996 che ha instaurato un regime sanzionatorio penale e civile, per le fattispecie di usura.

L’attenzione della Suprema Corte si sofferma, in via del tutto preliminare, sulla disciplina dei mutui fondiari, differenti dai mutui ipotecari e dai generali contratti di finanziamento, sia per definizione e funzione, che per regolamentazione. Infatti, prendendo spunto dalla sentenza di primo grado emessa dal Tribunale originariamente adito, gli ermellini tracciano delle linee guida circa l’inquadramento dogmatico di queste fattispecie negoziali, per le quali non sarebbe applicabile il regime ordinario in materia di interessi, per addivenire ad una soluzione sull’efficacia temporale della normativa in oggetto.

In primo grado, infatti, parte attrice otteneva una pronuncia favorevole, ribaltata in Corte di Appello, con condanna alla ripetizione dell’indebito della Banca, nella cui parte motiva si escludeva la natura di contratto di mutuo fondiario e si ammetteva l’applicabilità della disciplina del 1996, nonostante si trattasse di stipula anteriore a tale data.

Il contratto di mutuo fondiario rappresenta una particolare fattispecie negoziale con funzione di credito, ragion per cui si ritiene estraneo alle regole vigenti in tema di interessi legali, stante l’operatività di tassi agevolati derivanti da una disciplina speciale derogatoria di quella generale applicabile a tutti i contratti di finanziamento.

Il contratto de quo, infatti, ha ad oggetto un finanziamento medio o lungo termine garantito da ipoteca immobiliare di primo grado concesso da un istituto di credito espressamente autorizzato in favore di un soggetto, allo scopo di consentire la costruzione o la ristrutturazione di un fabbricato, entro una determinata percentuale rispetto al valore dell’immobile (oggi pari all’80% dell’intero valore) e per un periodo non superiore a trent’anni.

Secondo la disciplina vigente si tratterebbe di un mutuo agevolato, per il quale operano interessi passivi e piani di ammortamento vantaggiosi, nonché spese notarili ridotte, collegati alla costituzione di un’ipoteca di primo grado a garanzia dell’adempimento del debitore.  Anteriormente al 1976, il finanziamento era correlato all’acquisto di obbligazioni attraverso il sistema delle cartelle fondiarie a reddito fisso: in pratica, parallelamente al prestito, vi era l’emissione di cartelle fondiarie che consentivano la raccolta di capitale necessario a fornire credito. Tale sistema consentiva alla banca di ottenere dal mutuatario gli interessi passivi sul mutuo, con cui poteva far fronte all’importo di interessi passivi dovuti ai portatori di tali titoli.

Tale disciplina è stata novellata, nel 1976 con il D. p.r. 7, che ha sostituito il sistema delle cartelle fondiarie con le obbligazioni di credito fondiario che possono essere emesse da tutti gli istituti di credito, non essendo più necessaria alcuna autorizzazione: tutti gli istituti che operano nel lungo termine possono eseguire la raccolta fondi mediante l’emissione di titoli obbligazionari non più vincolati alla parallela concessione di mutui.

La normativa derogatoria, fissata dal D. p.r. 7/1976, escluderebbe l’applicazione della disciplina legale imperativa che limita l’autonomia negoziale dei privati in ordine alla pattuizione degli interessi passivi, moratori o compensativi. L’art. 14 del D. p.r. prevede infatti che: “Il pagamento delle rate di ammortamento dei prestiti non può essere ritardato da alcuna opposizione. Le somme dovute a tale titolo producono, di pieno diritto, interesse dal giorno della scadenza. La misura degli interessi di mora da corrispondersi dai mutuatari agli enti sulle somme dovute e non pagate, stabilita dal primo comma dell’art. 2 della legge 17 agosto 1974, n. 397, può essere modificata con decreto del Ministro per il tesoro, sentito il Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio.”

Da tale disposizione si evince, pertanto, l’inapplicabilità della disciplina imperativa fissata dall’art. 1283 c.c. sul divieto di anatocismo, in base alla quale gli interessi scaduti possono produrre interessi se dovuti per almeno sei mesi, essendo ammissibile la capitalizzazione semestrale, salvi usi normativi contrari.

L’argomento letterale è stato valorizzato dalla difesa della Banca citata, la quale, ritenendo peculiare il contratto de quo, ha sostenuto l’inapplicabilità, per volontà del legislatore, di tutta la disciplina antiusura, con conseguente rigetto della domanda attorea di ripetizione, per l’inesistenza di un indebito maturato ai danni del solvens, non dovendosi qualificare come usurari gli interessi di mora pattuiti originariamente dalle parti.

Il sintagma è il seguente: se qualifichiamo come contratto di mutuo fondiario la fattispecie in oggetto, dobbiamo considerare il peculiare regime derogatorio imposto dal legislatore e, in conclusione, escludere tout court l’applicazione dell’art. 1815 c.c. in combinato disposto con l’art. 1418 c.c. sulla nullità virtuale.

Per i contratti di mutuo ipotecario e per i contratti di finanziamento generalmente intesi, la disciplina generale ordinaria ruota intorno a due distinti poli: sul piano penalistico, la previsione della fattispecie delittuosa dell’usura ex art. 644 c.p. come novellato dalla L. 108/1996; sul piano civilistico, ex art. 1815 c.c., la nullità parziale della clausola che fissa interessi superiori al tasso soglia previsto dalle normative ministeriali, che rende il contratto di mutuo a titolo gratuito, con conseguenze restituzione del capitale privo della remunerazione degli interessi.

Ebbene, la Corte di Cassazione va oltre il dato normativo e pone l’accento sulla ratio della disciplina antiusura, senza distinzioni di sorta tra fattispecie di mutuo, essendo tutte riconducibili alla medesima causa di credito.

Nel caso concreto, si interroga, infatti, sulla possibilità di applicare il regime generale antiusura anche ai contratti di credito fondiario e, soprattutto, se ai contratti di credito generalmente intesi si possa estendere la disciplina del 1996, ove gli stessi si siano conclusi in date anteriori. Si ritorna, in sostanza, alla questione dell’usura sopravvenuta, tanto dibattuta dalla giurisprudenza di merito e di legittimità e mai risolta in via definitiva.

Secondo il ragionamento della Suprema Corte, la peculiarità della disciplina derogatoria fissata dal D.p.r. 7/1976 per i mutui fondiari, sarebbe svanita in virtù della novella del 1993 che ha introdotto il Testo Unico in materia bancaria. Infatti, la sostituzione del sistema delle cartelle fondiarie ha ricondotto il credito fondiario ad un unicum inscindibile, che è il contratto di mutuo per il quale non può che operare la generica disciplina codicistica e dettata dalle leggi speciali. Così ha argomentato una recente sentenza della Corte di Cassazione: “Il regime privilegiato di cui in origine godeva il credito fondiario rinveniva infatti la sua giustificazione nel carattere pubblicistico dell’attività svolta dai soggetti finanziatori, previamente individuati dalla legge fra istituti di diritto pubblico, nella stretta connessione tra operazioni di impiego ed operazioni di provvista e nella necessità di assicurare ai risparmiatori, che fornivano quest’ultima acquistando le cartelle fondiarie, sicurezza e tempestività nei rimborsi attraverso la sicurezza e la tempestività della restituzione delle somme mutuate. In particolare, avuto riguardo allo specifico tema dell’anatocismo, questa Corte aveva chiarito che gli interessi corrisposti dai terzi mutuatari non costituivano il corrispettivo del godimento di un capitale fornito dalla banca, ma il mezzo per consentire alla stessa di far fronte all’eguale importo di interessi passivi dovuto ai portatori delle cartelle; con la conseguenza che, poiché tali interessi dovevano essere comunque pagati ai risparmiatori anche nel caso di mancato pagamento delle rate del mutuo, era perfettamente logica e coerente la previsione dell’obbligo del mutuatario di corresponsione degli interessi moratori sull’intero importo della rata scaduta, (cfr. Cass. n. 4451/86). Analogamente, Cass. n. 6153/90 aveva rilevato come il pagamento degli interessi moratori anche sugli interessi compresi nelle rate scadute rimaste insolute trovasse il suo fondamento nella funzione assolta dagli istituti di credito fondiario, di intermediazione fra i portatori delle cartelle ed i mutuatari, e nell’obbligo delle banche mutuanti di rimborsare i primi anche nel caso in cui i secondi non avessero pagato la rata di mutuo. L’evoluzione normativa che, a partire dal D.P.R. n. 7 del 1976, si è registrata in materia di mutui fondiari, ha comportato il venir meno di tali giustificazioni. In particolare, nel sistema disciplinato dal D.Lgs. n. 385 del 1993, in cui qualsiasi ente bancario può esercitare operazioni di credito fondiario ed in cui la provvista non è più fornita attraverso il sistema delle cartelle, il contratto di mutuo fondiario si caratterizza unicamente quale finanziamento a medio e lungo termine garantito da ipoteca di primo grado su immobili (art. 38, comma 1, cit.).Deve dunque concludersi che, con l’entrata in vigore del t.u.b., la struttura del credito fondiario ha perso quelle peculiarità nelle quali risiedevano le ragioni della sua sottrazione al divieto di cui all’art. 1283 c.c..”[1]

La natura pubblicistica degli interessi tutelati dalla precedente normativa consentiva la deroga alla generale disciplina in materia di usura e di interessi moratori e compensativi, secondo il generale principio secondo cui gli interessi privati recedono rispetto a quelli pubblici.

Ma il venir meno di simili esigenze, ha consentito il riespandersi della generale disciplina antiusura fissata dalla novella del 1996 chiamata ad assicurare interessi di natura pubblicistica, accompagnati da inderogabilità assoluta, come afferma più volte la Corte, stante la previsione di un reato cui segue una sanzione sul piano civilistico: “La natura del divieto, la sua inderogabilità assoluta, la sanzione penale che ne accompagna la violazione ex art. 644 c.p., così come novellato dalla L. 7 marzo 1996, n. 108, art. 1, e la correlata sanzione civile della non debenza di alcun interesse in caso di superamento del tasso soglia ex art. 1815 c.c., comma 2, così come novellato dalla L. n. 108 del 1996, art. 4, inducono univocamente a ritenere che il sistema antiusura abbia un’ applicabilità generale (con riferimento alle tipologie contrattuali previste dalla L. n. 108 del 1996, art. 2) e non possa desumersene alcuna deroga in via interpretativa essendo necessaria un’espressa indicazione legislativa contraria.”[2]

Pertanto, nulla osta a che alla fattispecie in esame, pur inquadrandola come mutuo fondiario, sia applicabile l’art. 1283 c.c. e l’art. 1815 c.c., considerata la mancanza di qualsivoglia riferimento normativo di senso contrario.

Ammessa dunque l’applicabilità delle norme suddette, congiuntamente alla disciplina detta dalla legislazione speciale in materia, l’ordinanza di rimessione si sofferma su un dato fondamentale relativo all’efficacia temporale della normativa novellata nel 1996 rispetto ai contratti conclusi in epoca anteriore ma medio tempore in esecuzione. A tal fine, gli ermellini, ripercorrono le recenti vicende legislative e giurisprudenziali intervenute sul punto.

Di importanza centrale è, sicuramente, il d. l. 394/2000 convertito in L. 24/2001 di interpretazione autentica con il quale si è stabilito che: “Ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p., e dell’art. 1815 c.c., comma 2, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Il legislatore valorizza la pattuizione, nel senso che l’usurarietà degli interessi va valutata al momento in cui essi sono convenuti o pattuiti dalle parti e non al momento in cui sono remunerati al mutuante. È così scongiurata la cd. usura sopravvenuta.

Di medesimo segno, l’intervento della Consulta, che con la sentenza n.29/2002 ha stabilito che hai fini degli articoli 644 c.p. e 1815 c.c., rileva la pattuizione e non la dazione delle obbligazioni accessorie, perché una pattuizione è usuraria solo se lo è ab origine, a prescindere dal sopravvenienze normative. Dunque, se i tassi di interesse originariamente pattuiti sono legittimi, non potrà concretizzarsi nessuna fattispecie usuraria se successivamente, al momento del pagamento, tali tassi superano le soglie determinate dalle fonti subordinate. Pertanto, la legittimità originaria dei tassi perdura per tutta l’esecuzione del contratto di mutuo, pur se interviene medio tempore una normativa imperativa in materia.

La ratio di tale impostazione è sicuramente da rinvenire nel principio di ragionevolezza, proiezione del principio dell’uguaglianza ex art. 3 Cost., e  nei generalissimi principi di diritto secondo cui le norme giuridiche dispongono per l’avvenire e sono irretroattive ai sensi dell’art. 11 Preleggi, a meno che ragioni determinate ne impongano la retroattività in deroga alla regola suddetta. Infatti, eventuali deroghe nel segno della retroattività, devono essere esplicite o implicite ma giustificate da esigenze di ragionevolezza, per cui nel dubbio una norma si ritiene irretroattiva. [3]

La Legge 108/1996 nulla dispone in tal senso, per cui ragionevolezza e tutela dell’affidamento del cives ne imporrebbero applicazione irretroattiva.

La giurisprudenza di legittimità, però, non è concorde nel ritenere non configurabile l’usura sopravvenuta.

Nelle sezioni si contrappongono due orientamenti separati: da un lato, chi aderisce all’indirizzo seguito dal legislatore e dalla Consulta, considerandone le argomentazioni difficilmente superabili.

Nella recentissima sentenza n. 17150/2016 la Corte di Cassazione ha chiarito che:  “I criteri fissati dalla L. n. 108 del 1996, per la determinazione del carattere usurario degli interessi, non si applicano alle pattuizioni di questi ultimi anteriori all’entrata in vigore di quella legge, siano esse contenute in mutui a tasso fisso variabile, come emerge dalla norma di interpretazione autentica contenuta nel D.L. n. 394 del 2000, art. 1, comma 1, (conv., con modif., dalla L. n. 24 del 2001), che non reca una tale distinzione.”

La tesi contraria all’usura sopravvenuta, dunque, valorizza il profilo storico e sistematico, considerando la volontà del legislatore, nonché il profilo letterale, facendo leva sull’art. 1815, comma 2 che riferisce la nullità della pattuizione al momento in cui sono “convenuti interessi usurari”.  Infatti, la prognosi di invalidità dell’atto deve essere compiuta considerando il momento genetico del negozio, e non il momento funzionale dell’esecuzione dello stesso. La nullità rappresenta, come è ovvio, un vizio genetico che colpisce il contratto per la sua dannosità sociale.

In tal senso sembra dirigersi la Banca d’Italia e l’ABF: le istruzioni della Banca d’Italia per la rilevazione del tasso effettivo globale medio, prevedono per i mutui e gli altri contratti di credito che “sono assoggetti alla rilevazione (…) esclusivamente i nuovi rapporti di finanziamento accessi nel periodo di riferimento[4]

Anche l’Arbitro Bancario e Finanziario, Collegio di Milano, ha sostenuto che sono “irrilevanti, al fine di verificare se gli interessi applicati siano usurari, le eventuali variazioni che intervengano nella determinazione periodica dei tassi soglia (…). Ne consegue che gli interessi, che al momento della stipula del contratto che li contempla non sono usurari, non possono in alcuno modo divenirlo in un momento successivo. Ciò si evince chiaramente anche dal disposto dell’art. 1815, 2° comma, cod. civ., che commina la nullità, originaria, della clausola con cui sono convenuti interessi usurari. L’indagine deve quindi essere condotta verificando la legittimità degli interessi che erano stati stipulati nel contratto”. [5]

In parte diverso, l’orientamento che tiene in considerazione tutti i rapporti contrattuali non ancora esauriti all’entrata in vigore della novella. Infatti, pur considerando irretroattiva la normativa de quo, non può non tenere conto dell’efficacia che la nuova disciplina del 1996 (art. 644 c.p. e art. 1815 c.c.) spiega  per i rapporti pendenti alla data di entrata in vigore: “Le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte con la L. n. 108 del 1996, art. 4), pur non essendo retroattive, comportano l’inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti conclusi prima della loro entrata in vigore sulla base del semplice rilievo, operabile anche d’ufficio dal giudice, che il rapporto giuridico, a tale momento, non si era ancora esaurito.”[6]

La tesi favorevole all’usura sopravvenuta fa leva su due principali argomentazioni: innanzitutto, sul piano penalistico la rilevanza penale della condotta di ricezione degli interessi successiva alla pattuizione, non più degradato a mero post-factum non punibile, nonché il dies a quo della prescrizione che decorre dal momento dell’ultima dazione e non da quello anteriore della stipula, ex art. 644 ter c.p.

Parte della giurisprudenza ha, invero, sostenuto che, pur ammettendo l’usurarietà sopravvenuta degli interessi pattuiti convenzionalmente, per superamento, medio tempore, dei tassi soglia fissati ex lege, non potrebbe oltremodo applicarsi l’art. 1815, comma 2 c.c. che converte il mutuo oneroso in gratuito (escludendo la remunerazione degli interessi).

Infatti, la contrarietà della pattuizione con la norma imperativa fissata dalla L. 108/1996, imporrebbe la riduzione degli interessi al limite del tasso soglia rilevato di tempo in tempo, in virtù del meccanismo di integrazione legale del contratto previsto dall’art. 1339 c.c., attraverso la sostituzione automatica di clausole. Con la sentenza n. 602 del 11.01.2013, la Suprema Corte ha affermato che : “Trattandosi di rapporti non esauriti al momento dell’entrata in vigore della l. 7 marzo 1996, n. 108 va richiamato l’art. 1 di detta legge che ha previsto la fissazione di tassi soglia: pertanto, ove vengano superate le misure consentite, gli interessi corrispettivi e monitori ulteriormente maturati vanno considerati usurari e dunque automaticamente sostituiti, anche ai sensi degli artt. 1419, comma 2, e 1339 c.c., in relazione ai diversi periodi, dai tassi soglia.”

Dunque, pur considerando l’usura sopravvenuta per superamento, medio tempore, dei tassi soglia fissati ex lege, gli operatori giuridici, o comunque parte di essi, oscillano circa le conseguenze generate. Ammesso che per i rapporti giuridici non ancora esauriti, possa concretizzarsi una usurarietà successiva di interessi legittimi ab origine, non è chiaro se a tali interessi si applichi l’art. 1815 c.c. che al secondo comma esclude ogni remunerazione, oppure l’art. 1419 c.c. in combinato disposto con l’art. 1339 c.c. con sostituzione automatica di clausole nulle con disposizioni cogenti, per realizzare una forma di eterointegrazione cogente del regolamento contrattuale.

Di tale avviso è una decisione dell’Arbitro Bancario e Finanziario, Collegio di Roma, secondo cui “il superamento del tasso soglia sopravvenuto all’entrata in vigore della legge n.108 del 1996 non determina la configurazione del reato di usura, né comporta la nullità della relativa clausola contrattuale ai sensi dell’art. 1815, comma 2 c.c.. Tuttavia, il Collegio ritiene che l’applicazione dei tassi superiori alla soglia di usura, benché non sanzionabile, sia tuttavia in contrasto con l’art. 2 della citata legge n. 108/1996, norma imperativa sopravvenuta ispirata ad un generale principio di non abuso del diritto, che impone l’adeguamento degli interessi a suo tempo stipulati in modo che non risultino in contrasto con la norma stessa (cfr. in tal senso Trib. Milano 15.10.2010). L’applicazione di interessi superiori alla soglia di usura, dopo l’entrata in vigore della legge n. 108/1996, evidenzia altresì un comportamento contrario a buona fede, sicché anche sotto questo profilo si impone una rideterminazione degli stessi entro i limiti della soglia di usura[7]

Ebbene, ferma la irretroattività delle disposizioni in esame, e stante l’inapplicabilità a tutte le fattispecie contrattuali anteriormente esauritesi, sarebbe lacunoso non considerare la diversa situazione dei rapporti giuridici pendenti perché in esecuzione. Probabilmente per queste situazioni appare assai difficile escludere tout court, per ragioni di ragionevolezza e logica giuridica, queste norme, quando, proprio la ragionevolezza e la parità di trattamento imporrebbero di considerarle differentemente dai contratti conclusi ed eseguiti ante 1996.

Un approccio favorevole all’usurarietà sopravvenuta aprirebbe spiragli innovativi nella direzione della nullità sopravvenuta, per ius superveniens, categoria assai dibattuta in dottrina come in giurisprudenza.

Per simili argomentazioni, la I Sezione ha deciso di rimettere al Primo Presidente della Suprema Corte per l’assegnazione alle Sezioni Unite, le quali dovranno sa risolvere la questione dell’applicabilità o meno della Legge 108/1996 oggi vigente ai contratti anteriori ma non ancora esauriti; sia le conseguenze derivanti da una soluzione affermativa, se cioè sia applicabile tout court il comma 2 dell’art. 1815 c.c. con azzeramento degli interessi, oppure se si debbano ridurre ex lege gli interessi ai tassi legali, in forza dell’art. 1339 c.c. in combinato disposto con l’art. 1419 c.c.

Annalisa Imparato

[1] Corte di Cassazione civile, n.11400 del 22.05.2014

[2] Ordinanza di rimessione n. 2484/2017, I Sezione Corte di Cassazione Civile

[3] Corte di Cassazione n.1379, 29/01/2003

[4] La nota n. 9 delle Istruzioni per la rilevazione dei tassi effettivi globali medi ai sensi della legge sull’usura, del 12 agosto 2009

[5] Cfr. ABF, Collegio di Milano, decisione n. 2183 del 18 ottobre 2011

[6] Corte di Cassazione n. 17150, 17/8/2016

[7] Cfr. ABF, Collegio di Roma, decisione n. 620 del 29 febbraio 2012.