usura bancaria e anatocismo

Usura bancaria e anatocismo: Cassazione 17 agosto 2016

.Usura bancaria e anatocismo sono un fenomeno di punta negli ultimi anni. Un contratto usurario può avere diverse forme: oltre alla manifestazione classica di mutuo feneratizio ad interessi illeciti, possiamo avere un contratto di mediazione o intermediazione creditizia o finanziaria laddove il corrispettivo sia usurario, un contratto di apertura di credito, di conto corrente, di sconto, ovvero il fenomeno può ravvisarsi in qualsiasi contratto, anche preliminare, che importi il trasferimento di diritti o l’assunzione di obblighi verso un dato corrispettivo, caratterizzato dalla sproporzione delle prestazioni e dall’approfittamento dello stato di bisogno ( requisito poi eliminato dalla l. 108/96). La sentenza Corte di Cassazione I sez civ 17 agosto 2016 n 17150 ( scaricabile qui in versione esplicata nei suoi passaggi fondamentali) rappresenta l’ultimo approdo giurisprudenziale di una delle vicende più tribolate degli ultimi anni.

E’ necessario però, prima di leggere le motivazioni, ripercorrere per grandi linee il percorso ermeneutico e legislativo che ha attraversato il tema dell’anatocismo bancario.

La giustizia civile predispone una serie di rimedi per contrastare il fenomeno usurario. Questi possono dividersi in due categorie: da un lato gli interventi che incidono sulla pattuizione evidenziandone la patologica formazione; dall’altro sono previsti strumenti di ausilio e sostegno a tutela del paciscente debole.

I due strumenti che il legislatore, originariamente, ha previsto sono: la rescissione e la nullità. I diversi interventi normativi succedutisi nel tempo e la copiosa giurisprudenza hanno reso nebuloso il fenomeno dell’usura.

Secondo taluni, la rescissione sarebbe ancora l’unico rimedio nei confronti del contratto usurario; altri si interrogano sulla nullità di tale contratto alla luce delle nuove disposizioni di legge.

In passato, si escludeva tale ultima forma di invalidità per una serie di motivazioni: da un lato si rifiutava ogni automatismo fra norma penale e invalidità del negozio, dall’altro era recepita la distinzione elaborata dalla dottrina penalistica fra reato-contratto, che vieta il negozio e punisce il comportamento di entrambe le parti, e reato in contratto, ove è sanzionato il contegno di una sola parte; e in quest’ultimo caso la nullità non sarebbe stata affatto scontata.

Secondo questa linea costruttiva il negozio usurario non poteva essere nullo perché era chiara l’intenzione della legge (anteriore) di colpire l’approfittamento di un soggetto, e perché la figura della rescissione era un chiaro indizio della volontà di apprestare all’iniquità un rimedio diverso dalla nullità.

All’indomani della novella del 1996 ( che, come già anticipato, ha eliminato il requisito dell’approfittamento), la sopravvenuta diversità strutturale tra norma civile e norma penale ha spostato l’attenzione degli interpreti dal rimedio della rescissione a quello della nullità del patto usurario.

Si è sostenuto che legislatore avrebbe sancito la nullità non della sola clausola degli interessi ma dell’intero contratto di mutuo per illiceità della causa: la previsione dell’art. 1815 cod. civ., svincolato dalla topografia codicistica, assurge a regola di generale applicazione della disciplina della nullità e della conseguente disciplina dell’indebito.

Occorre dare atto di un problema sorto in giurisprudenza nel caso in cui, essendo stato stipulato un contratto di mutuo a condizioni usurarie, accanto alla normativa in tema di rescissione per lesione del contratto, si può formulare un parallelo giudizio attinente alla violazione della norma penale di cui all’art. 644 cod.pen. che punisce l’usura. Ciò indurrebbe una valutazione della fattispecie in chiave di nullità per contrarietà del contratto a norma imperativa (art. 1418 cod.civ. ). In altri termini, il contratto concluso a condizioni usurarie, penalmente rilevante perchè integra gli estremi del reato punito dall’art. 644 cod.pen., è semplicemente rescindibile oppure è radicalmente nullo?

La tesi della nullità si basa sull’analisi del fenomeno: il contratto usurario è una tipica ipotesi di reato in contratto laddove l’ordinamento punisce non la transazione in sé – come per i reati contratto quale ad es. compravendita di armi – bensì è punita la modalità approfittatoria che incide sulla libertà di autodeterminazione negoziale.

Cerchiamo di fare ordine illustrando, in particolare, i possibili rapporti tra reato e contratto; sussumibili in quattro categorie:

  • i reati che presuppongono un contratto quale, ad esempio, l’appropriazione indebita, che sanziona l’interversio possessionis abusivamente operata nel corso dell’esecuzione di un rapporto contrattuale che presupponga la custodia del bene;
  • i reati che consistono nella conclusione di un contratto: cd reati-contratto quale la cessione stupefacenti;
  • i reati commessi nella conclusione di un contratto: cd reati in contratto quali ad esempio la truffa;
  • i reati commessi nell’esecuzione di un contratto come, ad es, l’inadempimento e la frode nelle pubbliche forniture.

Mentre nel caso dei reati-contratto la sanzione civilistica è la nullità del contratto per violazione di norma imperativa ex art. 1418 cc, nel caso dei reati in contratto la sanzione deve essere determinata in ragione del bene giuridico tutelato e a protezione del  contraente debole.

Ecco perché si ritiene maggiormente consona alle esigenze della vittima applicare la tesi della nullità parziale (art. 1419 Cc), con automatica sostituzione della clausola con interessi ultralegali con la clausola della non debenza, che trasforma il mutuo usurario, in mutuo gratuito.

Fatte queste necessarie premesse in tema di contratti usurari passiamo ad esaminare la sentenza Corte di Cassazione I sez civ. 17 agosto 2016, n.17150.

La Corte d’appello di Catania ha parzialmente accolto l’impugnazione proposta dal Banco di Sicilia SpA (poi Capitalia SpA ed ora Unicredit Credit Management Bank SpA), contro la correntista, signora C.C., nei riguardi della sentenza del Tribunale di quella stessa città che, decidendo dell’opposizione al decreto ingiuntivo proposto da costei, nel corso dell’anno 1994, aveva accolto l’opposizione, revocato il monitorio e condannato la Banca al pagamento delle spese processuali.

La Corte territoriale, investita della rivisitazione del primo giudizio, ha dichiarato – rilevandola d’ufficio – la nullità parziale del contratto di conto corrente, con riferimento alla clausola di trimestralizzazione degli interessi passivi, ed ha disposto il calcolo del saldaconto sulla base di un accertamento peritale.

Il giudice di appello, tuttavia, ha respinto l’eccezione di nullità parziale della convenzione relativa agli interessi, in quanto determinabile (nella misura di cinque punti percentuali sopra il tasso ufficiale di sconto e, comunque, non inferiore al 18%.) e, quindi, adottata in deroga alla previsione di cui all’art. 7 delle Norme uniformi bancarie (NUB) con riferimento alle condizioni praticate abitualmente sulla piazza. Avverso tale decisione la signora C. ha proposto ricorso principale per cassazione, affidato a tre motivi di censura, illustrati anche con memoria, contro cui resiste la Banca, con controricorso e memoria illustrativa. La Banca, a sua volta, ha proposto ricorso incidentale affidato a due motivi, illustrati dalla menzionata memoria.

La Suprema Corte in ordine al suesposto iter processuale ha affermato il seguente principio di diritto:

In tema di interessi usurari le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte con l’art. 4 l. 17 febbraio 1992 n. 154, poi trasfuso nell’art. 117 d.lgs. 1° settembre 1993 n. 385, e con l’art. 4 l. 7 marzo 1996, n. 108), pur non essendo retroattive, in relazione ai contratti conclusi prima della loro entrata in vigore, comportano l’inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti stessi sulla base del semplice rilievo operabile d’ufficio anche dal giudice che il rapporto giuridico non si sia esaurito prima ancora dell’entrata in vigore di tali norme e che il credito della banca non si sia cristallizzato precedentemente.

Nelle controversie relative ai rapporti tra la banca ed il cliente correntista, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito regolato in conto corrente e negoziato dalle parti in data anteriore al 22 aprile 2000, una volta che il giudice abbia dichiarato la nullità di detta clausola, egli non può applicare la capitalizzazione annuale degli interessi perché questi, in conseguenza di quella declaratoria, si sottraggono a qualunque tipo di calcolo capitalizzato.

Scarica qui la sentenza in forma esplicata nei suoi passaggi fondamentali: Corte di Cassazione I sez civ 17 agosto 2016 n 17150