Usucapione: quando si realizza l’interversione da detenzione in possesso?

La Corte di Cassazione con la sentenza n 5333/16 precisa i requisiti affinché possa aversi interversione da mera detenzione di un immobile in possesso utile per l’usucapione

La sentenza in commento (Cass 5333/16: scaricabile qui), interviene a chiarire uno dei presupposti cardine dell’usucapione: il possesso.

Il ricorrente, infatti, adì il Tribunale chiedendo il riconoscimento della declaratoria dell’avvenuto acquisto per usucapione dell’appartamento da lui abitato, concesso originariamente in locazione al defunto padre.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello rigettarono la ricostruzione dell’attore in quanto non era stata fornita una adeguata prova dell’interversione del possesso.

Avverso tali decisioni ricorreva in Cassazione sostenendo l’esistenza di una pluralità di condotte che attestavano l’animus possidendi.

Nel dettaglio l’appellante riteneva esistenti una pluralità di condotte tese a dimostrare il mutamento di “animus” come l’aver eseguito personalmente e a proprie spese i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria; il mancato pagamento dei canoni locativi per oltre un ventennio; l’iscrizione catastale dell’immobile a nome del locatore originario; l’assoluta inerzia della convenuta.

Tutti questi motivi non risultano però sufficienti per i giudici della Cassazione

L’art 1411 cc non consente, infatti, al detentore di trasformarsi in possessore mediante una sua interna determinazione di volontà, ma richiede, per il mutamento del titolo, l’esistenza di uno dei due requisiti alternativi:

  1. L’intervento di “una causa proveniente da un terzo”, ovvero qualsiasi atto di trasferimento del diritto idoneo a legittimare il possesso, indipendentemente dalla perfezione, validità, efficacia dell’atto medesimo (compresa l’ipotesi di acquisto da parte del titolare solo apparente)
  2. L’opposizione del detentore contro il possessore, opposizione che può avere luogo sia giudizialmente che extra giudizialmente e che consiste nel rendere noto al possessore, in modo inequivoco e contestando il di lui diritto, l’intenzione di tenere la cosa come propria.

L’interversione nel possesso non può dunque aver luogo mediante un semplice atto di volizione interna, ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore dalla quale sia consentito desumere che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui (detenzione) e abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio (possesso), con correlata sostituzione al precedente “animus detinendi” dell’ “animus rem sibi habendi”.

 

Corte di Cassazione n 5333 del 2016