Ulteriore ipotesi di “abuso del processo”: l’ipoteca eccessiva e danno ex art 96c2 cpc

L’ipoteca eccessiva fa scattare il danno ex art. 96 co2 c.p.c. : Corte di Cassazione sentenza n. 6533/2016

La sentenza n. 6533 del 2016 (scaricabile qui SENTENZA 6533 16) della Terza Sezione della Corte di cassazione inerisce un caso di iscrizione di ipoteca eccessiva rispetto all’ammontare del credito vantato, su cui si innesta una domanda del ricorrente/debitore ex art. 96 co 2 cpc nei confronti del creditore.

La fattispecie origina da un decreto ingiuntivo emesso dall’autorità competente a favore di una banca che procedeva ad iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore, sebbene questi ultimi eccedessero di molto il reale valore del credito riconosciuto nel decreto ingiuntivo.

Dinnanzi ciò il soccombente impugnava sia la fondatezza del credito, sia la temeraria azione giudiziaria promossa dal creditore. In primo grado  emergeva l’infondatezza del credito, ma si respingeva la temerarietà della azione. Situazione confermata in sede di gravame in cui si asseriva che la inesistenza del credito appariva improbabile nel momento della sua emersione; l’impossibilità di applicare il 96 co 1 in quanto mancante la colpa grave; l’impossibilità di ricorrere al co 2 del 96 poiché in mancanza dei suoi requisiti.

Su queste premesse il ricorrente promuoveva ricorso per cassazione fondato su tre motivi. Il primo relativo alla applicazione dell’art. 96 e dell’art. 2043; il secondo per vizi motivazionali; il terzo per applicazione dell’art. 96 e vizi motivazionali circa le prove.

In sostanza si domandava alla corte il perché non si potesse applicare l’art. 96 co 2 cpc in presenza di credito inesistente, condotta non prudente del creditore che sceglieva di iscrivere un’ipoteca per un importo eccessivo rispetto al credito, così da generare un abuso nell’esercizio della garanzia patrimoniale.

Quesito da indagare, peraltro, alla luce di una giurisprudenza consolidata che rifiuta l’applicazione del co 2 dell’art. 96 cpc, mentre ammette il ricorso al primo comma della stessa norma in presenza di una condotta connotata per mala fede.

Visione giurisprudenziale fondata, per tale orientamento, su di un reticolo di norme come gli artt. 2740, 2828, 2877 c.c. letti in modo da permettere anche quel tipo di scelta del creditore.

Dall’art. 2740 c.c. si rinviene, secondo tale visione, l’obbligo di coprire i debiti contratti con l’intero patrimonio. Norma letta nel senso di aprire ad una copertura del debito totale così da agevolare l’attività di recupero del creditore.

L’art. 2828, invece, permettendo di iscrivere l’ipoteca su tutti i beni immobili del debitore, consente una scelta circa il bene da sottoporre ad iscrizione di ipoteca, in linea con l’interpretazione ampia delle facoltà del creditore e della sottoposizione del debitore.

Infine, l’art. 2877 c.c. secondo cui le spese per la riduzione della ipoteca sono a carico del richiedente (debitore) di norma, salvo il caso di riduzione per eccesso nell’ammontare del credito di cui risponde il creditore. norma che dimostra come il rapporto fra le parti vive su di una scelta legislativa precipua e sotto questi aspetti favorevole al creditore.

A tali norme si aggiunge, peraltro, l’orientamento teso a riconoscere la applicazione in tali fattispecie dell’art. 96 co 1 cpc, laddove il creditore agisca in mala fede, giammai l’art. 96 co. 2 cpc. Applicare tale norma significherebbe, in sostanza, eliminare il favore verso il creditore riconosciuto dal reticolo di norme richiamate.

Tuttavia, per la Corte, questo orientamento è da respingere per una serie di motivi derivanti dalla evoluzione codicistica e costituzionale vissuta dall’ordinamento.

Ordinamento che attualmente si fonda sull’ossequio del principio del giusto processo e della sua ragionevole durata così come codificati nell’art. 111 cost. Principio che produce come conseguenza una rilettura di tutti gli istituti alla luce del concetto di abuso del diritto e del processo.

Applicando rilettura, fondata sui postulati descritti, l’orientamento consolidato appare alla Corte completamente anacronistico.

La Cassazione perviene a tale affermazione attraverso un’indagine, ispirata ai postulati derivanti dall’art. 111 cost., sulle norme richiamate precedentemente, a cui fa seguito una analisi circa l’applicazione moderna e aggiornata dell’art. 96 cpc, che codifica il rimedio processuale agli abusi realizzati all’interno del processo (abuso del processo).

Partendo, pertanto, dall’art. 2740 la Corte ritiene che il dovere del debitore incontra i limiti derivanti dall’abuso del diritto e del processo per cui i mezzi utilizzati per tutelare il diritto sostanziale del creditore devono essere strumentali a tale fine senza ledere la situazione altrui (riemerge il concetto di solidarietà ex art. 2 cost); l’art. 2828 cc produce, invece, ancora la libertà di scelta del bene da colpire, tuttavia il valore di questo deve essere proporzionato alla cautela riconosciuta altrimenti scatterà la riduzione giudiziale; infine, l’art. 2877 cc è inserito nell’ambito di una ipoteca consensuale in cui il debitore non può subire l’effetto negativo (spese per la riduzione) derivante da una scelta eccessiva realizzata dal creditore.

A ciò si aggiunge il risultato a cui la Corte perviene in merito all’art. 96 cpc.

Per la corte si tratta di una norma che determina una responsabilità aggravata per atti e comportamenti tenuti all’interno del processo. Condotte che in realtà generano un illecito processuale da abuso del diritto di agire o di resistere, speciale rispetto alla responsabilità aquiliana e connotata da un’indagine svolta direttamente dal giudice.

Norma che nel tempo si è arricchita di un comma introdotto dalla legge 69 del 2009. Tale norma ha codificato il comma 3 che sancisce l’abuso del processo adeguandosi alle spinte promosse dalla giurisprudenza. Abuso che risulta essere fondato sulla soccombenza nel processo della parte che ha agito o ha reagito producendo al contempo un pregiudizio per la controparte a cui  è riconosciuta un risarcimento determinato in via equitativa.

Il terzo comma, pertanto, introduce una sanzione tesa a riparare il pregiudizio patito dal soggetto che subisce l’abuso processuale. Trattandosi di una forma di risarcimento non sfugge dallo scheletro della responsabilità  in cui spicca oltre alla condotta tenuta, al nesso con il danno, la presenza di un elemento soggettivo. Proprio quest’ultimo vive ex art. 96 una graduazione differente fra il primo e il secondo comma a dimostrazione di una norma capace di abbracciare l’intera gamma di condotte lesive.

Nel primo comma rileva la mala fede, mentre nel secondo, che sancisce una regola più severa, rileva la condotta connotata da mera colpa lieve dell’agente.

L’indagine della norma è parimenti fondata sulla scia della giurisprudenza recente in merito al principio del giusto processo.

Spicca in questo contesto la decisone delle Sezioni unite del 2007 n. 23762 che dopo aver riconosciuto l’ingresso nell’ordinamento del principio del giusto processo e della ragionevole durata dello stesso ex art. 111 cost. vieta l’abuso da esercizio del diritto in forma eccessiva o deviata.

L’effetto immediato è per la corte duplice. Infatti, da un lato si eliminano comportamenti abusivi, dall’altro si realizza un processo giusto svolto in tempi ragionevoli. In sostanza la Corte perviene, tramite questa interpretazione della norma processuale, anche ad evitare sprechi di energie giurisdizionali ( S.UN. 12310 del 15).

Calando tali postulati nel caso di specie la Corte ritiene che il creditore che iscrive ipoteca per un valore superiore ad un terzo del credito vantato (artt. 2875 2876) pone in essere una condotta abusiva che gli consente di ottenere una tutela rafforzata, ma deviata e lesiva rispetto alla situazione del debitore e circa l’utilizzo dalla esigua risorsa giustizia.

In tal caso, non potrà assumere valore dirimente nemmeno la possibilità prevista dal codice di formulare un accordo di riduzione del valore dell’ipoteca fra le parti. Infatti, in tale ipotesi ricorre una forma di tutela di tipo oggettivo, inserito in sistema generale di tutela processuale, che non permette alcuna forma di salvaguardia per il creditore che ha usato in maniera distorta gli strumenti presenti nell’ordinamento. Alla luce di ciò la Corte ravvisa che il debitore sarebbe costretto a raggiungere un accordo, così da essere sottoposto ad un procedimento autonomo ed ulteriore. Da ciò inoltre emergerebbe sotto il profilo processuale una errata implementazione dei procedimenti giudiziari e un lesione circa il tempo della risposta alla domanda di giustizia sostanziale.

Per tali ragioni la Corte sancisce, in aperto contrasto con la giurisprudenza sul punto, il principio di diritto per cui «Nell’ipotesi in cui -come nella specie – risulti accertata l’inesistenza del diritto per cui è stata iscritta ipoteca giudiziale e la normale prudenza del creditore nel procedere all’iscrizione dell’ipoteca giudiziale, è configurabile in capo al suddetto creditore la responsabilità ex art. 96, secondo comma c.p.c., quando non ha usato la nomale diligenza nell’iscrivere ipoteca sui beni per un valore proporzionato rispetto al credito garantito, secondo i parametri individuati nella legge (artt. 2875 e 2876 c.c), così ponendo in essere, mediante l’eccedenza del valore dei beni rispetto alla cautela, un abuso del diritto della garanzia patrimoniale in danno del debitore».