Totò Riina, tra 41 bis e il diritto ad una morte dignitosa.

“Tutti hanno diritto ad una morte dignitosa”. E’ con tale principio di diritto che la Suprema Corte di Cassazione, in data 6 giugno 2017, si è pronunciata sul caso Riina generando numerose polemiche nell’opinione pubblica italiana nonché l’indignazione dei familiari delle vittime del più “sanguinario” capo dell’organizzazione mafiosa.

Salvatore Riina, in virtù delle atrocità commesse e dell’accertata pericolosità criminale incarnata, è stato sottoposto al regime del 41 bis ma, ormai ottantasettenne e in condizioni fisiche precarie, chiedeva attraverso i suoi legali, al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, il differimento dell’esecuzione della pena ex art 147, n 3 cp e, in subordine, l’esecuzione della pena nella forma della detenzione domiciliare, ex art 47 ter, comma 1-ter, legge 26 luglio 1975, n. 354.

Avverso il rigetto dell’istanza, Riina proponeva Ricorso per Cassazione. La Suprema Corte, con la sentenza n.27766 del 2017 (scaricabile qui: cass 27766 17 , in forma integrale ed evidenziata nei suoi passaggi chiave) facendo leva sul “senso di umanità” che l’ordinamento penitenziario riconosce nei confronti dei detenuti, per quanto spregiudicati essi siano, dichiara che, nel caso di specie, lo stato di decadimento fisico in cui versa il ricorrente induce a considerare inumano il regime del 41 bis.

Sulla base di tale presupposti la Corte annulla l’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Bologna, in data il 20 maggio 2016, aveva rigettato le richieste del Riina.

Nel giudizio di bilanciamento tra la problematica situazione sanitaria dell’istante e le esigenze di sicurezza ed incolumità pubblica, i giudici di merito hanno ritenuto senz’altro prevalenti queste ultime e ciò in considerazione della estrema “pericolosità del Riina”, tale da imporre come assolutamente inderogabile l’esecuzione della pena nella forma della detenzione inframuraria. Il notevole spessore criminale del detenuto e “la posizione di vertice assoluto dell’organizzazione criminale Cosa Nostra”, ancora pienamente operante e rispetto alla quale il Riina non aveva mai manifestato volontà di dissociazione, evidenziano in maniera lampante la perdurante sussistenza del pericolo di recidiva del Riina. Nonostante l’attuale stato di salute del richiedente, il pericolo di azioni criminali mafiose è da considerarsi sempre vivo ed attuale. Infatti, “il ruolo apicale rivestito dal detenuto, non  richiede come necessaria una prestanza fisica per la commissione di ulteriori gravissimi delitti nel ruolo di mandante”.

Inoltre, il Tribunale di Sorveglianza avanza ulteriori argomentazioni a sostegno del suo provvedimento di rigetto. In particolare, i giudici affermavano la piena idoneità della struttura carceraria a fronteggiare le esigenze mediche del detenuto con assoluta tempestività ed diligenza.” L’ordinanza escludeva, nel caso di specie,  il superamento dei limiti inerenti il rispetto del senso d’umanità di cui deve essere connotata la pena e del diritto alla salute”.

La Suprema Corte di Cassazione, nel motivare la decisione di annullamento dell’ordinanza di sorveglianza, adduce che il Tribunale, nel pronunciarsi sulla questione, abbia “omesso considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue generali condizioni di scadimento fisico”. Inoltre, i giudici di merito hanno negato le richieste avanzate dall’istante senza verificare, ne motivare adeguatamente “se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena”.

Attraverso tale monito la Suprema Corte evidenzia la necessità di garantire in maniera piena ed immanente il  rispetto “del senso di umanità” nel trattamento carcerario dei detenuti. “Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, affinchè la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 27, terzo comma Cost. e 3 Convenzione EDU, lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, dovendosi piuttosto avere riguardo ad ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria (Sez. 1, n. 16681 del 24/01/2011, Buonanno, Rv. 249966; Sez. 1, n. 22373 del 08/05/2009, Aquino Rv. 244132)”.

“Diritto alla salute” e “umanità della detenzione” costituiscono principi assolutamente inderogabili in relazione al regime di esecuzione della pena. In conformità a quanto sancito, la Corte afferma che sia del tutto incompatibile con le molteplici funzioni della pena e con il senso di umanità che la nostra costituzione e la convenzione EDU impongono nell’esecuzione della stessa, il mantenimento in carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne, affetto da gravi patologie fisiche. Il caso di specie è aggravato dal rischio molto alto che tali inefficienze fisiche sfocino in eventi infausti ed imprevedibili.

A tal riguardo, “il provvedimento impugnato evidenzia come la possibilità del prospettato esito infausto integri una “condizione di natura” comune a tutti gli appartenenti al consesso umano, anche non detenuti e, pertanto, di una circostanza neutra ai fini della valutazione del senso di umanità richiesto dalla costituzione nell’espiazione della pena”. E’ proprio in relazione a tale aspetto che si impone prorompente il principio di diritto su cui fonda l’iter motivazionale adotto dalla Corte. “Il Collegio ritiene di dover dissentire con l’ordinanza impugnata, dovendosi al contrario affermare l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che, proprio in ragione dei citati principi, deve essere assicurato al detenuto ed in relazione al quale, il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare, deve espressamente motivare”.

Il diritto di morire dignitosamente è un valore supremo riconosciuto dal Giudice di Legittimità ad ogni individuo in virtù del più eminente senso di umanità che permea la società civile. Attraverso una valutazione comparativa tra gli interessi in gioco, la Corte è giunta a ritenere che pur essendo in presenza di un soggetto estremamente pericoloso, il valore della salute umana assurge a priorità assoluta. Pertanto, è necessario provvedere ad una valutazione in concreto dell’attualità della pericolosità del soggetto, tenendo conto delle sopravvenute complicazioni fisiche. “Le eccezionali condizioni di pericolosità debbono essere basate su precisi argomenti di fatto, rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidiva”. Pertanto,“ferma restando l’altissima pericolosità del detenuto Salvatore Riina e del suo indiscusso spessore criminale, non è chiaro come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso”.

Enucleato tale principio di diritto, la Corte annulla con rinvio l’ordinanza de qua provocando il forte clamore che solo una questione impetuosa poteva generare.