Il tempo di acquisto del bene come limite alla cd. confisca allargata: Cass. Pen. 51/2017

La confisca allargata, disciplinata dall’art. 12 sexies del D.L. 306 del 1992, non può riguardare ogni bene appartenente al soggetto che sia stato condannato o abbia patteggiato la pena, ma deve essere temporalmente circoscritta: questo è quanto statuito nella sentenza cass. pen. 51 del 2017.

Il ragionamento sul quale la Suprema Corte ha fondato la propria decisione può essere più agevolmente compreso in seguito ad una breve disamina dei tratti caratteristici della confisca in oggetto.

La confisca allargata è istituto fortemente discusso e di ricorrente applicazione giurisprudenziale, presenta la peculiarità per la quale la misura reale viene emanata in assenza del cd. nesso di pertinenzialità, come invece previsto nella figura di confisca tradizionalmente individuata nell’art. 240 c.p.. Nella confisca ordinaria, difatti, “assume rilievo la correlazione tra un determinato bene e un certo reato, nella prima [quella di cui all’art. 12 sexies] viene in considerazione il diverso nesso che si stabilisce tra un patrimonio ingiustificato e una persona nei cui confronti sia stata pronunciata condanna o applicata la pena patteggiata per uno dei reati indicati nell’articolo citato”.

In particolare, l’art. 12 sexies stabilisce che in presenza di una sentenza di condanna o di patteggiamento possa essere altresì disposta la confisca del denaro, dei beni o delle utilità sproporzionati rispetto al proprio reddito, di cui il condannato non riesca a giustificare la provenienza e di cui risulti esserne, anche per interposta persona, il titolare.

La misura ablativa, in sostanza, si fonda su una presunzione relativa, vincibile dalla prova contraria fornita dal soggetto condannato ma che, ciò nonostante, rimane di dubbia compatibilità con i principi che governano il diritto penale. A ciò aggiungasi che la scarna previsione normativa fa si che la determinazione dei presupposti per l’applicazione della misura patrimoniale sia sostanzialmente rimessa alla produzione giurisprudenziale.

La ratio che presiede tale forma di ablazione è da individuarsi nel  contrasto alle illecite accumulazioni di capitali, con il fine di evitare che questi ultimi possano essere riversati nel mercato, alterandone così il normale funzionamento.

La questione giunta all’esame della Suprema Corte origina da ordinanza di confisca conseguente ad una condanna definitiva per i delitti di usura continuata in concorso, realizzati nell’anno 2001. E’ importante precisare che il bene oggetto di provvedimento ablatorio era stato acquistato nel 1985.

Nella prima parte della sentenza il giudice della nomofilachia riconosce come ai fini di un legittimo sequestro preventivo finalizzato alla confisca allargata sia necessario accertare la sussistenza del fumus commissi delicti e del periculum in mora. Il primo consiste nella astratta configurabilità di uno dei reati in presenza dei quali può scattare l’art. 12 sexies, il secondo nella presenza di seri indizi sulla sproporzione dei beni rispetto al reddito dichiarato e sulla ingiustificata provenienza degli stessi.

La formulazione generica della norma non esclude, in linea di principio, che la valutazione di sproporzione possa riguardare ogni tipo di bene, sia presente, sia futuro, appartenente al patrimonio del soggetto condannato. Al fine di determinare con maggiore precisione l’ambito applicativo della confisca ex art. 12 sexies la Corte di Cassazione, negli anni, si è interrogata sulla relazione che – eventualmente – lega il reato alla data di acquisizione dei beni facenti parte del patrimonio del soggetto.

Nella sentenza in commento si rammenta la sentenza – del 2003 – delle Sezioni Unite cd. Montella, nella quale, riconosciuta l’irrilevanza del nesso di pertinenzialità tra il reato per il quale si è proceduto e il bene per il quale si provvede all’emanazione della misura reale, veniva affermato che la confisca dei singoli beni non è esclusa per il fatto che essi siano stati acquisiti in epoca anteriore o successiva al reato per cui è intervenuta condanna o che il loro valore superi il provento del medesimo reato”.

Da tale principio di diritto sembrerebbe potersi desumere che le Sezioni Unite abbiano voluto affermare che la misura patrimoniale possa essere legittimamente estesa ad ogni bene presente e futuro del condannato, prescindendo da ogni tipo di relazione tra la data di acquisizione del bene e la commissione del reato.

Tuttavia, tali affermazioni  non possono indurre a ritenere che le Sezioni Unite Montella abbiano del tutto svincolato il dato temporale di acquisizione del bene rispetto al periodo di commissione del reato; difatti, la Corte di Cassazione 2017 osserva come nel precedente giurisprudenziale sopra citato le misure di apprensione si riferissero a beni entrati a far parte del patrimonio del soggetto  proprio nel periodo in cui quest’ultimo era sospettato di aver posto in essere attività delittuose.

E’ evidente che in una tale situazione presumere che l’acquisizione del bene sia direttamente riconducibile al compimento delle attività delittuose sia legittimo, con l’effetto che la misura ablativa risulta giustificata ed in linea con la ratio legis.

Sulla scorta di quanto detto, la Suprema Corte 51/ 2017 ritiene doveroso distinguere tra due momenti temporali, quello precedente e quello successivo alla commissione del reato:

  • Per quanto riguarda gli acquisti successivi alla commissione del reato, viene condiviso l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale “la confisca prevista dall’art. 12-sexies D.L. 8 giugno 1992 n.306, non può essere disposta in relazione a beni acquistati dal condannato dopo la sentenza di condanna, giacché, da un lato si vanificherebbe ogni distinzione della disciplina di tale tipo di confisca con quella delle misure di prevenzione e, dall’altro, si attribuirebbero al giudice dell’esecuzione compiti di accertamento tipici del giudizio di cognizione”.

In particolare, il momento ultimo entro il quale può operare la presunzione di cui all’art. 12 sexies viene individuato nell’irrevocabilità della sentenza di condanna.

  • Per quanto riguarda gli acquisti precedenti alla commissione del reato la confisca allargata concerne senza dubbio i beni acquisiti durante l’attività delittuosa, ma anche, seppur entro un limite di ragionevolezza, i beni precedenti all’attività stessa.

Tuttavia, sarà necessario che tali beni non siano manifestamente estranei al reato, oppure acquisiti in tempo eccessivamente precedente alla commissione del fatto illecito.

Ciò posto, la Corte di Cassazione provvede alla risoluzione del caso di specie. Riscontrata la notevole distanza di tempo intercorsa tra l’acquisto del bene e la commissione del reato, e ritenuta mancante l’attività di ricostruzione della capacità patrimoniale del soggetto, i giudici di legittimità dispongono l’annullamento dell’ordinanza impugnata e il rinvio al GIP del Tribunale di Milano per nuovo esame della questione.

La sentenza in commento ha un rilievo che trascende la soluzione del caso di specie, dal momento che potrebbe costituire un importante precedente giurisprudenziale in materia di confisca allargata, evitando un’applicazione incontrollata dell’istituto in parola.

Desta tuttavia qualche perplessità la limitazione di “ragionevolezza” ipotizzata dalla Corte di Cassazione in relazione agli acquisti effettuati prima della commissione del reato, non tanto per l’apposizione in sé del limite alla confisca, quanto per la sua concreta applicazione. Il rischio che si cela dietro tale criterio sta nel fatto che l’effettiva determinazione della ragionevole distanza tra acquisizione del bene e compimento dell’attività illecita sia, di fatto, rimessa alla mera sensibilità dell’interprete, con conseguente sacrificio del principio di certezza del diritto.