stalking

Stalking: rispondere ai messaggi può far venire meno il reato

La Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta in tema di Stalking (art 612bis) al fine di chiarire alcuni aspetti della disciplina. La sentenza in parola inoltre detta importanti precisazioni in materia di violenza sessuale.

L’art 612 bis cp intitolato “atti persecutori” è un reato inserito dal legislatore al fine di tutelare il bene giuridico costituito dalla libertà morale della persona.

Gli atti persecutori, consistono in condotte di tipo vessatorio che determinano la mortificazione delle condizioni soggettive della vittima, tanto da incidere sul modo di conformare il proprio comportamento in termini di autonomia e da turbare quegli aspetti, complementari ma indispensabili, di quiete e di tranquillità, sui quali una siffatta autonomia necessariamente di fonda.

Le condotte molestatrici devono risultare “assillanti”, termine da riferire soprattutto alle conseguenze cagionate alla vittima. La configurabilità del reato è, infatti, caratterizzata sotto l’aspetto materiale non solo dall’elemento tempo, ma dall’evento in termini di pregiudizio alla persone da porre in stretta correlazione con il dato della ripetitività. In base a questi principi può affermarsi che per il configurarsi del reato in parola non sarà sufficiente una condotta circoscritta ad una serie di atti di disturbo, non seguita dall’evento di danno sulla persona, così come non integrerebbe la figura criminosa in parola una condotta tale da provocare un senso di paura o di stress non preceduto o caratterizzato da una ripetitività dell’azione.

Nel caso in esame il Tribunale aveva ritenuto non sussistenti i requisiti del reato di atti persecutori in quanto non erano configurabili tutti gli elementi costitutivi. In particolare, a detta dei giudici di merito, la giovane, vittima di continui messaggi e telefonate da parte dell’ex fidanzato, non avrebbe interrotto ogni forma di dialogo con il “persecutore” ma, all’opposto, perseguiva nello scambio di messaggi telefonici.

Il reato previsto e punito dal 612 bis cp esige, infatti, una reiterazione dei comportamenti minacciosi nei confronti del soggetti che si opponga in modo reciso ad essi, mentre nel caso in esame la ragazza, perseguendo nel dialogo telefonico si sarebbe prestata a una sorta di complicità implicita incompatibile con la struttura del reato in esame.

Avverso tale decisione ricorreva il Pubblico Ministero.

Sul punto però la Corte di Cassazione (cassazione 9221 2016)  in commento, ha confermato le acquisizioni del Tribunale di merito. Per i giudici della Cassazione, infatti, le valutazioni dei giudici di merito sono privi di vizi in quanto nonostante le continue minacce il comportamento della giovane vittima sono risultati incongrui: il perseguire il rapporto telefonico con il proprio interlocutore anziché prenderne le distanze e l’accettare l’incontro “chiarificatore” (poi sfociato in violenza sessuale) non appaiono compatibili con i presupposti richiesti per la configurazione del reato in parola.

Per la Corte, dunque, laddove il comportamento del soggetto passivo in qualche modo assecondi il comportamento del soggetto agente, viene meno il requisito indispensabile del mutamento radicale delle proprie abitudini e la situazione di ansia che segna in modo irreversibile la vita della vittima.

La sentenza in oggetto risulta interessante anche per alcuni chiarimenti in tema di violenza sessuale.

L’incontro “chiarificatore” tra i giovani sfociò, infatti, in un rapporto sessuale. Tale rapporto è stato ritenuto, dai giudici di merito, non inquadrabile all’interno della fattispecie di reato. Tale affermazione si basava essenzialmente su alcuni dati fattuali come l’assenza di lesioni fisiche sulla ragazza, l’assenza di strappi sugli indumenti e le modalità di conclusione del rapporto stesso.

La Corte di Cassazione nella sentenza in parola, riprendendo precedenti principi affermati dalla Corte, sconfessa tali affermazioni.

È un principio ormai consolidato sia in dottrina che in giurisprudenza che il consenso al rapporto sessuale debba risultare presente durante l’intero arco del rapporto sessuale. Erra dunque, a parere della Corte di Cassazione,  il Tribunale nel dichiarare che l’avvenuta eiaculazione interna contro la volontà della ragazza  possa essere qualificata come produttiva “soltanto di una sorta di rammarico che nulla toglieva alla natura consensuale iniziale del rapporto sessuale”. Cosi ragionando, infatti, si frantuma il concetto di atto sessuale che invece va riguardato in modo globale ed in ogni sua componente per essere giudicato non voluto o meno.

L’affermazione dei giudici di merito risulterebbe inoltre mortificante per la stessa libertà di autodeterminazione della persona offesa,  non può infatti negarsi che rientri nella libertà di autodeterminazione di uno dei pertners quello di concludere il rapporto sessuale senza eiaculazione interna, pur desiderando l’amplesso. Sicchè è evidente che laddove l’eiaculazione avvenga contro la volontà del partner dissenziente, questo caratterizza in negativo il rapporto sessuale che il partner aveva  accettato a determinate condizioni. Ammettere il contrario e, dunque, ricondurre un rapporto sessuale di tal fatta nell’alveo della normalità, significa vanificare la libertà di autodeterminazione del partner, laddove è proprio il bene della libertà della persona a costituire il bene giuridico protetto dalla norma.

Le relazioni sessuale costituiscono, infatti, uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, rientranti tra i diritti inviolabili tutelabili costituzionalmente. Se da un lato la libertà sessuale va considerata come libertà di espressione e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona e, dunque inviolabile, è del parimenti innegabile che tale libertà non è indisponibile, occorrendo una forma di collaborazione reciproca tra i soggetti che vengono in relazione tra loro: collaborazione che però deve permanere senza soluzioni di continuità e incertezza comportamentali per l’intera durata del rapporto. Su tali presupposti è possibile affermare che il mutamento dell’originario consenso iniziale, anche limitatamente alle modalità di conclusione del rapporto, rientra a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.

 

Mario Pagnozzi

 

scarica qui la sentenza evidenziata nei suoi passaggi chiave: cassazione 9221 2016