Speciale tenuitA� ex art. 62 n. 4 c.p. e art. 73 DPR 309/1990: Cass. Pen. 8512/2017

La compatibilitA� della circostanza attenuante comune di cui all’art. 62 n. 4 c.p.,A�la��aver conseguito un lucro di speciale tenuitA� connesso ad un evento dannoso o pericoloso di speciale tenuitA�, con il delitto di cessione di sostanze stupefacenti previsto e punito dalla��art. 73 D.p.r. 309/90, A? stata di recente affrontata dalla CASSAZIONE PENALE N.8512-2016A�(in allegato schematizzata e sottolineata nei passaggi fondamentali).

I dubbi interpretativi nascono dal ristretto ambito di applicazione della��attenuante de quo, che, per volontA� espressa del legislatore A? configurabile per reati contro il patrimonio o per reati commessi per finalitA� di lucro. Il perimetro delineato originariamente dalla norma, invero, escludeva le sole fattispecie incriminatrici poste a tutela di beni diversi dal patrimonio, essendo configurabile un danno patrimoniale di speciale tenuitA� in quei delitti contro il patrimonio o che, comunque lo offendono. Successivamente, con una riforma del 1990, si A? estesa la��attenuante anche ai reati commessi con finalitA� di lucro, inteso quale vantaggio economico derivante dalla realizzazione del reato.

Nonostante la��estensione a ulteriori ipotesi, la norma ha sempre destato non pochi dubbi interpretativi, circa i presupposti richiesti per la sua configurabilitA�.

Il n.4 della��art.62 c.p. fa riferimento a due distinte ipotesi: la prima, speculare alla��aggravante di cui alla��art.61 n.7 del danno di rilevante gravitA�, in cui viene in rilievo il concetto di danno cagionato al soggetto passivo, di natura patrimoniale, il cui valore A? determinabile, sia in base alle valutazioni della generalitA� dei consociati, che tenendo conto delle condizioni economiche e sociali della vittima, secondo un criterio soggettivo-oggettivo.

La lesione patrimoniale, intesa in senso economico-giuridico secondo la consolidata impostazione sul concetto di patrimonio, deve essere, ai fini della contestazione e riconoscimento della��attenuante, di speciale tenuitA�, dunque lieve e non in grado di determinare un pregiudizio rilevante. A tal fine la��interprete deve non solo considerare il modesto valore commerciale della��oggetto della condotta, ma, altresA�, in via sussidiaria, la natura trascurabile o meno della lesione, tenendo conto della posizione economica della persona offesa. [1]

Quanto alla seconda ipotesi, che viene in rilievo nel caso trattato dalla Suprema Corte nella sentenza in commento, si fa riferimento alla speciale tenuitA� del lucro conseguito o conseguendo, nei delitti determinati da finalitA� di lucro, purchA� anche la��evento dannoso o pericoloso sia di speciale tenuitA�.

Orbene, tale ipotesi, pur incentrando la meritevolezza della circostanza attenuante sulla speciale tenuitA�, richiede congiuntamente due diversi presupposti: il conseguimento di un lucro di lieve entitA� e la causazione di un evento tenue, cioA? di speciale tenuitA� per grado o per qualitA�.

La giurisprudenza prevalente sostiene in relazione alla configurabilitA� di tale attenuante che: a�?la circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuitA� A? applicabile ad ogni tipo di delitto, indipendentemente dalla natura giuridica del bene oggetto di tutela, e quindi anche a quei delitti che trovino “la causa sceleris” (e cioA? la spinta a delinquere) in un motivo di lucro, in termini di volontA� di acquisire, quale risultato dell’azione delittuosa, un vantaggio patrimoniale, purchA� la speciale tenuitA� riguardi congiuntamente l’entitA� sia del lucro (conseguendo o conseguito) che dell’evento dannoso o pericoloso. a�?[2]

Inoltre, sul concetto di evento A? stato piA? volte precisato che: A�a�?la��espressione “evento dannoso o pericoloso”, dovendo ritenersi riferita alla nozione di evento in senso giuridico, A? difatti idonea a comprendere qualsiasi offesa penalmente rilevante purchA� essa sia, e in astratto (in relazione alla natura del bene giuridico oggetto di tutela) e in concreto (con contestata), di tale particolare modestia da risultare “proporzionata” alla tenuitA� del vantaggio patrimoniale che l’autore del fatto si proponeva di conseguire o ha in effetti conseguitoa�?[3]

Proprio questo argomento A? stato sostenuto come dirimente circa la��incompatibilitA� della��attenuante de quo con delitti connotati da particolare disvalore penale per la��allarme sociale destato, come il delitto di cessione di sostanze stupefacenti di cui alla��art. 73 D.p.r. 309/1990.

Nella sentenza in commento, infatti, la Suprema Corte fa un excursus giurisprudenziale, partendo proprio dalla tesi negazionista, poi ritenuta priva di pregio normativo e interpretativo.

Secondo una impostazione assai diffusa in giurisprudenza, sostenuta nel caso in concreto dal Procuratore Generale ricorrente, la��attenuante del danno di speciale tenuitA� non A? applicabile al reato de quo, nonostante si tratti di delitto per finalitA� di lucro.

Gli argomenti addotti a sostegno di questo indirizzo sono diversi.

Innanzitutto, pur potendosi configurare un lucro tenue, alla luce delle considerazioni sopra svolte (criterio misto oggettivo-soggettivo), non potrebbe realizzarsi un evento di speciale tenuitA� per qualitA� o per grado. Infatti i reati in materia di stupefacenti sono caratterizzati da un particolare disvalore penale, conseguenza della��allarme sociale destato nella collettivitA�. Si tratta di reati plurioffensivi, perchA� tutelano beni costituzionalmente protetti quali la salute pubblica, gravemente pregiudicata dalla diffusione delle sostanze droganti, e la��ordine pubblico, considerato che le norme incriminatrici mirano a stigmatizzare fenomeni criminali che realizzano flussi economici illeciti, paralleli alla sana economica di mercato.

Inoltre, sostengono i fautori di tale indirizzo negazionista, il legislatore ha giA� preveduto una diminuente di lieve entitA� nello stesso art. 73 d.p.r. 309/1990 al comma V, oggi considerata autonoma fattispecie di reato sottratta al giudizio di bilanciamento delle circostanze. Il comma 5 della��art. 73, infatti, prevede una cornice edittale inferiore (da sei mesi a quattro anni e la multa da euro 1.032 a euro 10.329) per quei fatti connotati da lieve entitA�, per i mezzi, le modalitA� o le circostanze della��azione ovvero per le qualitA� delle sostanze. Ne deriverebbe una indebita duplicazione di benefici sanzionatori ove si riconoscesse applicabile a tale fattispecie di cui al comma 5, la��art. 62 n.4 c.p.

Alla luce delle suesposte considerazioni, la Corte di Cassazione, con una interpretazione progressista, smonta le argomentazioni di tale indirizzo giungendo alla piena compatibilitA� della��attenuante di cui alla��art. 62 n.4 c.p. con il reato di cessione di droga ed, in particolare, con la fattispecie di lieve entitA� di cui al comma 5 della��art. 73 d.p.r. 309/1990.

Nella pars destruens, la Suprema Corte analizza e confuta entrambe le argomentazioni descritte.

Quanto alla��impossibilitA� di realizzare, nei reati in materia di stupefacenti, eventi di speciale tenuitA�, asserisce che tale affermazione A? a�?tanto assoluta quanto apoditticaa�?. Infatti, rifuggendo da assunti aprioristici, la Corte promuove approcci concreti, che tengano conto delle circostanze fattuali del caso concreto, tenuto conto che una simile affermazione non trova giustificazione in massime di esperienza scientificamente fondate e genericamente accettate.

Secondo un criterio storico-logico, nulla osta a che sia in astratto configurabile un delitto connotato dalla minima entitA� della��offesa arrecata nel caso concreto al bene tutelato. La volontA� del legislatore storico, infatti, vira in tal senso. La��introduzione della fattispecie di cessione di lieve entitA�, comma 5 art. 73, fa emergere la volontA� di trattare e punire piA? lievemente quei fatti che, per dati fattuali concreti, si palesano come meno gravi, e di speciale tenuitA�, secondo un principio di ragionevolezza quale proiezione del principio di uguaglianza ex art. 3 Costituzione.

Se il legislatore avesse voluto escludere a priori, dal panorama dei delitti in materia di droga, fatti marginali, con un portato di minore offensivitA�, non avrebbe di certo introdotto il comma 5, dapprima ritenuto circostanza attenuante e poi qualificato come autonoma fattispecie di reato da sottrarre alla disciplina delle circostanze.

Va sottolineato, altresA�, come seppur parzialmente sovrapponibili, le due ipotesi trattate (art. 73, comma 5 e art. 62 n.4) hanno un elemento differenziale: la��attenuante comune prevede un quid pluris, il motivo lucro il cui conseguimento si connota per speciale tenuitA�, specializzante rispetto al comma 5, che le attribuisce, pertanto, un ambito di applicazione piA? ampio. Ne deriverebbe una interpretatio abrogans della��attenuante de quo per i reati in materia di stupefacenti, priva di qualsivoglia pregio normativo ed ermeneutico.

Anche il dato letterale non sembrerebbe far trasparire una diversa intenzione.

La��art. 62 n.4 al secondo periodo tratta proprio dei delitti commessi con finalitA� di lucro, nel cui alveo A? certamente riconducibile il reato di cessione a terzi, senza clausole sussidiarie o escludenti.

La Corte di Cassazione compie uno sforzo interpretativo ulteriore.

Spaziando tra il criterio storico-logico e quello sistematico, giunge ad analizzare i recenti interventi normativi, che hanno infuso nuova linfa al diritto penale, segnando innovazioni e approdi, sul cui forte impatto non A? dato discutere. Il riferimento A?, senza ombra di dubbio, alla��art. 131 bis c.p. che ha introdotto, nel 2015 la circostanza di esclusione della punibilitA� per particolare tenuitA� del fatto per i reati puniti con pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni.

Ebbene, il fatto previsto dalla��art. 73 al comma 5, A? perfettamente rientrante nella suesposta circostanza, ragion per cui A? pienamente riconoscibile la��esclusione della punibilitA� se la��offesa A? di particolare tenuitA� e il comportamento risulta non abituale. La minima offensivitA�, per grado e per qualitA�, A? fenomeno considerato dal legislatore, per ragioni di opportunitA� e ragionevolezza.

In conseguenza di quanto detto, la Corte conclude per la compatibilitA� della��attenuante della speciale tenuitA�, offrendo una nuova prospettiva alla��operatore giuridico, il quale in presenza di fenomeni di lieve entitA�, per lucro, per lesione del bene protetto potrA� riconoscere la��attenuante di cui alla��art. 62 n.4 c.p., nonchA? la��esclusione della punibilitA� ex art. 131 bis c.p. ove ne ricorrano i presupposti.

Il portato offensivo della condotta dovrA� essere verificato valutando, nel complesso, il quantitativo ceduto, la��ulteriore diffusione dello stesso, il numero delle dosi medie singole in concreto ricavabili, il numero potenziale di acquirenti.

In conclusione possiamo trarre questo principio di diritto: a�?Va pertanto ribadito, anche con riferimento ai delitti in tema di stupefacenti, che a seguito della nuova formulazione dell’art. 62 n. 4 cod. pen., recata dall’art.2 L. 7 febbraio 1990, n. 19, la circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuitA� A? applicabile ad ogni tipo di delitto commesso per un motivo di lucro, indipendentemente dalla natura giuridica del bene oggetto di tutela, purchA� la speciale tenuitA� riguardi congiuntamente l’entitA� del lucro(conseguendo o conseguito) e dell’evento dannoso o pericoloso.a�? Ne consegue che la circostanza attenuante del conseguimento di un lucro di speciale tenuitA� di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen. A? applicabile al reato di cessione di sostanze stupefacenti in presenza di un evento dannoso o pericoloso connotato da un ridotto grado di offensivitA� o disvalore sociale, ed A? compatibile con la fattispecie del fatto di lieve entitA�, prevista dall’art. 73, comma quinto, d.P.R. n. 309/1990a�?.

Annalisa Imparato

 

[1] a�?Al fine di accertare la tenuitA� del danno, bisogna verificare la sussistenza di tale carattere prima sotto il profilo oggettivo, in base al valore della res o della somma, e poi sotto quello soggettivo, in relazione alle condizioni economiche del soggetto passivo. Qualora perA? l’esito della prima considerazione sia negativo, la seconda indagine A? del tutto superflua.a�? Cassazione pen., sez. II, 21/01/92- Cfr. Cassazione pen., sez. IV, 9/03/04, n. 20303.Cassazione pen., sez. II, 22/11/06, n. 41578- Cassazione pen., sez. V, 9/07/08, n. 33470.

[2] Cassazione pen., sez. V, 19/10/05, n. 43342. In senso conforme, Cassazione pen., sez. V, 14/11/90, Fonti: Giust. pen. 1991, II,457:

[3] Vedi nota n.2

 

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