131bis

Sezioni Unite: art. 131 bis e reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento alcolemico

Con la sentenza n. 13682 del 6 aprile 2016 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si occupano della compatibilità dell’art. 131 bis con il reato ex art. 186 co.7 del codice della strada.

 

Preliminarmente bisogna inquadrare questa decisione in una più ampia operazione compiuta della Suprema Corte e tesa ad definire il rapporto fra l’art. 131 bis e l’art. 186 cds. Operazione che ha prodotto due sentenze delle Sezioni Unite, finitime per argomento, ragionamento e per risultato.

Una prima sentenza n. 13681 (già commentata su questo sito e a cui si rimanda con il link sottostante)

Art. 131bis c.p. e guida in stato di ebbrezza: per le Sezioni Unite sono compatibili

concernente la compatibilità fra l’art. 131 bis e l’art. 186 co 2 del cds ed una seconda (scaricabile qui sezioni unite 2016 13682)  che guarda al rapporto fra l’art. 131 bis e l’art. 186 co 7 del cds e che ne sancisce la compatibilità.

Risultato, che la Corte spiega attraverso un ragionamento fondato sulla analisi della struttura, della ratio della norma codicistica per poi calarla sul caso di specie.

A dare il là a questa operazione è la presenza di una ordinanza di rimessione che considera la norma del codice della strada come una fattispecie sempre uguale nella sua estrinsecazione, capace di generare un reato istantaneo. Da ciò scaturisce, secondo l’ordinanza, l’impossibilità di una graduazione della offensività della condotta ex art. 131 bis e il conseguente rigetto della visione della compatibilità in presenza di quella contravvenzione, in antitesi con la interpretazione promossa dalla sentenza Pasolini.

Per corroborare ciò, inoltre, l’ordinanza si rifà anche al tipo di bene giuridico protetto (la sicurezza nella circolazione stradale) dalla norma. Un bene di rilievo pubblico, dotato di una tutela rafforzata e non soccombente in un giudizio di bilanciamento con un interesse del singolo. Pertanto, dalla valutazione degli interessi in gioco desume la impossibilità di applicare le graduazioni ex art. 131 bis rispetto all’art. 186 co 7 cds.

Tuttavia la Suprema Corte respinge con forza questa visione.

Preliminarmente la Corte si sofferma sulla natura della norma e  sulla sua applicazione nel casus concreto.

Trattandosi di una causa di non punibilità, l’art. 131 bis è una norma di diritto sostanziale, la cui applicazione è particolarmente ampia tanto che può ricorrere anche in una domanda promossa per ricorso per cassazione, laddove si dimostri l’impossibilità di eccepirla in appello.

Per la sua natura, inoltre, la norma sottostà alle coordinate dell’art. 2 co 4 c.p. (retroattività della lex mitior) che impongono al giudice un rilievo di ufficio ex art. 609 co 2 cpp, persino laddove il ricorso risulta essere inammissibile ( Sez. Un. . 46653 dei 26/06/2015). Situazione che si lega al possibile ricorso ai poteri decisori della Corte ex art. 620 co 1 lett l) o ad una decisione ex art. 129 cpp.

Dopo aver chiarito questi aspetti la Corte procede ad una indagine sulla norma ex art. 131 bis.

Le Sezioni Unite dichiarano la necessità di procedere ad una valutazione non astratta della norma, bensì testuale.

Si tratta di una norma particolare che è basata su di un presupposto quale il limite edittale massimo della pena, dalla non abitualità del comportamento; da un fatto particolarmente tenue da valutare alla stregua di tre indicatori: modalità della condotta, esiguità del danno e dal grado di colpevolezza.

Pertanto, l’ordinanza di rimessione pecca, per il Supremo Consesso, di astrattezza laddove legge l’art. 131 bis come corollario del principio di offensività. Dimostrando, in tal modo, di non leggere lo iato fra il principio e la norma del codice penale.

Guardando alla offensività la Corte evoca un principio cardine dell’ordinamento penale, oramai costituzionalizzato, attinente “l’essere o il non essere del reato o della circostanza”.

Principio che permette di individuare gli elementi fattuali del reato dotati di tipicità.

Proprio questa funzione a parere delle Sezioni Unite dimostra la impossibilità di applicare tale principio ex art. 131 bis che si muove su di una fattispecie legale. Semplificando si potrebbe asserire che l’art. 131 bis si riferisce ad una operazione successiva alla tipicizzazione del fatto in cui si richiede all’interprete una mera valutazione della esiguità del fatto storico.

Eliminata la confusione ideologica, la Corte si sofferma sul fine perseguito dal legislatore con la emanazione dell’art. 131 bis.

In primo luogo la Corte sottolinea che la causa di non punibilità ex art. 131 bis, connotata come diritto penale sostanziale, sorge per finalità di proporzione e di extrema ratio che si connettono anche con esigenze deflattive del contenzioso. Da ciò emerge che una norma che espunge dall’ordinamento penale dei fatti marginali che non necessitano, in virtù di una nuova ponderazione di origine legislativa, di pena e al contempo permette di non azionare la inutilmente l’esosa macchina giudiziaria.

Per giungere a tale fine, però, il legislatore modella una norma dalla struttura complessa fondata su dei presupposti e su dei requisiti precipui. Alla base di tutto vi è l’assenza di una “offesa tenue o grave archetipata” che apre ad una valutazione dell’interprete del fatto storico.

Pertanto, per la Corte “E’ la concreta manifestazione del reato che ne segna il disvalore. Come è stato persuasivamente considerato, qualunque reato, anche l’omicidio, può essere tenue, come quando la condotta illecita conduce ad abbreviare la vita solo di poco”.

In tale ambito al giudice è demandato il compito di analizzare il comportamento tenuto nel fatto storico.

In sostanza si richiede all’interprete una valutazione sulla “l’entità, l’oggetto, gli effetti della condotta ed ogni altro elemento significativo”.

Emerge da questa analisi “la distinzione tra fatto legale, tipico, e fatto storico, situazione reale ed irripetibile costituita da tutti gli elementi di fatto concretamente realizzati dall’agente; secondo l’insegnamento espresso nella pagina fondativa del fatto nella teoria generale del reato.”

È palese pertanto che la norma ex art. 131 bis si riferisce al fatto storico in quanto lo stesso è già fatto tipico.

Questa ricostruzione, inoltre, risulta rafforzata anche dalla necessità di effettuare una valutazione secondo i dettami dell’art. 133 co 1 cp.

Trattandosi di una norma che determina, fra l’altro, l’intensità del dolo, dimostra la possibilità di effettuare una ponderazione della condotta per definire l’esiguità del reato o del pericolo (“Essendo richiesta la ponderazione della colpevolezza in termini di esiguità e quindi la sua graduazione, è del tutto naturale che il giudice sia chiamato ad un apprezzamento di tutte le rilevanti contingenze che caratterizzano ciascuna vicenda concreta ed in specie di quelle afferenti alla condotta”).

Lo stesso approccio è utilizzato anche in merito alla ponderazione del danno e del pericolo. Infatti, la corte registra ancora una volta la presenza di un spazio valutativo del giudice in mancanza di preclusioni (addirittura si supera la critica dei reati soglia) specifiche. Pertanto l’esiguità resta ancorata ad “una valutazione congiunta degli indicatori afferenti alla condotta, al danno ed alla colpevolezza”.

Visione corroborata dalla giurisprudenza che ammette, in alcuni casi, la compatibilità della norma con delle ipotesi in cui è prevista la circostanza della lieve entità del danno e del pericolo e dall’altro dalla presenza di  norme che statuiscono la impossibilità di tale risultato in presenza di lesioni gravissime.

Riprendendo le parole della Corte, attraverso tale modalità di indagine “ è stata accolta in tutto e per tutto la concezione gradualistica dei reato già nitidamente scolpita nell’insegnamento Carrariano: «nella ricerca sul grado si esamina un fatto nelle eccezionali accidentalità dei suo concreto modo di essere nella individualità criminosa nella quale si estrinseca»; e, nel rispetto della legge, tale giudizio non può che essere rimesso al magistrato «perché l’uomo deve essere condannato secondo la verità e non secondo le presunzioni»”.

Alla luce di tali postulati teorici la Corte applica tali coordinate al casus.

Si tratta di una ipotesi in cui l’imputato si rifiutò di sottoporsi all’accertamento alcolemico ex art. 186 co 7 cds. Norma che la Corte legge non in maniera isolata, ma unita all’ipotesi ex art. 2 art. 186 (non a caso oggetto della precedente decisione della Corte).

Qui emerge una fattispecie ascrivibile ai reati di pericolo presunto, di natura contravvenzionale.

Per la Corte “si tratta di illeciti che presentano un forte legame con l’archetipo della pericolosità e garantiscono, anzi, il rispetto del principio di tassatività, assicurando la definita conformazione della fattispecie alla stregua di accreditate informazioni scientifiche e di razionale ponderazione degli interessi in gioco; ed eliminando gli spazi di vaghezza e discrezionalità connessi alla necessità di accertare in concreto l’offensività dei fatto. Da tale ricostruzione della categoria discende che, accertata la situazione pericolosa tipica e dunque l’offesa, resta pur sempre spazio per apprezzare in concreto, alla stregua della manifestazione del reato, ed al solo fine della ponderazione in ordine alla gravità dell’illecito, quale sia lo sfondo fattuale nel quale la condotta si inscrive e quale sia, in conseguenza, il concreto possibile impatto pregiudizievole rispetto al bene tutelato”.

Pertanto, anche in queste ipotesi residua uno spazio per il sindacato del giudice ex art. 131 bis in cui verificare la pericolosità o la lesione concretamente realizzata così da potere applicare o meno la causa di non punibilità.

Alla luce dei criteri descritti la Suprema Corte, pur registrando la compatibilità delle norme di cui si discute, condanna l’imputato per essere rifiutato di sottoporsi a tale test in presenza di una serie di indici che dimostravano il suo stato di alterazione psico fisica e la pericolosità concreta derivante dalla circolazione stradale.

 

Scarica qui il testo della sentenza sezioni unite 2016 13682 evidenziata nei suoi passaggi chiave