Risarcimento dei nipoti in caso di morte del nonno per fatto illecito altrui. Cass. 21230/16.

La convivenza, di per sé, non costituisce il discrimine per riconoscere o meno il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale in capo ai superstiti, ma rappresenta, insieme ad altri dati, un elemento di prova capace di dimostrare: l’esistenza del rapporto sentimentale leso e lo spessore del quantum debeatur.

Questi postulati emergono dalla sentenza n. 21230/16 del 20/10/16 della Corte di Cassazione Sez. III  (sentenza qui scaricabile e annotata nei suoi passaggi chiave corte-di-cassazione-sentenza-21230-2016), in cui la Corte era chiamata ad affrontare un ricorso per impugnazione della decisione della Corte di Appello che respingeva, conformemente a quanto statuito in primo grado, la domanda di risarcimento iure proprio, per danno da perdita parentale, formulata da alcuni nipoti in seguito al decesso della loro nonna, avvenuto per un sinistro stradale cagionato da un fatto illecito altrui.

Col primo motivo i ricorrenti denunciavano la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043-2059 c.c. e degli artt. 2-3-29-31-32 Cost, sotto il profilo della lesione dell’art. 360 co 3 c.p.c.

In particolare, i ricorrenti contestavano la decisione di secondo grado e il principio di diritto su cui si fondava. Principio mutuato in pieno dalla decisione della Cass. n.4253/12, “secondo cui il risarcimento da fatto illecito a soggetti estranei al ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza”.

 I ricorrenti al contrario sostenevano un differente orientamento giurisprudenziale per cui la morte di un congiunto, per fatto illecito altrui, genera una sofferenza interiore qualificabile come un danno non patrimoniale diretto e ingiusto, lesivo di valori costituzionali e di diritti inviolabili della persona. Sofferenza che sul piano probatorio, data la sua natura, necessita di una indagine fondata su presunzioni e su dati indiziari che “opportunamente valutati, con il ricorso ad un criterio di normalità, possano determinare il convincimento del giudice in ordine alla sussistenza di un bene leso] e da tutelare (quello derivante del vincolo familiare), senza che un requisito in via esclusiva o condizionante (la coabitazione), ne determini la sussistenza o meno”. Aggiungevano, inoltre, come dimostrato dalle Tabelle in uso presso molti tribunali, che la convivenza rappresenta nella prassi risarcitoria un indice per determinare il quantum debeatur e non un elemento condizionante il risarcimento.

Il motivo appare fondato per la Suprema Corte.

Quest’ultima perviene a tale risultato ripercorrendo i motivi adottati dalla Corte territoriale per rigettare l’appello: mancanza di convivenza fra nonni e nipoti; mancanza degli elementi probanti la sussistenza del rapporto parentale leso.

In merito alla prima ratio decidendi della Corte territoriale la Cassazione respinge l’orientamento restrittivo adottato e fondato sulla idea per cui in caso di danno da perdita parentale “ è necessario che sussista una situazione di convivenza  in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell’art. 2 Cost. (Cass. 16 marzo 2012, n. 4253)”.

Per la Cassazione tale visione mostra, in sostanza, una sorta di discriminazione dei soggetti interessati derivante dell’incongruo bilanciamento degli interessi in gioco.

Precisa, pertanto, che sebbene occorra conciliare la salvaguardia del superstite per la sua perdita (lesione di rapporto parentale come valore di matrice costituzionale) con quella di evitare l’ampliamento smisurato del novero dei soggetti secondari da risarcire, non appare corretto utilizzare come strumento di bilanciamento fra questi due poli “il dato esterno ed oggettivo della convivenza”.

Infatti, dalla applicazione automatica di tale postulato, deriva, per la Cassazione, un effetto paradossale per cui “nell’ambito del danno non patrimoniale per la morte di un congiunto, il rapporto nonni-nipoti debba essere ancorato alla convivenza per essere giuridicamente qualificato e rilevante, con esclusione nel caso di non sussistenza della convivenza, della possibilità di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto”.

A supporto di tale visione critica, inoltre, la Corte utilizza anche un breve, ma rilevante, excursus storico inerente la giurisprudenza recente sul danno non patrimoniale (2059 c.c.).

Incipit di tale percorso è la rievocazione delle decisioni del 2003 (sentenze n. 8827 e n. 8828 del 31/05/2003) cha hanno riformulato i presupposti del danno non patrimoniale, poi ripresi e completati dalle S.Un. del 2008 n. 26972.

Proprio le S.Un. richiamate “in virtù del principio della tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionali inviolabili, hanno esteso la tutela ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione e, per effetto di tale estensione, hanno ricondotto nell’ambito dell’art. 2059 c.c., anche la tutela riconosciuta ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.) con la precisazione che il danno non patrimoniale da perdita o compromissione del rapporto parentale nel caso di morte o di procurata grave invalidità del congiunto consiste nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto (v. in particolare sentenze n. 8827 e n. 8828/2003)”. Specificando, inoltre, che si tratta di un danno conseguenza e non di un danno in re ipsa.

Alla luce di tali postulati, per la Cassazione, bisogna rileggere il concetto di famiglia così da adeguarlo alla reale tutela dei valori che la stessa sottende. In particolare, la Corte afferma che, in tale contesto, è necessario affrancarsi dalla lettura della società familiare ex art. 29 Cost, intesa come famiglia nucleare, ed aprirsi ad un rapporto allargato in cui i figli possano godere di un rapporto coi nonni diretto, giuridicamente rilevante, senza il filtro o la mediazione dei propri genitori. Visione confermata, per la Cassazione, da una serie numerosa di norme codicistiche, fra cui spiccano quelle contenute negli artt. 72 (linee di parentela), 76 (computo dei gradi) e soprattutto l’art. 317 bis circa i rapporti con gli ascendenti. Dal complesso giurisdizionale e normativo, pertanto, la Corte trae gli spunti necessari e sufficienti ad aprire ad un ampliamento concreto dei superstiti, bilanciato da un onere di prova esteso a più elementi e non ancorato solo alla convivenza.

Non a caso la Cassazione precisa che l’idea contenuta nella decisione 4253/12 per cui, per il risarcimento, è necessaria la convivenza è da respingere perché in tal guisa “ si esclude apriori il diritto del nipote non convivente al risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale sulla base di un elemento estrinseco, transitorio e del tutto casuale quale è quello della convivenza, di per sé poco significativo, ben potendo ipotizzarsi convivenze non fondate su vincoli affettivi ma determinate da necessità economiche, egoismi o altro e non convivenze determinate da esigenze di studio o di lavoro o non necessitate da bisogni assistenziali e di cura ma che non implicano, di per, sé, carenza di intensi rapporti affettivi o difetto di relazioni di reciproca solidarietà”.

La stessa Corte, non accontentandosi di aver minato i presupposti dell’orientamento accolto dalla Corte di Appello, evoca, per suffragare la propria posizione, un altro filone giurisprudenziale idoneo a corroborare quanto già asserito.

Il rinvio è alle decisioni inerenti il riconoscimento del danno per perdita parentale in capo al coniuge legalmente separato (Cass. 17/01/2013, n. 1025, Cass. 12/11/2013, n. 25415).

Quest’ultimo, infatti, è reputato come un soggetto in astratto non incompatibile con la posizione di danneggiato secondario in caso di morte dell’ex coniuge.

Proprio quest’ultimo orientamento dimostra la diversa rilevanza da riconoscere alla convivenza nell’alveo dell’innovata idea di famiglia.

Infatti, la Cassazione precisa che “Se dunque la convivenza non può assurgere a connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali ovvero a presupposto dell’esistenza del diritto in parola, la stessa costituisce elemento probatorio utile, unitamente ad altri elementi, a dimostrare l’ampiezza e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro i parenti e a determinare anche il quantum debeatur”.

Circa il secondo motivo i ricorrenti denunciano l’errore della Corte di Appello che ha ritenuto inammissibili le richieste istruttorie.

In particolare la Cassazione richiama il principio per cui “nelle controversie soggette al rito del lavoro, la parte, la cui prova non sia stata ammessa nel giudizio di primo grado, deve dolersi di tale mancata ammissione attraverso un apposito motivo di gravarne, senza che possa attribuirsi significato di rinuncia o di acquiescenza al fatto di non aver ripetuto l’istanza di ammissione nelle conclusioni di primo grado, in quanto non essendo previste, in detto rito, udienze di mero rinvio o di precisazione delle conclusioni, ogni udienza è destinata alla decisione e, pertanto, qualora le parti abbiano tempestivamente articolati mezzi di prova nei rispettivi atti introduttivi, il giudice non può desumere l’abbandono delle istanze istruttorie dalla mancanza di un’ulteriore richiesta di ammissione nelle udienze successive alla prima”.

Tralasciando gli altri motivi, peraltro respinti o assorbiti, la Cassazione accoglie il ricorso e dimostra di essere completamente favorevole ad una interpretazione foriera di un risarcimento per il superstite in linea con le coordinate di un risarcimento del danno come tutela minima da offrire a chi dimostri un danno ingiusto secondo le coordinate ex artt. 2043-2059 del c.c.