Rimessa alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale dell’art. 73 comma 1 Dpr 309/90

La Corte di Cassazione con l’ordinanza del 12 gennaio 2017 n.1418  ha rimesso alla Corte Costituzionale la valutazione sulla legittimità costituzionale dell’art. 73 comma 1 del T.U. sugli stupefacenti.

Nel caso di specie il tribunale di Imperia aveva condannato, all’esito di giudizio abbreviato, l’imputato ai sensi dell’art. 73 co.5 del Dpr n.309/90, considerando la sua condotta di lieve entità.

In particolare si trattava della detenzione di 23 ovuli di eroina di circa 10gr ognuno e della cessione degli stessi a due diversi acquirenti in altrettanti intervalli temporali, con dosi di pochi grammi ciascuna.

Il GUP era giunto alla qualificazione delle descritte condotte come lievi (con la relativa applicazione dell’art. 73 co. 5) valorizzando il modesto quantitativo di stupefacente di volta in volta ceduto, la qualifica di “droga da strada” dell’eroina, l’assenza di ingenti ricavi e la mancanza di elementi che potessero far ritenere l’imputato quale autore di un “traffico stabile e lucroso di stupefacenti”.
Tuttavia contro questa decisione ha presentato ricorso per Cassazione il PM, che ha contestato apertamente il ragionamento del GUP, ritenendo che nessuna delle descritte condotte potesse essere qualificata come di lieve entità.
Innanzitutto dagli ovuli rinvenuti sulla persona dell’imputato era ricavabile un ingente quantitativo di sostanza, per di più lo stesso imputato aveva effettuato l’opera di cessione con modalità professionali e per un lasso di tempo piuttosto lungo.
La Corte di Cassazione nell’ordinanza in commento condivide le censure mosse dalla parte pubblica, non ritenendo di poter in alcun modo qualificare come lieve la condotta dell’imputato e paventando pertanto l’applicazione dell’art. 73 co1.

Per tale ragione risulta non manifestamente infondata e rilevante ai fini della risoluzione della controversia in esame la questione di legittimità costituzionale dell’art. 73 co.1 del Dpr n. 309/90.

La suddetta questione è nata all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale n.32/2014 che, dichiarando costituzionalmente illegittimo l’art. 4bis della legge 42/2006 (per eccesso di delega), ha riproposto la differenza tra droghe pesanti e droghe leggere quanto al trattamento sanzionatorio.

In questo modo si è creato un trattamento più mite per le condotte aventi ad oggetto le droghe leggere e deteriore per quelle aventi ad oggetto quelle pesanti.

Ebbene a giudizio del Collegio il limite edittale minimo di reclusione in relazione alle droghe pesanti (otto anni) si pone in contrasto con la Carta Costituzionale sotto tre diversi profili.

Innanzitutto la Cassazione assume violato l’art. 25 co2 Cost. laddove sancisce il principio di riserva di legge in materia penale.
Infatti, pur chiarendo che le sentenze additive della Corte Costituzionale si pongono dal punto di vista gerarchico sullo stesso gradino della legge ordinaria, il Supremo Consesso ribadisce che non è possibile non rispettare il principio di riserva di legge in materia penale fissato dalla nostra Costituzione.
In particolare non può non tenersi conto del fatto che nel nostro ordinamento gli interventi in materia penale tesi ad ampliare l’area di incriminazione o ad inasprire le sanzioni possono essere compiuti soltanto ad opera del legislatore parlamentare.
La ratio di tale principio è piuttosto chiara: la produzione legislativa penale (che maggiormente influisce sulla libertà personale e sui diritti fondamentali dei consociati) ha bisogno di provenire dall’organo che ha la massima legittimazione democratica, ovvero il Parlamento.

In secondo luogo, sotto un profilo completamente diverso, ritiene la Corte che l’attuale pena edittale minima prevista dall’art. 73 co1 sia comunque incostituzionale per difetto di ragionevolezza.
Questo perché mentre molto spesso “la linea di demarcazione naturalistica” tra fattispecie ordinaria e lieve non è sempre così netta, il confine tra i due trattamenti sanzionatori è invece estremamente – ed irragionevolmente – distante (intercorrendo ben 4 anni di distanza tra il limita massimo dell’una ed il limite minimo dell’altra). Il che induce spesso i giudici, nella prassi, a forzature interpretative per rimediare all’ingiustificato dislivello edittale tra le due fattispecie incriminatrici (come del resto pare essere accaduto nel caso di specie).

Infine il trattamento sanzionatorio discendente dall’art. 73 co1 a seguito della sentenza n. 32/2014 della Corte Costituzionale risulterebbe, quanto al limite edittale minimo di otto anni di reclusione per le droghe pesanti, in contrasto anche con il principio di proporzionalità ex artt. 3 e 27 Costituzione.
Tale sproporzione risulta palese nel momento in cui il giudice si trova in presenza di fatti non connotati da gravità, ma comunque non sussumibili all’interno delle fattispecie di lieve entità ex art. 73 co5.

In tal caso l’interprete anche se orientato verso il minimo edittale, si trova costretto ad irrogare pene di entità eccessiva, per questo sproporzionate rispetto al reale disvalore della condotta.

A conclusione del suddetto ragionamento, la Corte di Cassazione precisa di non volere un intervento “creativo” della Corte Costituzionale.
Tuttavia auspica quale soluzione rispettosa dei principi sanciti dagli artt. 25 co.2, 3 e 27 Cost. il ripristino del trattamento sanzionatorio introdotto dal legislatore del 2006.

Quest’ultimo aveva infatti previsto quale pena minima per le condotte ex art. 73 co.1 la reclusione di anni sei (senza distinzione tra droghe pesanti e leggere).