Rifiuto di sottoporsi all’alcoltest: doppia pronuncia delle Sezioni Unite

Con le due sentenze depositate in data 24 novembre 2015 nn. 46624 e 46625 la Cassazione Penale a Sezioni Unite si è trovata a risolvere un doppio contrasto relativo alla condotta del guidatore che rifiuti di sottoporsi all’alcoltest per l’accertamento dello stato d’ebbrezza.

Entrambe le questioni sottoposte al vaglio della Suprema Corte sorgono perchè il rifiuto di sottoporsi all’alcoltest (art. 186 comma 7 codice della strada) è tendenzialmente punito con le stesse sanzioni previste per l’ebbrezza grave (tasso alcolemico superiore ad 1,5 mg/litro ex art. 186 comma 2 lettera c),  equiparando così il guidatore che si sottrae alla misurazione del suo tasso alcolemico con quello che versa in forte stato d’ebbrezza.
Tuttavia esistono fattispecie particolari in cui scatta un trattamento deteriore nei confronti del guidatore in stato di grave ebbrezza e cioè quella della guida di un veicolo che appartiene ad un soggetto estraneo al reato (per cui l’aggravamento della sanzione è rappresentato dal raddoppio del periodo di sospensione della patente) e quella di aver causato un incidente ex art. 186 comma 2 bis (che comporta il raddoppio di tutte le sanzioni previste per il tipo di ebbrezza accertato).
A questo punto, allora, ci si è chiesti se gli aggravamenti suddetti dovessero applicarsi anche essi al guidatore che si fosse rifiutato di sottoporsi all’alcoltest, considerato che il comma 7 dell’art. 186 (che espressamente disciplina il rifiuto de quo) fa esplicito richiamo, quanto al trattamento sanzionatorio dello stesso, al solo comma 2 lett. c).

Ebbene con la prima sentenza, la n. 46624/2015, la Corte ha affrontato la questione seguente:  “Se, nel caso di rifiuto a sottoporsi all’esame alcolemico previsto dall’art. 186, comma 7, del codice della strada, il rinvio operato dalla norma all’art. 186, comma 2, lettera c), è limitato al trattamento sanzionatorio ivi previsto per la più grave fattispecie di guida in stato di ebbrezza o sia esteso anche alla previsione del raddoppio ella durata della sospensione della patente di guida qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato“.
Nel caso di specie, il ricorrente era stato condannato dal Tribunale di Treviso per rifiuto di sottoposizione ad esame alcolemico, con applicazione della pena concordata dalle parti ex art. 444 c.p.p., disponendo la sospensione della patente di guida per 4 anni in considerazione dell’esistenza di cinque precedenti condanne per guida in stato d’ebbrezza:  la durata della sospensione determinata del massimo (2 anni) era stata tuttavia raddoppiata, per l’appartenenza dell’autovettura a persona estranea al reato. Il ricorrente argomenta dinnanzi alla Suprema Corte che il richiamo operato dall’art. 186. comma 7, CdS al precedente comma 2, lett. c), vada in realtà interpretato come riferito alla sola misura delle sanzioni penali, ritenendosi la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida sottoposta ad un regime autonomo rispetto a quello previsto dal precedente comma 2.

Nel risolvere il contrasto tra le due diverse posizioni giurisprudenziali in materia anche le Sezioni Unite scelgono di aderire a tale conclusione, argomentando la propria posizione in base alla differenza tra rinvio recettizio (o statico, nel quale si recepisce per intero il testo di un’altra norma così com’è al momento in cui è stato scritto il rinvio, quindi non si fa altro che evitare di riprodurlo) e formale (dinamico, nel quale invece si recepisce il principio della norma di riferimento, per cui, quando quest’ultima cambia, «muta inevitabilmente» anche il significato della norma di rinvio).
Secondo il Supremo Collegio, nel caso dell’articolo 186, il rinvio non può essere di tipo dinamico, perché nella versione “intermedia” – quella che cancellò la depenalizzazione del rifiuto e fu introdotta dal Dl 92/2008, per essere ulteriormente modificata dalla legge 120/2010 – ci sono rinvii distinti alle pene previste per l’ebbrezza grave e alle modalità e procedure della confisca, che è una delle sanzioni previste per l’ebbrezza grave. Quindi c’è una «autonoma disciplina» del rifiuto rispetto a quest’ultima.
Inoltre, anche l’argomento letterale supporterebbe tale lettura: nell’attuale versione dell’art. 186, il comma 7 punisce il rifiuto «con le pene» previste per l’ebbrezza grave. E la sospensione della patente (il cui raddoppio è oggetto della sentenza) non è una pena, ma una sanzione accessoria.
Sulla base di tali argomentazioni la Corte pronuncia il seguente principio di diritto: “Il rinvio alle «stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lett. c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione», contenuto nel secondo periodo del comma 7 dell’art. 186 cod. strada, dopo le previsioni relative alla sospensione della patente di guida ed alla confisca del veicolo, deve intendersi limitato alle sole ‘modalità e procedure’, contenute nell’art. 186, comma 2, lett. c), cod. strada, che regolano il sistema della confisca del veicolo, con esclusione del rinvio alla disciplina del raddoppio della durata della sospensione della patente di guida, qualora il veicolo appartenga a persona estranea al reato; conseguentemente, la durata della sospensione della patente di guida, quale sanzione amministrativa che accede al reato di rifiuto, compresa, ai sensi dell’art. 186, comma 7, secondo periodo, tra il minimo di sei mesi ed il massimo di due anni, non deve essere raddoppiata nel caso in cui il veicolo appartenga a persona estranea al reato“.

Cassazione Penale Sezioni Unite n.46624 del 2015
Con la pronuncia n. 46625/2015 la Corte affronta invece la questione: “Se la circostanza aggravante prevista dall’art. 186 comma 2 bis cod. strada in riferimento al reato di guida in stato d’ebbrezza, sia applicabile anche al rifiuto di sottoporsi all’accertamrnto per la verifica dello stato di ebbrezza di cui all’art. 186 comma 7 cod. strada”.
Nel caso di specie le Sezioni Unite hanno rigettato il ricorso del procuratore della repubblica, avverso la sentenza del gip di Macerata che, ritenendo non compiutamente dimostrato lo stato di ebbrezza di un conducente che aveva procurato un sinistro stradale, aveva sostituito la pena con i lavori di pubblica utilità. Il procuratore chiedeva a gran voce l’applicabilità dell’aggravante ex art. 186, comma 2-bis, Cds, erroneamente esclusa dal gip, osservando come la stessa risponderebbe ad unalogica di chiusura del sistema ad una improvvida premialità per l’atteggiamento di resistenza del conducente all’accertamento dello stato di ebbrezza, premialità che ingiustamente verrebbe riconosciuta all’autore del fatto, ove si accedesse a diversa soluzione interpretativa“.
La Corte,tuttavia, pur prendendo atto del contrasto sussistente nell’ambito della giurisprudenza di legittimità, ha affermato che dal confronto delle norme, emerge in maniera evidente la diversità ontologica tra il concetto di conducente in stato di ebbrezza, che è elemento costitutivo dell’aggravante, e quello di conducente che si rifiuti di sottoporsi all’accertamento di tale stato.
In quest’ultimo caso, infatti, è “implicita la mancanza, almeno nel momento perfezionativo del reato di un accertamento dello stato di ebbrezza e dunque del presupposto necessario perché possa definirsi il soggetto attivo del reato come conducente in stato di ebbrezza, come tale al contempo passibile di incorrere nell’aggravante descritta ove abbia provocato un incidente, essendo per l’appunto sanzionata la condotta di colui che si rifiuta di sottoporsi ad un tale accertamento”.
Diversità ontologica che per le SSUU emerge dallo stesso dato testuale tra i due concetti (conducente che si rifiuta di sottoporsi all’accertamento e conducente in stato di ebbrezza) integrando il primo un reato “di natura istantanea” che si perfeziona con il rifiuto dell’interessato e dunque “nel momento in cui l’agente ha espresso la sua indisponibilità a sottoporsi all’accertamento di tale stato mentre risulta estraneo ogni accertamento dello stato di ebbrezza”.
Non è un caso, inoltre, come spiegato dai giudici che nel comma 7 dell’art. 186 manchi un riferimento esplicito al comma 2-bis, soprattutto dopo le recenti novelle normative (cfr. legge n. 120/2010), il che esclude che si tratti di un mero difetto di coordinamento, conducendo invece a far ritenere che la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale non è configurabile rispetto al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento per la verifica dello stato di ebbrezza.
Da quanto detto deriva il seguente principio di diritto: “la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale non è configurabile rispetto al reato di rifiuto di sottoporsi all’accertamento per la verifica dello stato di ebbrezza, stante la diversità ontologica di tale fattispecie incriminatrice rispetto a quella di guida in stato di ebbrezza”
Cassazione Penale Sezioni Unite n.46625 del 2015

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