Recidiva e giudizio di bilanciamento. Corte Costituzionale 74/2016

Recidiva e giudizio di bilanciamento su reati in materia di sostanze stupefacenti. La Corte Costituzionale accoglie il principio della “giustizia riparativa”

La Corte Costituzionale si pronuncia sulla legittimità costituzionale di una norma che da molto tempo è oggetto di attenzione da parte del legislatore e che, negli anni, ha subito numerosi rimaneggiamenti. In questo caso l’intervento di modifica oggetto della pronuncia Corte Costituzionale, 07 aprile 2016 n. 74 ( scarica qui il testo della sentenza esplicata nei passaggi fondamentali) è una norma del 5 dicembre 2005 con cui il legislatore aveva aggiunto al quarto comma dell’art. 69 cod.pen ( che così dispone le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle circostanze inerenti alla persona del colpevole, esclusi i casi previsti dall’articolo 99, quarto comma, nonché dagli articoli 111e 112, primo comma, numero 4 , per cui vi è divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti sulle ritenute circostanze aggravanti, ed a qualsiasi altra circostanza per la quale la legge stabilisca una pena di specie diversa o determini la misura della pena in modo indipendente da quella ordinaria del reato) il divieto di prevalenza della circostanza attenuante prevista dall’art. 73 comma 7 D.P.R. 9 ottobre 1990 ( che prevede Le pene previste dai commi da 1 a 6 sono diminuite dalla meta’ a due terzi per chi si adopera per evitare che l’attivita’ delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorita’ di polizia o l’autorita’ giudiziaria nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti). 

Rispetto alla recidiva reiterata prevista nell’art. 99, quarto comma, cod.pen. (Se il recidivo commette un altro delitto non colposo, l’aumento della pena, nel caso di cui al primo comma, è della metà e, nei casi previsti dal secondo comma, è di due terzi).

In altre parole la sentenza della Corte Costituzionale n. 74 del 4 aprile 2016 così si pronuncia” Viene dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 69, quarto comma, del codice penale, come sostituito dall’art. 3 della legge 5 dicembre 2005, n. 251, nella parte in cui viene previsto il divieto di prevalenza della circostanza attenuante disciplinata dall’art. 73, comma 7, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 rispetto alla recidiva reiterata indicata nell’art. 99, quarto comma, cod. pen. In questo modo si vanificherebbe la scelta politica di tipo premiale adottata dal legislatore con il sopra citato d.P.R. – basata sulla tutela del bene giuridico, sulla prevenzione e repressione dei reati in materia di stupefacenti e orientata ad instaurare un’attività collaborativa – dal momento in cui viene riconosciuta una condotta recidiva reiterata nei confronti dell’imputato. Verrebbe quindi data maggiore considerazione alla precedente attività delittuosa rispetto a quella successiva collaborativa”.

Il fenomeno del concorso tra circostanze aggravanti ed attenuanti è disciplinato dall’art. 63 del codice penale. Dunque se vi sono più circostanze aggravanti e più circostanze attenuanti si impone al l’onere per il Giudice di operare  un giudizio di bilanciamento, una comparazione tra elementi di fatto ed elementi di diritto. Ma quali sono le circostanze che possono concorrere con altre? Per capirlo analizziamo diverse tipologie di circostanze. Le circostanze si dividono in:

– attenuanti (determinano una minore gravità del reato comportando una diminuzione della pena), e aggravanti (determinano una maggiore gravità del reato e, conseguentemente, un aumento della pena);

– comuni (si trovano nella parte generale del Codice Penale e sono applicabili a tutti i tipi di reato) e speciali (sono applicabili solo a determinate fattispecie di reato es. 576 e 625 c.p.);

– intrinseche (riguardano la condotta illecita) ed estrinseche (sono estranee all’esecuzione e/o consumazione del reato e riguardano i cd. fatti successivi);

– a efficacia comune (determinano un aumento o una diminuzione della pena fino a 1/3) e a efficacia speciale (possono comportare a seconda dei casi, a) l’applicazione di una pena diversa da quella prevista dal Codice penale per il reato non circostanziato; b) la determinazione di una pena in maniera indipendente da quella ordinaria del reato; c) l’applicazione di un aumento e/o diminuzione della pena superiore a 1/3 della pena base);

– oggettive (riguardano la natura, l’oggetto, il tempo, il luogo dell’azione, nonché la gravità del danno o del pericolo e le condizioni e qualità personali della persona dell’offeso) e soggettive (riguardano le condizioni o qualità personali del colpevole, l’intensità del dolo o il grado della colpa e i rapporti tra agente e soggetto passivo del reato).

Il giudizio di bilanciamento tra circostanze opera in un solo caso nel concorso eterogeneo di circostanze ( ovvero nel concorso tra circostanze attenuanti e aggravanti). Nel concorso omogeneo ( in cui vi sono tutte circostanze attenuanti o tutte circostanze aggravanti) non vi sarà alcuna operazione di bilanciamento da effettuare ma si applicheranno semplicemente gli aumenti o le diminuzioni di pena previsti dalla legge.

Il Giudizio di bilanciamento eterogeneo può avere tre esiti.

– di prevalenza delle circostanze attenuanti: in tal caso si applicherà la riduzione di pena prevista senza considerare le aggravanti

-di prevalenza delle circostanze aggravanti: in tal caso si applicherà l’aumento di pena prevista senza considerare le attenuanti

– di equivalenza: si annullano gli aumenti e le riduzioni di pena previsti dalle circostanze.

Il nodo principale del giudizio di bilanciamento è dato dal fatto che il Legislatore in presenza di alcune circostanze ha imposto, per “scelta legislativa” (generalmente connessa ad interessi superiori della persona e della tutela dello Stato), il divieto di prevalenza per alcune circostanze. È ciò che è accaduto  ad esempio in tema di “finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico” (art. 1, decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, recante “Misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica”, convertito, con modificazioni, nella legge 6 febbraio 1980, n. 15), e, in seguito, con varie altre disposizioni, generalmente adottate per impedire il bilanciamento della circostanza c.d. privilegiata, di regola un’aggravante, o per limitarlo, in modo da escludere la soccombenza di tale circostanza nella comparazione con le attenuanti; ed è appunto questo il risultato che si è voluto perseguire con la norma impugnata» (sentenza n. 251 del 2012; in seguito, sentenze n. 106 e n. 105 del 2014).

Ed inoltre tutto ciò ha riguardato anche l’art. 73, comma 7, del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico stupefacenti) in relazione alla recidiva reiterata prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen.

Nel caso esaminato dal Giudice rimettente, si trattava di ponderare la richiesta dell’imputato (al quale veniva contestato il reato di cui all’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990), di ritenere la attenuante di cui all’art. 73 comma 7 dpr 309/90 (prevista a favore di chi si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti) prevalente sulla contestata recidiva reiterata. Detto giudizio di prevalenza è stato però impedito dall’art. 69 quarto comma cod.pen. L’art. 73, comma 7, del d.P.R. n. 309 del 1990 prevede una circostanza attenuante ad effetto speciale, che comporta una diminuzione delle pene previste dai commi da 1 a 6 del medesimo articolo «dalla metà a due terzi per chi si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti». Quando però questa attenuante concorre con l’aggravante della recidiva prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen., la diminuzione è impedita dalla norma impugnata dell’art. 69, quarto comma, cod. pen.

La corte Costituzionale prima di giungere alla decisione sulla fondatezza o meno della questione ritiene opportuno riportare i motivi e le ratio delle scelte legislative sottese alle citate norme.

La circostanza prevista dall’art. 73, comma 7, del d.P.R. n. 309 del 1990 – si legge in sentenza – è espressione di una scelta di politica criminale di tipo premiale, volta a incentivare, mediante una sensibile diminuzione di pena, il ravvedimento post-delittuoso del reo, rispondendo, sia all’esigenza di tutela del bene giuridico, sia a quella di prevenzione e repressione dei reati in materia di stupefacenti. Quando nei confronti dell’imputato viene riconosciuta la recidiva reiterata però la norma censurata impedisce alla disposizione premiale di produrre pienamente i suoi effetti e così ne frustra in modo manifestamente irragionevole la ratio, perché fa venire meno quell’incentivo sul quale lo stesso legislatore aveva fatto affidamento per stimolare l’attività collaborativa.

Va inoltre considerato – continua la sentenza – che tra i criteri da cui in genere può desumersi la capacità a delinquere del reo, e dei quali il giudice deve tener conto, oltre che nella determinazione della pena, anche nella comparazione tra circostanze eterogenee concorrenti, vi è la condotta del reo contemporanea o susseguente al reato (art. 133, secondo comma, numero 2, cod. pen.), la cui rilevanza nel caso in oggetto verrebbe totalmente disconosciuta dalla norma impugnata.

Anche sotto questo aspetto la scelta normativa di escludere, nell’ipotesi prevista dall’art. 99, quarto comma, cod. pen., il potere del giudice di diminuire la pena «per chi dopo aver commesso un reato in materia di sostanze stupefacenti si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori» si pone in manifesto contrasto con il principio di ragionevolezza.

Dunque la Corte Costituzionale con questa pronuncia ha definitivamente eliso il divieto di bilanciamento posto dall’art. 69 comma IV cod.pen. consentendo finalmente che si possa attivare il giudizio di bilanciamento tra la circostanza attenuante, prevista dall’art. 73 comma 7 dpr 309/90 e la recidiva reiterata ex art. 99 cod.pen. Si favorisce in tal senso, afferma la Corte, quel sistema premiale sotteso a quelle condotte che recedono dal delitto e che si adoperano per evitare che l’attività delittuosa venga portata ad ulteriori conseguenze. Medesima ratio viene individuata nelle riduzioni di pena previste dall’art. 56 ( delitto tentato) co. III e IV, nonchè nell’art. 62 n. 6 cod.pen. ( l’aver riparato il danno prima del giudizio). Ebbene la Corte allinea il disposto normativo dell’art. 69 alla ratio ispiratrice della norma.

 

scarica qui il testo della sentenza esplicata nei passaggi fondamentali Corte Costituzionale, 07 aprile 2016 n. 74