Reato continuato e i poteri del giudice dell’esecuzione: SSUU 6296/2017

Che potere può esercitare il giudice dell’esecuzione in presenza di un’istanza in cui si chieda la declaratoria di continuazione tra più sentenze/decreti penali di condanna? Può quantificare l’aumento della pena relativo ai singoli reati-satellite in misura superiore rispetto a quella indicata dal giudice della cognizione anche se il risultato finale si mantenga – in ogni caso – nei limiti di quanto disposto dall’art. 671 c.p.p.?Il quesito, posto all’attenzione delle Sezioni Unite e deciso con la sentenza ssuu6296 del 2017 , è stato deciso in senso negativo.

E’ utile ripercorrere brevemente le vicende che hanno determinato la rimessione alla Suprema Corte nella sua massima composizione.

Il ricorso de quo trae origine dall’ordinanza con cui la Corte di Appello di Napoli, in funzione di giudice dell’esecuzione, accoglieva la richiesta del soggetto raggiunto da due sentenze di condanna, nel 2011 e nel 2013, in relazione alle quali veniva dichiarata la continuazione .

Nella prima vi era una stata la condanna alla pena di sette anni e sei mesi di reclusione e novemila Euro di multa, nella seconda alla pena di sei anni di reclusione e ventiduemila Euro di multa: ciò posto, la pena veniva ricalcolata in undici anni ed otto mesi di reclusione e undicimila Euro di multa (la pena complessiva in espiazione essendo pari a tredici anni ed otto mesi di reclusione e trentunomila Euro di multa). In particolare, il giudice dell’esecuzione individuava – ex art. 187 disp. att. c.p.p. – la pena base in quella emessa nella prima sentenza di condanna, già portatrice di continuazione interna e, in ragione della gravità delle violazioni e della durata dell’attività illecita, applicava aumenti di due anni per ciascuno dei reati satellite riferibili alla seconda sentenza di condanna, invece che un anno e quattro mesi come ritenuto dal giudice della cognizione.

Il problema sta nel fatto che così facendo, pur essendo la pena irrogata dal giudice della cognizione inferiore alla somma delle pene derivanti dai provvedimenti di condanna – come dispone in proposito l’art. 671 comma 2 c.p.p. – il giudice dell’esecuzione aveva rideterminato la pena dei reati satellite in senso sfavorevole al soggetto condannato.

L’ordinanza di rimessione prende atto dell’esistenza di due orientamenti contrastanti in seno alla giurisprudenza di legittimità.

Il primo e maggioritario indirizzo ritiene che il giudice dell’esecuzione possa riformulare la pena dei reati satellite, richiamando a tal proposito un recente arresto delle Sezioni Unite – n. 16208 del 27/03/2014 – nel quale si afferma che “non viola il divieto di reformatio in peius previsto dall’articolo 597 cod. proc. pen. il giudice dell’impugnazione che, quando muta la struttura del reato continuato (come avviene se la regiudicanda satellite diventa quella piu’ grave o cambia la qualificazione giuridica di quest’ultima), apporta per uno dei fatti unificati dall’identita’ del disegno criminoso un aumento maggiore rispetto a quello ritenuto dal primo giudice, pur non irrogando una pena complessivamente maggiore”.

Secondo l’orientamento appena menzionato, dunque, unico limite per il giudice dell’esecuzione sarebbe da individuarsi nel divieto di irrogare una pena superiore a quella che risulta dalla somma delle sentenze (e/o dei decreti) di condanna.

Il secondo orientamento ritiene invece che il giudice dell’esecuzione sia sprovvisto di un siffatto potere. In primo luogo una tale opzione violerebbe il cd. divieto di cd. reformatio in peius, dal momento che la domanda di dichiarazione della continuazione è proposta solo dal soggetto condannato. A ciò aggiungasi la violazione del principio del favor rei, e che il giudicato in sede esecutiva può essere scardinato solamente in senso favorevole al soggetto condannato.

Nel risolvere il contrasto le Sezioni Unite effettuano alcune considerazioni di carattere generale, visto l’impatto che il reato continuato assume nell’ordinamento penale. Trattasi difatti di istituto di grande applicazione pratica, e crocevia di una serie di importanti questioni.

Attraverso la dichiarazione di continuazione il soggetto condannato per più reati, al verificarsi dei presupposti indicati dalla legge, può beneficiare di un trattamento sanzionatorio favorevole. Nel reato continuato, come d’altronde nel concorso formale di reati, e diversamente da quanto accade nel caso di concorso materiale di reati, ove trova applicazione il regime di calcolo della pena del cumulo materiale, si riconosce il diritto di usufruire del cd. cumulo giuridico, in base al quale alla condanna segue la pena prevista per il reato più grave, aumentata sino al triplo in ragione del numero e della rilevanza dei cd. reati satellite.

A tal fine occorre che vi siano più azioni/omissioni, più violazioni della medesima o di differente legge penale e la medesimezza del disegno criminoso. Si ritiene in tali casi che il disvalore penale insito nella condotta di chi ha commesso sì più azioni, ma esecutive di un medesimo disegno criminoso, sia meritevole di un trattamento sanzionatorio più mite, e dunque il cumulo giuridico delle pene, rispetto ai casi in cui tale disegno criminoso non venga ravvisato, considerando i singoli episodi criminosi come mere esecuzioni della deliberazione iniziale. In altri termini il soggetto decide di porsi in contrasto con l’ordinamento una sola volta, e ciò basta a giustificare l’applicazione del cumulo giuridico delle pene.

La logica appena citata opera, per espressa previsione dell’art. 671 c.p.p., anche in presenza di più provvedimenti di condanna, dal momento che “….il condannato o il pubblico ministero possono chiedere al giudice dell’esecuzione l’applicazione della disciplina del concorso formale o del reato continuato, sempre che la stessa non sia stata esclusa dal giudice dell’esecuzione”, con il divieto, però, per il giudice dell’esecuzione di determinare la pena in misura superiore alla somma delle pene inflitte in ciascuna sentenza o in ciascun decreto (comma 2).

Le Sezioni Unite ritengono l’introduzione della norma in oggetto trovi giustificazione nell’intenzione del Legislatore di mitigare gli effetti derivanti dalla separazione dei processi, che di fatto rischiava di impedire la dichiarazione della continuazione tra più reati (che grazie all’art. 671 c.p.p. veniva, così, recuperata in sede esecutiva).

La Suprema Corte ricorda altresì che l’art. 671 c.p.p. attribuisce poteri peculiari al giudice dell’esecuzione, a mezza via tra quelli di cognizione e quelli di esecuzione, dal momento che ad egli è demandata la ricostruzione dei fatti finalizzata alla declaratoria di continuazione.  Ciononostante il giudice dell’esecuzione non può sovrapporre le proprie valutazioni a quelle operate dal giudice della cognizione, in quanto il giudizio si svolge con limitato contraddittorio, ha carattere sommario, e il giudice stesso dispone di limitati poteri istruttori.

Potrebbe tuttavia ritenersi ammissibile la teoria che riconosce il potere del giudice di modificare la pena per i reati satellite qualora ciò non costituisca violazione del giudicato. Sotto questo aspetto la Cassazione è tuttavia netta nell’affermare che La riconosciuta cedevolezza del giudicato e’ stata applicata sempre e soltanto in favore del condannato e mai contro, di guisa che l’opzione favorevole alla possibilita’ di una decisione in peius del giudice dell’esecuzione, chiamato a determinare la sanzione del reato-satellite nella situazione data dal ricorso in esame, si appalesa contraria all’attuale fase evolutiva del diritto penale e processuale”.

Premesse tali considerazioni le Sezioni Unite possono provvedere alla risoluzione del contrasto.

Nel fare ciò riconoscono l’inconferenza dell’argomento – il precedente delle Sezioni Unite 16208/2014 – portato dall’orientamento maggioritario, dal momento che il principio prima evocato riguardava l’art. 597 c.p.p., che disciplina la posizione del giudice di secondo grado. In quanto tale, il giudice dell’impugnazione, ed a differenza del giudice dell’esecuzione, “ha cognizione piena del fatto, del grado di colpevolezza dell’imputato ed e’ adito al fine specifico di sindacare le ragioni poste dal giudice di primo grado a sostegno della sua decisione”. Da ciò discende con tutta evidenza che il principio di diritto enunciato nel 2014 non può essere traslato al caso di specie per descrivere i poteri del giudice dell’esecuzione.

Le considerazioni appena effettuate inducono le Sezioni Unite ad enunciare il seguente principio di diritto: “Il giudice dell’esecuzione, in sede di applicazione della disciplina del reato continuato, non puo’ quantificare gli aumenti di pena per i reati-satellite in misura superiore a quelli fissati dal giudice della cognizione con la sentenza irrevocabile di condanna”.

Applicando le coordinate ermeneutiche suesposte al caso di specie la Suprema Corte conclude per l’annullamento dell’ordinanza limitatamente al trattamento sanzionatorio del reato continuato ritenuto dal giudice della esecuzione e conseguente rinvio per consentire al giudice territoriale in diversa composizione di rideterminare la pena in ragione del principio di diritto enucleato.

In particolare, il giudice territoriale dovrà preliminarmente individuare – ai sensi dell’art. 187 disp. att. c.p.p. – il reato più grave tra le due sentenze per le quali era stata dichiarata la continuazione, ed in secondo luogo determinare gli aumenti di pena per le singole condotte di reato, in misura che comunque non potrà essere superiore a quella indicata dal giudice della cognizione.