Rapporti tra azione di risoluzione e risarcimento del danno da un lato e azione di recesso e ritenzione della caparra dall’altro

I rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento integrale da una parte, e azione di recesso e di ritenzione della caparra dall’altro, si pongono in termini di assoluta incompatibilità strutturale e funzionale: proposta la domanda di risoluzione volta al riconoscimento del diritto al risarcimento integrale dei danni asseritamente subiti, non può ritenersene consentita la trasformazione in domanda di recesso con ritenzione di caparra; diversamente verrebbe vanificata la stessa funzione della caparra, quella, cioè, di consentire una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta ad evitare l’instaurazione di un giudizio contenzioso

E’ questa la massima della  sentenza 30 novembre 2015 n. 24337 con cui la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul tema del rapporto tra recesso e risoluzione del contratto per inadempimento.
Nel caso di specie, la Corte di appello di Napoli aveva confermato la decisione di primo grado che accoglieva la domanda del promissario acquirente di risoluzione di un contratto preliminare di vendita di un immobile per inadempimento del promittente venditore, condannando quest’ultimo a restituire al promissario acquirente la somma di euro 25.822,84 versata al momento del preliminare a titolo di caparra confirmatoria, oltre al pagamento della somma di Euro 6.197,48 e di Euro 430,93 come risarcimento del danno. Il giudice di primo grado aveva qualificato la domanda proposta dal promissario acquirente come domanda di risoluzione per inadempimento con conseguente richiesta di risarcimento del danno.
La Corte di appello ha poi rigettato la domanda volta ad ottenere il doppio della caparra confirmatoria sulla base del fatto che avendo agito il contraente non inadempiente per la risoluzione ed il risarcimento del danno, sarebbe una nuova domanda – inammissibile in appello – quella volta ad ottenere la declaratoria dell’intervenuto recesso con ritenzione della caparra o pagamento del doppio della stessa.
Tutto ciò in relazione all’evidente disomogeneità tra la domanda di risoluzione giudiziale e quella di recesso ed alla irrinunciabilità dell’effetto conseguente alla risoluzione di diritto, nonchè alla chiara incompatibilità strutturale e funzionale tra ritenzione della caparra e domanda di risarcimento.

A giudizio della Corte di Cassazione, la Corte di appello rilevando l’incompatibilità giuridica tra la domanda di risoluzione per inadempimento e quella di recesso e la contraddittorietà fra la richiesta di risarcimento del danno e quella di ritenzione della caparra a seguito del recesso non ha compiuto errori di sorta nel proprio ragionamento. Anzi, si è semplicemente attenuta alla giurisprudenza delle Sezioni Unite, che nella sent. n.553/2009 avevano già affermato: “i rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento integrale da una parte, e azione di recesso e di ritenzione della caparra dall’altro, si pongono in termini di assoluta incompatibilità strutturale e funzionale“.
Ebbene, una volta proposta la domanda di risoluzione con il conseguente riconoscimento del diritto al risarcimento integrale dei danni asseritamente subiti, non può ritenersi consentita la trasformazione della stessa in domanda di recesso con ritenzione di caparra, altrimenti si vanificherebbe la stessa funzione della caparra. Tale funzione è quella di consentire una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta ad evitare l’instaurazione di un giudizio contenzioso.
L’azione di risoluzione avente natura costitutiva e l’azione di recesso si caratterizzano per evidenti disomogeneità morfologiche e funzionali che rendono inammissibile la trasformazione dell’una nell’altra. I rapporti tra l’azione di risarcimento integrale e l’azione di recesso, isolatamente e astrattamente considerate, sono, a loro volta, di incompatibilità strutturale e funzionale.
Come già evidenziato, quindi,  con la sentenza in commento la Suprema Corte conferma i principi espressi dalla sentenza delle Sezioni Unite del 2009, contravvenendo invece a quanto affermato dall’ordinanza n. 24841/2011, secondo cui in sostituzione della domanda di adempimento o di risoluzione contrattuale per inadempimento con domanda di risarcimento del danno, può legittimamente invocarsi (senza incorrere nelle preclusioni derivanti dalla proposizione di una domanda nuova in sede di gravame) la facoltà di cui all’art. 1385 comma 2 c.c. poichè tale modificazione delle istanze originarie costituisce legittimo esercizio di un perdurante diritto di recesso rispetto alla domanda di adempimento, ed un’istanza di ampiezza più ridotta rispetto all’azione di risoluzione.
La suddetta ordinanza del 2011, aggiunge il Supremo Consesso, si fonda su una giurisprudenza di legittimità risalente nel tempo e superata dalla pronuncia delle SSUU del 2009; pronuncia che detta ordinanza sembra contrastare senza alcun argomento convincente e senza tenere conto dell’ulteriore rilievo che “chi ammette una fungibilità tra le azioni lato sensu risarcitorie ignora che ciò si risolverebbe nella indiscriminata e gratuita opportunità di modificare, per ragioni di mera convenienza economica, la strategia processuale iniziale dopo averne sperimentato gli esiti“. “Soltanto l’esclusione di una inestinguibile fungibilità tra rimedi consente di evitare situazioni di abuso e rende il contraente non inadempiente doverosamente responsabile delle scelte operate, impedendogli di sottrarsi ai risultati che ne conseguono, quando gli stessi non siano corrispondenti alle aspettative che ne hanno dettato la linea difensiva“.

A questo punto la Corte si preoccupa di “salvare” tale interpretazione, precisando che la stessa “è in armonia con il nuovo dettato dell’art. 111 Cost.“, articolo volto ad evitare la possibile presenza di diseconomie processuali, senza dimenticare come le domande di risoluzione e di risarcimento comportino spesso, sul piano probatorio, un’intensa e faticosa attività per le parti e per il giudice e che la modifica della domanda potrebbe risultare funzionale a riattivare il meccanismo legale di cui all’art. 1385 c.c., comma 2 (al recesso consegue ex lege il diritto alla ritenzione della caparra), ormai definitivamente caducato per via delle preclusioni processuali definitivamente prodottesi a seguito della proposizione della domanda di risoluzione sic et simpliciter.

 

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