Pratiche commerciali scorrette, tutela del consumatore in caso di voli andata e ritorno, no show rule. Consiglio di Stato n. 4048/16.

Nel caso di acquisto di un volo di andata e di ritorno, seppur condizionato dalla pratica commerciale cd. “no show rule”, il consumatore deve godere di una informazione chiara e di una procedura idonea al godimento anche del solo volo di ritorno. In caso contrario il vettore aereo potrà incappare in una sanzione, irrorata dalla competente AGCM, per pratiche commerciali scorrette ex artt. 20-23 Codice del Consumo.

Questi postulati discendono da una recente decisione del Consiglio di Stato n. 4048/16 (qui scaricabile e esplicata nei suoi passaggi fondamentali consiglio-di-stato-4048-2016). Consiglio chiamato a pronunciarsi sulla legittimità del provvedimento dell’AGCM “che ha condannato Alitalia per tre pratiche commerciali scorrette, ai sensi degli artt. 20-23 del Codice del consumo e consistenti: A)nelle insufficienti modalità d’informazione ai consumatori nella procedura di acquisto di biglietti aerei sul sito internet in lingua italiana (www.alitalia.com/it) circa la diversa identità del vettore operativo, per non avere adeguatamente informato i consumatori, nell’ambito della procedura di acquisto, circa una caratteristica essenziale dell’offerta, ovvero circa il fatto che alcune tratte non erano operate direttamente bensì da un diverso vettore aereo di nazionalità estera, la compagnia rumena Carpatair; B) nelle modalità ingannevoli di presentazione ai consumatori dell’offerta denominata “Carnet Italia”, per non aver consentito all’utente un’immediata e chiara comprensione delle limitazioni previste nell’apposita specifica classe tariffaria e delle reali condizioni di utilizzo del prodotto; C) nell’aver previsto l’annullamento del biglietto di ritorno/sequenziale, in caso di mancata fruizione della tratta di andata/precedente, in mancanza di adeguate modalità di informazione ai consumatori al momento dell’acquisto (no show rule) e per non aver previsto una specifica procedura per consentire al consumatore di effettuare comunque il volo di ritorno/successivo”.

In sostanza si tratta di un quesito multiplo e di particolare spessore, caratterizzato dal rinvio ad una serie di principi generali del diritto, come quello relativo al criterio di superamento del conflitto apparente di norme o di buona fede.

Per sciogliere tale problematica è d’uopo richiamare l’iter processuale della fattispecie. Questa origina da una decisione del TAR che respinse le censure sulla illegittimità del provvedimento che e confermava la sanzione irrorata dall’AGCM nei confronti del vettore aereo per pratiche commerciali scorrette. Dinnanzi a tale decisione il soccombente propose appello per una serie di motivi.

Fra questi spicca quello inerente la mancata considerazione da parte del giudice di primo grado della eccezione di impossibilità di applicazione del Codice del Consumo al vettore in relazione alla pratica cd Carpatair. In particolare il ricorrente sosteneva la applicazione del criterio di specialità fra le norme. Principio che determina il ricorso esclusivo ai dettami del Regolamento Ue 211/05, escludendo l’operatività del Codice del Consumo. Soluzione corroborata, secondo il ricorrente, tramite il rinvio alla clausola di specialità contenuta nell’art. 19 co 3 delle stesso Codice; dalla giurisprudenza della A. P. 11- 16 del 12 (per cui la AGCM non è competente in caso di pratiche commerciali scorrette dei vettori aerei poiché ad essi si applicherà la disciplina speciale comunitaria).  Il Consiglio di Stato reputa infondata tale censura e la rigetta.

La corte perviene a tale risultato attraverso il richiamo ad un orientamento giurisprudenziale maggioritario per cui «il rispetto della normativa di settore non vale ad esonerare il professionista dal porre in essere quei comportamenti ulteriori che, pur non espressamente previsti, discendono comunque dall’applicazione del più generale principio di buona fede a cui si ispira tutta la disciplina a tutela del consumatore». Inoltre, aggiunge che l’unica eccezione a tale meccanismo è rappresentata dall’ipotesi, reputata residuale, di una normativa settoriale altamente dettagliata e capace di contenere l’intera gamma di condotte possibili per il professionista e capaci di escludere l’operatività del principio richiamato.

Tale visione, inoltre, risulta corroborata anche da un’interpretazione dei principi resi dalla giurisprudenza recente in merito al concorso apparente di norme. Il richiamo è alle decisioni della Adunanza Plenaria n. 11-16 del 2012 e a quelle n. 3-4 del 2016 che il consesso indica, per mera svista, come n.5-6/16 (Adunanza Plenaria n.3/16 qui commentata http://easyius.it/pratiche-commerciali-scorrette-nuovo-intervento-delladunanza-plenaria/).

Tutte queste decisioni sottendono l’adesione al principio di specialità per cui in presenza di un concorso apparente di norme l’interprete scioglie il nodo optando per la applicazione di una sola norma. Concetto che l’Adunanza con la decisione n. 11 del 2012 specifica in relazione alle Autorità attraverso la formulazione della locuzione “specialità di settore”.

Si tratta di una sacca di potestà riconosciuta in base alla normativa specifica che deroga all’applicazione di quella generale. In tal modo discende la illegittimità della decisione della AGCM in materia di pratiche commerciali scorrette. Tuttavia nel 16 la stessa Adunanza rilegge i confini della specialità di settore, asserendo che i precedenti postulati hanno valore generale, ma necessitano di una lettura conforme alla fattispecie indagata. Infatti, rileva con la decisione n. 3 che, nonostante si agisca in un settore ad hoc in cui all’autorità spetta un potere regolamentare, permangono delle zone di salvaguardia del consumatore che comportano, in mancanza di una normativa settoriale completa sui doveri del professionista, il riattivarsi della disciplina consumeristica. Di conseguenza si registra, per la corte, la compatibilità fra le due normative da cui discende la legittimità del provvedimento adottato.

Con un altro motivo, invece, la ricorrente asseriva la mancanza di una condotta non diligente. Motivo anch’esso respinto in sede di gravame poichè la corte denota la presenza di una informazione non completamente trasparente e non una lesione del Reg. Ue 211/05.

Particolarmente rilevante è invece il terzo motivo che, attraverso la denuncia del travisamento dei fatti, permette alla corte di assumere posizione in merito al sindacato del giudice amministrativo circa i provvedimenti delle A.A.I.

La corte assume anche qui una posizione coerente con l’indirizzo giurisprudenziale maggioritario, per cui il sindacato del g.a. è di legittimità e di merito solo in relazione alle sanzioni. Pertanto, il g.a. potrà indagare i fatti e formulare anche accertamenti di ordine tecnico, “ma quando nei profili tecnici siano coinvolti valutazioni ed apprezzamenti che presentano un oggettivo margine di opinabilità detto sindacato, oltre che in un controllo di ragionevolezza, logicità e coerenza della motivazione del provvedimento impugnato, è limitato alla verifica che quel medesimo provvedimento non abbia esorbitato dai margini di opinabilità sopra richiamati, non potendo il giudice sostituire il proprio apprezzamento a quello dell’Autorità garante ove questa si sia mantenuta entro i suddetti margini”.

Applicando tali postulati nel casus emerge la piena legittimità secondo la corte del provvedimento reso dalla AGCM come confermato già dinnanzi al Tar. Dopo aver definito la natura del provvedimento emesso ed aver respinto le altre censure promosse, il Consiglio di Stato analizza la censura relativa alla pratiche commerciale raccolta sotto la lettere C). Più specificamente il ricorrente denuncia la validità del ricorso alla regola della “no show rule” come previsto da norme UE e mondiali e rientrante nelle scelte commerciali del vettore e non assoggettabile alle regole ex artt 20-21 Codice del Consumo. Inoltre, aggiunge che attraverso il provvedimento reso la AGCM non si limita ad inibire una pratica scorretta, anzi genera un procedimento nuovo così da formulare una nuova procedura. Agendo in tal modo la AGCM elimina una pratica legittima e crea una regola in contrasto con norme di rango superiore. Nonostante lo sforzo ricostruttivo, lo stesso Consiglio reputa infondate anche queste censure.

Nello specifico chiarisce che con il provvedimento reso non si marchia di illegittimità la pratica indagata, ma si colpisce la mera condotta del vettore che ha determinato: “la carenza di adeguata informazione ai consumatori sull’esistenza di limitazioni all’uso del biglietto, nel caso di mancata fruizione di una delle tratte di un biglietto aereo andata e ritorno o con destinazioni multiple, che determinavano l’annullamento del biglietto di ritorno o di quello sequenziale; – la mancanza di una specifica procedura tale da consentire ai consumatori di comunicare alla compagnia di voler effettuare comunque il volo di ritorno (o per la tratta successiva) pur non avendo fruito del volo di andata (o per la tratta precedente)”.

Applicando tali postulati nel casus emerge che la lesione resa dal vettore è oggetto della sanzione resa, senza che questo sfoci in una lesione delle scelte tariffarie che permangono in capo al vettore (ex art. 22 del Regolamento (CE) n. 1008/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio del 24.9.2008). Infine lo stesso Consiglio di Stato precisa che nel casus non ricorrono nemmeno poteri regolatori della AGCM poiché la stessa non impose alcuna condotta al vettore aereo anzi lo lasciò libero di adottare la soluzione più adeguata fino a ritenerle corrette in sede di ottemperanza.

Tralasciando poi le altre censure, tutte respinte, si denota dal testo della decisione una coerenza nella gestione dell’ambito operativo delle norme frutto di un bilanciamento fra gli interessi in gioco sottesi (tutela del consumatore- arbitrio del vettore nelle scelte economiche) che conduce inevitabilmente a salvaguardare il soggetto- consumatore.