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Onorari avvocati: per la Corte di Cassazione possono essere raddoppiati

La Corte di Cassazione, sentenza n.1202 del 22 gennaio 2016 ha enunciato interessanti principi in tema di onorari spettanti agli avvocati in relazione ai criteri di quantificazione, alle modalità di determinazione ed alla possibilità che gli stessi possano essere raddoppiati o anche quadruplicati nel massimo tariffario.

Per comprendere i principi de quo è opportuno partire dall’esame del caso specifico sottoposto all’attenzione della Corte di legittimità, che è quello di un’avvocatessa che ha proposto ricorso per decreto ingiuntivo ai fini del recupero della somma a lei spettante a titolo di corrispettivo per l’attività professionale svolta. Avverso tale decreto ingiuntivo propongono opposizione gli eredi del suo cliente (nel frattempo deceduto), ritenendo che la somma per la quale la professionista agiva era stata calcolata erroneamente sia in rapporto alla determinazione della somma, sia in rapporto al tipo di attività svolta e di conseguenza risultava troppo elevata.

In primo grado il Tribunale di Bologna rigetta la suddetta opposizione e conferma in toto il decreto ingiuntivo, accordando alla professionista la somma di denaro che aveva richiesto al suo cliente.
Tuttavia gli eredi presentano ricorso alla Corte d’appello di Bologna la quale – ritenendo ci fosse stato un errore tanto nella determinazione della somma spettante all’avvocatessa (fino ad un certo periodo era una praticante e perciò aveva diritto a compensi ridotti del 50%) quanto nell’accertamento dell’effettiva attività svolta dalla stessa (in parte era stata svolta in favore di altri soggetti che però erano regolarmente costituiti e rappresentati in giudizio e quindi estranei all’attività discendente dal mandato in oggetto) – in riforma della decisione di primo grado riduce drasticamente il compenso effettivamente spettante alla professionista legale.
Considerando non esatta la quantificazione del compenso effettuata dal collegio giudicante in secondo grado, l’avvocatessa ha proposto ricorso per Cassazione fondato essenzialmente su due motivi:
– con il primo motivo riteneva che la Corte d’Appello avesse erroneamente applicato l’art. 6 comma 1 del Tariffario Professionale invece dell’art. 6 comma 2 come avrebbe dovuto trattandosi di onorario a carico del cliente e non del soccombente;
– con il secondo motivo riteneva che la Corte d’Appello avesse erroneamente quantificato il compenso, non tenendo debitamente in conto anche l’attività stragiudiziale svolta.

La Suprema Corte, tuttavia, conferma la decisione dei giudici dell’Appello, rigettando entrambi i motivi di ricorso. Gli Ermellini hanno tracciato in modo molto scrupoloso le ragioni dell’impossibilità di accordare un compenso maggiore all’avvocatessa ricorrente, la quale aveva deciso di assistere il cliente prima di aver conseguito la qualifica di avvocato. Da ciò ne conseguiva che quest’ultima, in qualità di procuratore legale avesse diritto solo al 50% degli onorari normalmente spettanti per quella stessa attività ad un avvocato provvisto del relativo titolo professionale.
Il Supremo Consesso ha inoltre ritenuto che la ricorrente fosse incorsa in un errore di calcolo del proprio compenso: infatti avrebbe dovuto avere riguardo al valore non dell’intero compendio, ma al valore della quota oggetto di divisione, anche perché la stessa non aveva comunque concluso l’opera professionale.
Proprio sul valore della controversia i giudici di Cassazione hanno sottolineato che in materia di giudizi divisori, come quello del caso di specie, non si può far riferimento all’art 12 c.p.c., ma bisogna applicare la deroga contenuta nell’art. 6 del D.M. n.127/04, che prevede espressamente che in materia di tali giudizi, il valore della causa vada determinato in relazione al valore della quota o dei supplementi in contestazione.
Nessuna censura quindi può essere sollevata avverso la ricostruzione operata dalla Corte d’Appello circa l’attività prestata dalla ricorrente nell’ambito della divisione e delle controversie già pendenti innanzi al giudice dell’esecuzione e poi transatte. Le prestazioni finalizzate a transigere la lite, “lungi dall’avere una autonoma giustificazione, erano strettamente connesse alle controversie e strumentali alla loro definizione“.

I giudici di legittimità hanno quindi concluso soffermandosi sulle ipotesi in cui gli onorari dell’avvocato possono essere legittimamente raddoppiati o addirittura quadruplicati invocando l’applicazione dell’art. 5 del Tariffario Professionale.

Ebbene deve trattarsi di una pratica legale oggettivamente complessa – di particolare o addirittura straordinaria importanza – e devono sussistere degli specifici elementi che giustifichino tale pretesa per così dire maggiorata.
In ogni caso sarà il giudice di merito a decidere sulla ricorrenza o meno di tali presupposti, ammettendo quindi il raddoppio dei massimi degli onorari, previa espressa motivazione.

È d’uopo precisare, così come fa la stessa Corte, che il fatto stesso che gli onorari “possano” essere raddoppiati non vuol dire che “debbano” necessariamente esserlo, ma tale valutazione è rimessa alla discrezionalità del giudice.
Quest’ultimo, inoltre, è onerato di motivare l’eventuale esercizio del potere discrezionale secondo il quale abbia ritenuto di liquidare un onorario raddoppiato o addirittura quadruplicato nel suo massimo in favore del legale, ma non il mancato esercizio dello stesso. D’altronde, del potere discrezionale di stabilire che una controversia si presenti di straordinaria importanza e possa, quindi, anche consentire il raddoppio dei massimi degli onorari, va giustificato –  come in tutti i casi di uso di un potere discrezionale extra ordinem – solo l’esercizio e non anche il mancato esercizio.

Da quanto detto fino a questo momento emerge che l’avvocato, per la sua attività giudiziale o extragiudiziale deve sempre richiedere un compenso professionale parametrato alle attività effettivamente svolte durante tutto il periodo di durata della controversia.
Inoltre alla liquidazione del suo compenso deve provvedere il giudice, il quale è tenuto ad effettuare una prudente valutazione delle singole voci degli onorari e delle spese sostenute, prendendo a riferimento anche i minimi e i massimi della tabella allegata alla tariffa stessa, senza dimenticare la possibilità discrezionale di arrivare addirittura a raddoppiarli o a quadruplicarli nei casi in cui si tratti di vicende di particolare e straordinaria importanza.

 

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