Nullità virtuale: la Cassazione tiene vivo l’argine

La questione rimanda all’antico dilemma: l’abuso del contratto, la malafede, il comportamento del contraente, può condurre il Giudice a pronunciarsi sulla validità del contratto?

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 24 novembre 2015, n.23914 – Pres. Bucciante – est. Migliucci

In relazione alla nullità del contratto per contrarietà a norme imperative, in difetto di espressa previsione in tal senso (cd. “nullità virtuale”), deve trovare conferma la tradizionale impostazione secondo la quale, ove non altrimenti stabilito dalla legge, unicamente la violazione di norme inderogabili concernenti la validità del contratto è suscettibile di determinarne la nullità e non già la violazione di norme, anch’esse imperative, riguardanti il comportamento dei contraenti, la quale può essere fonte di responsabilità.

La massima di questa recentissima pronuncia si pone in linea con la giurisprudenza maggioritaria inaugurata con le SSUU 19 dicembre 2007 che hanno distinto tra “regole di comportamento” e “regole di validità”. La violazione delle prime, nell’ambito di un contratto, comporta esclusivamente il sorgere di una responsabilità. La violazione delle seconde, invece, è fonte di invalidità del contratto.

È una distinzione “chiave” nella dinamica contrattuale perché ( afferma la Corte) “è in atto un effetto di trascinamento delle regole di comportamento nelle regole di validità”; ovverosia si tende a sanzionare con l’invalidità la violazione di una regola di comportamento (es. la violazione della buona fede nell’adempimento). Questo, come è stato osservato dalla pronuncia in rassegna, non deve mai accadere. Il rischio di “confondere” i piani è dietro l’angolo ma occorre sempre scindere i momenti: da un lato vi sono le regole che disciplinano la validità del contratto ( artt 1325 – 1350 – 1418 – etc. cod. civ.) dall’altro quelle che presidiano la responsabilità per comportamenti commessi in occasione del rapporto contrattuale ( artt. 1337 – 1440, etc.  cod.civ.). Vi sono, in vero, alcune norme che possono confondere l’interprete: si pensi all’art. 1434 cod. civ. ( rubricato: Violenza) che fa dipendere l’annullabiltà del contratto da un comportamento, appunto, violento. In questo caso occorre, a dispetto di opinioni difformi, distinguere il piano della violenza intesa come aggressione ad un bene, dalla violenza come vis compulsiva tale da alterare la volontà contrattuale. Nel primo caso si avrà risarcimento del danno ( in ossequio alle regole di responsabilità) mentre nel secondo si potrà chiedere l’annullamento del contratto ( in osservanza delle regole di validità). Nulla osta che il comportamento possa aver dato vita ad entrambe le fattispecie, generando sia l’effetto risarcitorio che l’effetto dell’invalidità.

Premessi questi pochi, semplici, concetti andiamo ad analizzare la nullità virtuale, ovvero le ipotesi in cui il contratto è stipulato contra ius, in violazione di una norma imperativa. Normalmente si insegna che la nullità è posta a presidio di interessi generali. Che sia così emerge da due aspetti: dalla circostanza che la nullità è a carattere assoluto ( salvo deroghe particolari) che è azionabile da chiunque vi abbia interesse. L’azione per farla valere è imprescrittibile, la pronuncia giudiziale è a carattere dichiarativo.

Poiché la nullità è posta a presidio di interessi generali possiamo dire, sin da subito,  che la nullità virtuale opera solamente quando il contratto violi una norma imperativa posta a presidio di interessi generali. Occorre porre in evidenza due precisazioni.

1) La nullità virtuale scatta solamente se il contratto contrasta con la norma imperativa: ma il contratto nel suo complesso, non un suo singolo elemento.

2) la nullità virtuale scatta quando il contratto contrasta con norme imperative ma queste devono essere poste a presidio di interessi generali e non a presidio di interessi particolari. Se la norma violata non è posta a presidio di interessi generali la nullità virtuale non opera. La nullità del contratto andrà affermata solo allorché la norma inderogabile violata sia volta a tutelare interessi generali della collettività. al fine di escludere la nullità in caso di violazione di norma imperativa, è necessaria un’espressa previsione di nullità ovvero una diversa conseguenza correlata a quella violazione.

 

Dunque una prima distinzione induce a ritenere che la violazione di una norma imperativa posta a presidio di interessi particolari (come ad esempio la mancata redazione per iscritto del contratto di vendita dei pacchetti turistici, in violazione del disposto di cui all’art. 6 d.lgs. n. 111 del 1995 oppure l’art. 3 d.lgs. n. 427 del 1998, che, in materia di multiproprietà, si limita a prevedere la redazione per iscritto del contratto a pena di nullità ) non dovrebbero condurre ad una nullità virtuale, quanto piuttosto, ad una nullità c.d. di protezione. Si tratta pur sempre di un contratto invalido ma i presupposti sono diversi: nel caso di nullità virtuale è il contratto nel suo complesso ad essere penalizzato con la sanzione della nullità; nel caso di nullità di protezione si tratta, più che altro, di uno strumento “compensativo” del disequilibrio contrattuale creatosi per effetto del diverso ruolo dei contraenti ( consumatore e professionista; turista e operatore turistico; etc.).

La sentenza in commento consente di evidenziare due aspetti: uno espresso ed uno inespresso.

Il primo riguarda il profilo della distinzione tra nullità virtuale e regole di comportamento. La violazione di norme imperative, afferma la Corte, va nettamente distinta dalla violazione di norme comportamentali, che non possono che condurre ad una fonte di responsabilità.

Il secondo aspetto riguarda il rapporto tra nullità di protezione e regole di comportamento.  La violazione di precise regole contrattuali poste a presidio di una parte “debole” del contratto conducono alla invalidità del contratto.  Il profilo di responsabilità sorge solo nel caso in cui sia dimostrabile la contestuale violazione di una regola di comportamento. Laddove quest’ultimo profilo non sia provato ( secondo le regole fissate dalle SSUU 2001 sul riparto dell’onere della prova) non sarà possibile attivare alcuna tutela risarcitoria.

Evidentemente l’intenzione del legislatore, fatto proprio dalla giurisprudenza dominante e, da ultimo, confermato nella sentenza in commento, è di mantenere distinti il piano dell’invalidità dell’atto dall’illegittimità del comportamento. Il rischio che si vuole scongiurare è quello di confondere i piani, ovvero evitare che, ad esempio, un comportamento contrario a buona fede importi la sanzione più grave che un contratto possa subire: la nullità.

La Suprema Corte cerca dunque di arginare le istanze dottrinali volte a confondere i piani e tiene “vivo l’argine” tra regole di comportamento e regole di invalidità.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 24 novembre 2015, n.23914 – Pres. Bucciante – est. Migliucci

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.