Nullità del testamento olografo: chi citare in giudizio?

Con la sentenza del 07 marzo 2016, n.4452 la Corte di Cassazione, II sez. civ. (scaricabile cliccando su questo link Cassazione civile, sez. II, 7 marzo 2016 n. 4452) chiarisce (e ribadisce) avverso chi vada proposta l’azione di nullità di un testamento olografo.

La questione che, a prima vista, potrebbe sembrare di stampo prettamente processuale, a ben vedere, può trovare soluzione solo indagando il rapporto sostanziale dedotto in giudizio.

Per questa via, la sentenza si segnala, non solo perché è una buona occasione per ripercorrere – brevemente e per quanto ci interessa in questa sede – i tratti essenziali della disciplina delle successioni mortis causa (incautamente “sottovalutata” dagli operatori del diritto meno avveduti e dagli aspiranti tali), ma anche perché consente di apprezzare la delicata interconnessione tra il diritto sostanziale e il diritto processuale.

Come è noto, il nostro ordinamento prevede che l’eredità si devolve per legge o per testamento, tuttavia la successione legittima può operare solo quando manchi, in tutto o in parte, quella testamentaria (art. 457 c.c.).

Emerge, dunque, dalla disciplina codicistica, una netta differenza rispetto alle fonti romanistiche: le due “forme di delazione” non sono in rapporto di rigida “alternatività”, quanto, piuttosto, di concorrenza; tant’è che la successione legittima svolge una funzione “suppletiva “ rispetto a quella testamentaria.

Il concorso fra successione legittima e successione testamentaria ci pone innanzi a un  problema, di natura sostanziale, di non poco conto: bisogna comprendere se si tratti, effettivamente, di due distinte delazioni (ciascuna con la proprie peculiarità) o si tratti, invece, di una “unica delazione complessa che risulta dalla combinazione e dalla sintesi dei due modelli che la compongono”. Risulta preferibile ed attualmente prevalente la seconda tesi, secondo la quale l’unicità della delazione si ricava, innanzitutto, da una serie di norme presenti nel nostro ordinamento (artt.475; 483 c.c), nonché dalla constatazione che l’evento generatore, cioè la morte del de cuius, è unico. Non possono derivarne, dunque, conseguenze e vicende diverse, tanto più se la successione legittima e quella testamentaria –come evidenziato- concorrono.

Alla morte del de cuius  si apre, pertanto, la successione che può essere regolata:

  • dalla legge;
  • oppure – in tutto o solo in parte-  dal testamento.

Relativamente alla parte del patrimonio relitto, per il quale non opera la successione testamentaria, si aprirà la successione legittima; parimenti, qualora il de cuius abbia disciplinato totalmente  la propria successione tramite testamento e quest’ultimo sia venuto meno, l’eredità- sussistendone i presupposti – sarà devoluta secondo le norme sulla successione legittima.

Il testamento è espressione di autonomia negoziale; è un negozio revocabile, unilaterale e unipersonale che consente di disporre dei propri beni post mortem. Il legislatore ha previsto per ciascuna forma ordinaria di testamento (olografo, pubblico e segreto) gli elementi indefettibili, in mancanza dei quali il testamento è nullo (artt.606 ss c.c. ).

La nullità – come è noto- è l’ipotesi più grave di invalidità che, tuttavia, assume in materia testamentaria una portata residuale e circoscritta a quei casi di patologia formale debitamente indicati dal codice. Tant’è che in presenza di altri vizi del testamento – non rientranti, dunque, nelle ipotesi indicate – quest’ultimo sarà, al più, annullabile (art.624c.c.). La ratio, di un tale regime di invalidità, risponde alla scelta di preservare – in quanto possibile- le ultime volontà del de cuius, limitando i casi di nullità della tavola testamentaria alle ipotesi tassativamente e tipicamente previste (c.d. favor testamenti).

In particolare, per quanto attiene il testamento olografo (ovvero redatto e sottoscritto di proprio pugno dal testatore),l’assenza di sottoscrizione e la mancanza di autografia sono motivo di nullità del testamento stesso (art. 602 c.c.).

Dall’asserita nullità di un testamento olografo principia la vicenda processuale che oggi ci impegna.

In primo grado parte attrice chiede che sia dichiarata la nullità di un testamento olografo per difetto di autografia e sottoscrizione e pertanto conviene in giudizio esclusivamente  le eredi testamentarie.

La vicenda, giunta in Appello, incontra però una “battuta d’arresto”: il giudice di secondo grado annulla la sentenza impugnata, poiché resa all’esito di in giudizio svoltosi a contraddittorio non integro (stante la mancata citazione in giudizio anche degli eredi legittimi quali litisconsorti necessari) e dispone, quindi, in omaggio al principio del doppio grado di giurisdizione, la rimessione della causa al giudice di prime cure, ai sensi dell’art.354 c.p.c.

Avverso la sentenza della Corte di Appello è proposto ricorso per Cassazione.

Preliminarmente il Supremo consesso, richiamando il principio di diritto espresso dalla recente sentenza a Sezioni Unite n. 25774 del 22/12/2015, chiarisce che la sentenza con cui il giudice di appello riforma o annulla la sentenza di primo grado, rimettendo la causa al giudice a quo (ex artt.353; 354 c.p.c.) è una sentenza definitiva, immediatamente ricorribile in Cassazione che, pertanto, “non ricade nel campo di applicazione del divieto, dettato dal novellato art. 360 c.p.c., comma 3 di separata impugnazione in Cassazione delle sentenze non definitive su mere questioni, per tali intendendosi le sentenze su questioni pregiudiziali di rito o preliminari di merito che non chiudono il processo davanti al giudice che le ha pronunciate, essendo la trattazione della causa destinata a proseguire dinanzi allo stesso giudice in vista della decisione definitiva”.

Ritenuto ammissibile il ricorso, la Corte passa ad esaminare le doglianze del ricorrente, chiarendo che:

 

  1. secondo la “costante giurisprudenza [della Corte di legittimità ] nelle cause aventi ad oggetto l’impugnazione di un testamento olografo per nullità, in considerazione dell’unità del rapporto dedotto in giudizio, sussiste litisconsorzio necessario anche nei confronti di tutti gli eredi legittimi, in quanto l’eventuale accoglimento della domanda porterebbe alla dichiarazione di invalidità del testamento ed alla conseguente apertura della successione legittima”.

 

Vanno citati in giudizio non solo, quindi, gli eredi testamentari ma anche quelli legittimi. Il rapporto giuridico dedotto in giudizio è unitario poiché unico è il “fatto generatore” ovvero la morte del de cuius, all’atto della quale si apre la successione ereditaria a favore (potenzialmente) di una pluralità soggetti, secondo quanto disciplinato dal codice civile.

La dimensione sostanziale di tale rapporto ha risvolti sul piano processuale. Affinchè, infatti, la sentenza di annullamento del testamento olografo sia “utiliter data” è necessario che in giudizio siano presenti tutte le parti del rapporto dedotto in giudizio, in quanto litisconsorti necessari (art.102 cpc).

 

  1. Ad ogni modo, spetta alla parte che deduce la non integrità del contraddittorio “l’onere non solo di indicare le persone dei litisconsorti asseritamente pretermessi, ma anche di provare i presupposti di fatto e di diritto che giustificano l’invocata integrazione e, cioè, i titoli in base ai quali i soggetti pretermessi assumono la veste di litisconsorti necessari, occorrendo a tal fine che vi sia un’indicazione nominativa degli stessi […] senza che peraltro tale onere si estenda anche alla dimostrazione dell’esistenza in vita di tali soggetti, della loro residenza, domicilio o dimora abituale “

 

La Corte ribadisce, a ben vedere, un orientamento ormai consolidato, delimitando i confini dell’onere della prova gravante in capo alla parte che deduce la non integrità del contraddittorio.

Ed infatti, contrariamente a quanto asserito da parte ricorrente, che ritiene l’albero genealogico “un documento unilaterale predisposto dalla controparte e privo di adeguati riscontri”, i giudici di legittimità, invece, ritengono che tale documento soddisfi il summenzionato onere probatorio, consentendo di provare i presupposti di fatto (cioè i rapporti di parentela con il testatore) che giustificano la partecipazione in giudizio dei pretesi litisconsorti pretermessi.

Il problema non è il “se”vada provata l’esistenza di litisconsorti pretermessi (il punto è pacifico anche per il ricorrente), ma il “come” vada fornita la prova.

La Corte, in verità, non si dilunga particolarmente sul punto ma le ragioni sono facilmente intuibili, facendo applicazione dei principi generali in materia di prova.

Sebbene l’albero genealogico sia indubbiamente predisposto unilateralmente, risultando privo di adeguati riscontri, è tuttavia il solo documento capace di fotografare l’assetto dei rapporti di parentela fino al sesto grado, magari includendovi anche eventuali figli nati fuori dal matrimonio che, in assenza di riconoscimento, non risulterebbero dal certificato di stato di famiglia, ma che parimenti potrebbero vantare diritti successori. Inoltre, non bisogna dimenticare che a fronte dell’ indicazione di determinati soggetti quali litisconsorti pretermessi, grava pur sempre sulla controparte, ai sensi dell’art.2697c.c., l’onere di provare che i soggetti indicati nell’ albergo genealogico non siano in realtà tali, non essendo sufficiente una generica contestazione (art.115 c.p.c.).

La soluzione della Corte è in linea, dunque, con il principio dispositivo e di vicinanza dell’onere della prova, rispondente a un criterio di ragionevolezza che esclude la possibilità di veder disattese le proprie ragioni sotto la scure di una probatio (in senso lato) diabolica.

 

  1. L’apertura della successione legittima, in conseguenza dell’invalidità del testamento, fa sì che i termini per l’accettazione dell’eredità comincino a decorrere nel momento in cui sia venuto meno l’acquisto ereditario in favore dei precedenti chiamati, ai sensi dell’art. 480, co.3. cc.

 

Ai fini della successione legittima, eredi del de cuius sono il coniuge e i parenti fino al sesto grado, chiamati all’eredità secondo l’ordine previsto dalla legge; in via testamentaria possono essere istituiti, invece, quali eredi anche soggetti non avvinti da rapporti di coniugio o parentela (fermo restando, che le disposizioni testamentarie non possono pregiudicare i diritti che la legge riconosce al coniuge, ai figli e agli ascendenti – c.d. legittimari o eredi necessari– ai quali è riservata, comunque, una quota dell’asse ereditario, artt. 456;536 cc.

Si tenga presente, inoltre, che la legge 20 maggio 2016, n.76 – in vigore dal prossimo 5 giugno – equipara al coniuge, il partner di un’unione civile, al quale spetteranno, pertanto, i medesimi diritti successori).

Tanto che si tratti di successione ex lege o ex testamento, l’eredità può essere accettata nel termine di 10 anni, che decorre dall’apertura della successione.

Tuttavia, nel caso in cui il chiamato, “non voglia o non possa accettare”, opera l’istituto della rappresentazione (art.467 c.c.) in forza del quale al primo chiamato subentrano – nel luogo e nel grado del loro ascendente – i discendenti (salvo che, in caso di successione testamentaria, il de cuius non abbia già indicato chi “sostituirà” il chiamato che non possa o non voglia accettare. A fronte di tale evenienza, la sostituzione prevale sulla rappresentazione).

Per esempio, se il chiamato muore prima del de cuius non potrà (per evidenti ragioni) accettare l’eredità di quest’ultimo (si pensi al caso in cui un figlio muoia prima del proprio genitore), così come nell’ ipotesi in cui il chiamato sia indegno, in quanto resosi colpevole di una delle condotte tassativamente indicate dall’art.483c.c.

L’istituto in parola, tuttavia, va tenuto distinto dalla trasmissione del diritto ad accettare l’eredità (art.479 c.c) che opera nel caso in cui, apertasi la successione ereditaria, il chiamato muoia prima di accettare o rinunciare all’eredità, cosicché tale diritto, costituendo una posta attiva del patrimonio del chiamato (deceduto dopo l’apertura della successione, ma prima di poter accettare o rinunciare), è trasmessa ai propri eredi.

È bene precisare che l’istituto di cui all’art. 479 c.c. non rientra – come erroneamente si potrebbe pensare- nell’ipotesi in cui il chiamato “non possa accettare”, così come previsto in tema di rappresentazione poiché diversi, come visto, sono i presupposti nonché le conseguenze.

Caducato il testamento, dunque, si apre la successione legittima e il successivo chiamato – sia esso in rappresentazione oppure quale soggetto che, avendo accettato l’eredità del proprio dante causa, esercita il diritto trasmessogli ex art. 479 c.c. – può accettare, pur sempre nel termine prescrizionale decennale, che inizia a decorre, però, dal momento in cui sia venuto meno l’acquisto ereditario in favore dei precedenti chiamati (ovvero, nel caso di specie, degli eredi testamentari), poiché è da quel momento che può essere fatto valere il diritto.

La questione è così risolta in poche ma chiare battute, sulla scorta di un indirizzo giurisprudenziale costante, che non incontra particolari soluzioni difformi, nemmeno nella giurisprudenza di merito e che conduce il giudice di ultima istanza al rigetto del ricorso.

Tuttavia, repetita iuvant …

A buon intenditor, poche parole.

Avv. Roberta Lorini

 

 

Scarica qui il testo integrale della sentenza esplicata nei passaggi fondamentali Cassazione civile, sez. II, 7 marzo 2016 n. 4452