Nozione di flagranza ed art. 382 cpp: SSUU 39131/2016

Può l’arresto in flagranza ex art. 382 cpp legittimarsi in seguito alle informazioni date dalla vittima o da terzi nell’immediatezza del fatto?

Le Sezioni Unite cass-pen-sez-un-2016-39131 hanno risposto al quesito in maniera negativa.

Il caso arrivato all’attenzione dell’organo di nomofilachia origina da una situazione di quasi flagranza del delitto di lesione personale aggravata, in seguito alla quale i carabinieri, allertati dalla persona offesa, avevano proceduto all’arresto dell’aggressore.

L’arresto costituisce una misura pre-cautelare, in quanto limita la libertà personale pur in mancanza di  provvedimento giurisdizionale. Trova fondamento costituzionale nell’articolo 13 che tuttavia ne circoscrive fortemente l’ambito applicativo, sia logico sia temporale; da ciò ne consegue che la relativa disciplina deve essere oggetto di attività di stretta interpretazione.

L’arresto, sia esso obbligatorio o facoltativo, si legittima solamente nello stato di flagranza, che l’art. 382 cpp descrive come la situazione nella quale si trova “chi viene colto nell’atto di commettere il reato ovvero chi, dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima”.

Differentemente dalla disposizione previgente, che, pur riconoscendone le evidenti differenze,  equiparava lo stato di flagranza a quello di quasi flagranza, la disciplina attuale non distingue in alcun modo tra le varie ipotesi. Da ciò consegue che le ulteriori due previsioni “non devono più ritenersi meramente equiparate alla prima, in virtù della fictio legis, bensì integrano, disgiuntamente e a pieno titolo – esattamente al pari della prima – lo stato di flagranza. Consegue che il sintagma quasi flagranza resta ormai privo di ogni valore giuridico concettuale e assume nella accezione corrente la funzione puramente indicativa dei due casi di flagranza de quibus”.

In presenza della cornice normativa appena evidenziata, si è negli anni formato un contrasto giurisprudenziale sulla seguente questione: “se può procedersi all’arresto in flagranza sulla base delle informazioni della vittima o di terzi fornite nell’immediatezza del fatto”.

Secondo l’orientamento prevalente non ricorrono i presupposti di cui all’art. 382 cpp quando la polizia giudiziaria intraprende le operazioni di inseguimento per effetto e solo dopo aver assunto informazioni dalle persone presenti sul luogo del delitto.

L’applicabilità della norma in oggetto si fonda – a parere di tale orientamento – sulla necessaria correlazione tra fatto delittuoso ed intervento di privazione della libertà personale; ciò in quanto la libertà personale costituisce un diritto inviolabile della persona, ed eventuali limitazioni della stessa non possono che essere oggetto di interpretazione restrittiva.

A tal proposito viene evidenziato il dato letterale: dal rapporto tra la nozione specifica di “inseguire” e quella generica di “ricerca o dell’investigazione” emerge una differenza tale da impedire ogni assimilazione, che contrasterebbe con il tenore testuale della norma.

In quest’ottica l’art. 382 cpp non legittima in alcun modo l’arresto effettuato a seguito di ricerche e di investigazioni derivanti da informazioni fornite dalle persone presenti sul luogo del fatto: è solo la diretta percezione dello stesso da parte della polizia giudiziaria a fornire quei gravi indizi di colpevolezza che possono giustificare la limitazione della libertà personale in assenza della previa garanzia giurisdizionale.

Secondo altro orientamento, invece, siffatta possibilità sarebbe ammessa dal momento che la nozione di inseguimento del reo di cui all’art. 382 cpp è tale da poter comprendere anche le azioni di ricerca, se immediatamente eseguite dalla polizia giudiziaria giunta sul luogo del delitto in un momento successivo.

 Ciò in ragione della prossimità temporale tra l’azione delittuosa e il controllo esercitato dalla polizia intervenuta tempestivamente. Il presupposto da cui partono i sostenitori di tale teoria sta nell’assunto che la flagranza, o quasi flagranza, presuppone una relazione di continuità tra il delitto e le azioni successive volte a fermare il reo.

Quanto all’argomento letterale si ritiene che il Legislatore non ha preteso che solo chi ha avuto percezione del fatto possa poi procedere all’arresto; né tantomeno che la nozione di inseguimento non possa estendersi a quella, affine, di perseguimento.

Prendendo posizione tra gli orientamenti suesposti, con la sentenza in commento le Sezioni Unite hanno esposto una serie di argomentazioni per confermare l’orientamento già avallato dalla giurisprudenza maggioritaria.

La Suprema Corte ricostruisce la portata dell’art. 382 anche alla luce dell’evoluzione normativa intervenuta sul punto.

Diversamente dalle versioni del cpp del 1865 e del 1913, che comprendevano nella nozione di flagranza anche l’ipotesi relative a reati commessi poco prima, già in quella del 1930 questa possibilità era stata espunta.

La vera chiave di volta della questione ruota intorno all’elemento letterale. Le Sezioni Unite sottolineano, difatti, come il verbo “inseguire” indichi l’azione del “correre dietro a chi fugge o anche a chi corre cercando di raggiungerlo”, e non anche quella – in un’accezione figurata e metaforica – in cui l’arresto venga eseguito solo in seguito alla ricezione della notitia criminis e alla conseguente attività investigativa.

E’ evidente, secondo la Suprema Corte, che nell’art. 382 cpp comma 1 “condotte e situazioni assumono rilievo nella evidenza della loro materialità, siccome espresse da dati effettuali, quali l’essere il soggetto colto nell’atto di commettere il reato ovvero l’essere sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima”.

In virtù di ciò, “la assimilazione all’inseguimento materiale dell’inseguimento figurato, cd. investigativo, risulta palesemente incoerente rispetto al contesto semantico del linguaggio normativo”.

Inoltre, “nell’arresto in flagranza la esecuzione della coercizione è coessenziale rispetto alla deliberazione di chi lo esegue.  A termini degli artt. 380, 381 e 383 cpp non è giuridicamente configurabile  la esistenza di un arresto che non sia materialmente eseguito, bensì soltanto semplicemente disposto.  La attività di privazione della libertà personale e la deliberazione di chi esegue l’arresto (di esercitare la relativa potestà) sono inscindibili: la misura pre-cautelare consiste (e si esaurisce) nella sua materiale esecuzione, perché è dalla legge prevista come essenzialmente attuosa”.

Ed ancora, “la successione sul piano temporale, stabilita dalla legge in termini di immediatezza, tra il reato e l’inseguimento del suo autore rivela il nesso che avvince, sul piano logico, la condotta delittuosa alla previsione normativa del succitato stato di flagranza. Se l’inseguimento origina <<subito dopo il reato>>, necessariamente l’autore deve avere personale percezione, in tutto o in parte, del comportamento criminale del reo nella attualità della sua concreta esplicazione: è proprio tale contezza che – etiologicamente – dà adito all’inseguimento orientato – teleologicamente – alla cattura del fuggitivo”.

A conferma della propria decisione, le Sezioni Unite evidenziano altresì le perplessità avanzate dalla dottrina, preoccupata dalla eventualità che un’eccessiva dilatazione del concetto di inseguimento possa condurre ad interpretazioni in contrasto con la Costituzione. La limitazione della libertà personale è ipotesi eccezionale, e in conseguenza di ciò le ipotesi di legge che ne prevedono una limitazione devono essere interpretate ed applicate in modo tassativo e rigoroso.

In virtù di tali considerazioni, alla Suprema Corte non resta che enucleare il seguente principio di diritto:  “Non può procedersi all’arresto in flagranza sulla base di informazioni della vittima o di terzi fornite nell’immediatezza del fatto”.

Venendo al caso di specie, l’arresto è stato effettuato in modo illegittimo dal momento che la misura privativa della libertà personale è stata emessa solamente dopo aver assunto informazioni dalla vittima e dalle persone informate sui fatti: tale situazione, per effetto della sentenza in commento, non è più riconducibile ad alcuna delle ipotesi riconosciute dall’art. 382 cpp, né quella dell’inseguimento né tantomeno gli altri due casi, per la netta cesura intervenuta tra la consumazione del reato e l’intervento successivo della polizia giudiziaria.