Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto art. 586 cod.pen.

La Corte di Cassazione torna sul tema della morte o lesioni come conseguenza di altro delitto (art. 586 cod.pen.).

Il fatto da cui scaturisce la vicenda riguarda la condotta di un ragazzo che getta dal balcone un gavettone verso un vecchietto cardiopatico seduto sulla panchina, il quale dopo due ore muore.

I Giudici della Suprema Corte vengono investiti di due questioni: il rapporto di causalità materiale tra l’evento letale e la condotta e la concreta prevedibilità dell’evento.

Si tratta, nella specie, di due argomenti da sempre molto interessati dalla giurisprudenza perché connessi ai principi-base del diritto penale: su tutti il principio di colpevolezza ( che trova un chiaro addentellato costituzionale all’art. 27 Cost.).

Sul principio di colpevolezza, sul quale non è questa la sede per dilungarsi, occorre richiamare (queste sì) necessariamente le tre sentenze “cardine” della giurisprudenza costituzionale:  n. 364/1988 – n. 1085/1988 – n. 322/2007. Prima di procedere con l’esame della sentenza Corte di Cassazione sez III penale sentenza 14 novembre 2016 n 47979 scarica la sentenza esplicata nei passaggi fondamentali) si consiglia una ricognizione di queste tre celebri pronunce, i cui principi affermati restano tutt’oggi insuperati.

La sentenza in commento passa in rassegna per prima cosa il il rapporto di causalità materiale tra l’evento letale e la condotta per poi soffermarsi sull’elemento soggettivo connesso al comportamento dell’agente.

Queste le questioni poste alla attenzione della Suprema Corte nella sentenza in epigrafe.

I giudici di legittimità rilevano come non vi sia dubbio che l’imputato abbia volontariamente lanciato la busta dalla finestra della propria abitazione, posta al secondo piano del palazzo in cui abitava, al fine di intimorire la vittima che si trovava in quel momento seduta davanti al portone di casa propria e che fu anche colpita.

La condotta, così descritta, convoglia l’interprete a qualificare il nesso eziologico come ipotesi di causalità commissiva, in cui l’agente. In tal senso si pone in netta differenza con la causalità omissiva, in cui l’agente è parte attiva del rapporto causale, che lui stesso innesca o nel quale si inserisce indirizzandolo positivamente verso l’evento.

In questo caso egli è nella storia del fatto, la sua azione è parte dell’esperienza sensibile realmente percepita come tale dai protagonisti del fatto e da chi è chiamato a ricostruirlo.

Il giudice, in questo caso, non è chiamato a ricostruire il fatto immaginario, mai esistito, bensì deve addentrarsi nel fatto stesso, ripercorrendone ogni singolo passaggio.

In questo caso, il cd. giudizio “controfattuale” non si deve basare su criteri probabilistico/statistici, perché qui non si ipotizza un evento solo immaginabile, diverso da quello storicamente verificatosi; qui l’evento è solo quello realmente accaduto, sicché ogni elemento che scientificamente può spiegarlo è una sua potenziale causa, sia essa preesistente, concomitante o successiva all’azione dell’autore.

La Cassazione penale SS UU n 30328 del 2002 – ha puntualmente affermato che il giudizio “controfattuale” consiste nel“la verifica della causalità postula il ricorso al ‘giudizio controfattuale’, articolato sul condizionale congiuntivo ‘se … allora ...’ (nella forma di un periodo ipotetico dell’irrealtà, in cui il fatto enunciato nella protasi è contrario ad un fatto conosciuto come vero) e costruito secondo la tradizionale ‘doppia formula’, nel senso che: a) la condotta umana `è’ condizione necessaria dell’evento se, eliminata mentalmente dal novero dei fatti realmente accaduti, l’evento non si sarebbe verificato; b) la condotta umana ‘non è’ condizione necessaria dell’evento se, eliminata mentalmente mediante il medesimo procedimento, l’evento si sarebbe egualmente verificato”.

Per cui, una volta acclarata l’attitudine dell’azione posta in essere dall’imputato a innescare un meccanismo lesivo dell’incolumità fisica è sufficiente astrarre tale azione dal contesto in cui è stata posta in essere per poter affermare che senza di esso tale meccanismo non si sarebbe attivato.

Non v’è dubbio, pertanto, che l’azione dell’imputato ha innescato un meccanismo potenzialmente idoneo a provocare, alla luce delle concause preesistenti (la patologia cardiologica) e dell’età della vittima, il decesso di quest’ultima.

Per quanto riguarda, poi, la concreta prevedibilità dell’evento, soccorre il principio di diritto, autorevolmente ribadito anche in caso di morte quale conseguenza di cessione di sostanze stupefacenti (Cass. Sez. Un. n. 22676/2009), secondo cui in tema di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, la morte è imputabile alla responsabilità dell’autore della condotta sempre che, oltre al nesso di causalità materiale, sussista la colpa in concreto per violazione di una regola precauzionale (diversa dalla norma che incrimina la condotta delittuosa del reato-base) e con prevedibilità ed evitabilità dell’evento, da valutarsi alla stregua dell’agente modello razionale, tenuto conto delle circostanze del caso concreto conosciute o conoscibili dall’agente reale.

Come affermato dai giudici di questa Corte, la responsabilità dell’autore del reato-base deve essere esclusa quando la morte risulti in concreto imprevedibile, perché intervenuta per effetto di fattori non noti o non rappresentabili dall’agente.

Nella caso di specie è stata affermata la prevedibilità in concreto della condotta avuto riguardo alla sua portata lesiva e allo spavento che ne sarebbe derivato (il lancio dal secondo piano di una busta piena d’acqua che ha persino colpito la vittima), all’età avanzata di quest’ultima, al rapporto di conoscenza pluriennale con l’imputato che era in grado di apprezzare lo stato di declino fisico.

La Suprema Corte ha così affermato il seguente principio di diritto “in tema di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, la morte è imputabile alla responsabilità dell’autore della condotta sempre che, oltre al nesso di causalità materiale, sussista la colpa in concreto per violazione di una regola precauzionale e con prevedibilità ed evitabilità dell’evento, da valutarsi alla stregua dell’agente modello razionale, tenuto conto delle circostanze del caso concreto conosciute o conoscibili dall’agente reale”.