L’occupazione di una scuola: conseguenze giuridiche e penali

La Corte di Cassazione fa il punto sui risvolti penali delle occupazioni scolastiche

La questione all’esame della Corte (sentenza scaricabile qui esplicata nei suoi passaggi fondamentali: cassazione 7084 2016) scaturisce dal ricorso avverso la sentenza del Tribunale dei Minori il quale aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti dell’imputato per il reati di violenza privata e interruzione di pubblico servizio per concessione del perdono giudiziale (nonché per i reati di minaccia e diffamazione per remissione della querela)

L’imputato, minore all’epoca dei fatti, era accusato di avere, in concorso con altri soggetti non identificati, impedito l’accesso all’istituto scolastico al personale docente e ad altri studenti, bloccando le porte di ingresso, impedendo in tal modo il regolare svolgimento delle lezioni.

Il ricorso può schematicamente essere riassunto in tre punti

La prima contestazione riguarda il reato di violenza privata: per la tesi della difesa il Tribunale dei Minori avrebbe ritenuto integrato il reato de quo nonostante abbia riconosciuto che il personale docente e quello amministrativo, nonché gli studenti, ebbero la facoltà di accesso all’istituto da una porta secondaria. Per tale ricostruzione dunque non fu impedito ad alcuno di accedere all’istituto scolastico.

Quanto al reato di interruzione di pubblico servizio, l’appellante lamenta che non sia stato adeguatamente valutata la circostanza che il comportamento dell’imputato realizzava esercizio di un diritto ovvero il diritto di sciopero, riunione e manifestazione del pensiero, che avrebbe reso operante la scriminante di cui all’art. 51 cp.

Infine, con riferimento ad entrambe le contestazioni, contesta la mancata applicazione della scriminante putativa di cui all’art. 51 cp. L’imputato infatti aveva dichiarato nel corso della protesta di agire in base all’art.18 della Costituzione e che precedenti proteste, svolte con le medesime modalità, non avevano comportato conseguenze negative.

La Corte di Cassazione sconfessa tutte e tre le argomentazioni della difesa confermando in tal modo quanto deciso dal Tribunale dei Minori.

Quanto al primo motivo la Corte contesta le affermazioni della difesa in quanto volta a dare una lettura errata e parziale della sentenza appellata. Nella sentenza infatti si da atto con chiarezza che al personale docente e agli studenti fu impedito l’accesso all’istituto in quanto il portone principale era stato sbarrato e l’accesso era consentito solo attraverso una porta di sicurezza laterale ma solo dopo avere “contrattato” le condizioni di ingresso.

Anche con riguardo al diritto di sciopero le ricostruzioni della difesa non reggono. I giudici di merito non hanno infatti negato la titolarità di un tale diritto (tra l’altro a parere della Corte “difficilmente riconducibile alle situazioni soggettive ravvisabili in capo allo studente”) ma, conformandosi alla giurisprudenza prevalente, hanno affermato che l’esercizio dei diritti fondamentali (come quello di sciopero, riunione e di manifestazione del pensioero) “cessa di essere legittimo quando travalichi nella lesione di altri interessi costituzionalmente garantiti”. Nel caso di specie si è realizzata proprio tale eventualità: l’occupazione temporanea della scuola “ha di fatto impedito ai non manifestanti di svolgere le consuete attività di studio per un tempo apprezzabile, con conseguente ingiustificata compressione dei loro diritti”.

Quanto, infine, alla scriminante putativa, la Corte di Cassazione precisa che non può bastare l’affermazione dell’interessato di aver agito “in base all’art. 18 della Costituzione” per ritenere operante la sciminante putativa. Come evidenziato dalla corte di merito il ragazzo era un soggetto “intellettualmente attrezzato”, perfettamente in grado di comprendere il carattere antisociale delle sue azioni, per cui era in grado di comprendere che la tolleranza manifestata in precedenti occasioni non rendeva lecita una condotta altamente incidente sui diritti degli altri studenti. In ogni caso, specifica la Corte, che la scriminante putative presuppone un vero e proprio errore sul fatto, nel senso che l’agente deve “credere” di trovarsi in una situazione che, se effettivamente esistente, integrerebbe gli elementi della causa di giustificazione. Quindi ove la scriminante invocata sia costituita dall’esercizio del diritto, l’errore non può consistere nell’attribuire al diritto (di associazione) una estensione maggiore di quella riconosciutagli dall’ordinamento perche in tal caso si verserebbe in un errore sul diritto (e non sul fatto), estraneo all’ambito di operatività dell’art.59 c.p.