L’obbligo contributivo dell’ex marito non assegnatario della casa familiare. Corte di Cassazione sentenza 2675 del 2016.

L’assegnazione della casa familiare all’ex moglie non affranca l’ex marito, comproprietario dell’immobile, dal versamento dell’ICI per una quoti pari al 50% dell’importo dovuto.

Si tratta del principio di diritto sancito dalla Terza Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza numero 2675 2016.

Sentenza che si fonda su di una vicenda processuale sorta in seguito ad una separazione con attribuzione della casa familiare alla ex moglie, comproprietaria dell’immobile, che si accollava, per paura delle conseguenze dell’inadempimento, l’intero versamento Ici per una serie di anni senza che l’ex marito comproprietario dell’immobile versasse alcunché.

Forte di tale situazione la ex moglie proponeva ricorso al Giudice di Pace per l’emanazione di un decreto ingiuntivo nei confronti dell’inadempiente; decreto tuttavia opposto dall’ex marito con esito favorevole. La vicenda proseguiva in sede di gravame, con esito favorevole all’istante originario, per poi essere sottoposta a ricorso per cassazione.

Tra i motivi di impugnazione formulati dinnanzi la Suprema Corte dal ricorrente emerge la incompetenza del Giudice di Pace, poiché si trattava di una vicenda inerente il versamento del 50% dell’Ici da sussumere nell’alveo delle “imposte e tasse” ex art 9 co 2 c.p.c.

Censura respinta in sede di legittimità in quanto la Corte deduce che la fattispecie non concerne l’accertamento del versamento dell’imposta, bensì solo che il rapporto di imposta fra l’ente e il contribuente.

Situazione interpretata come un fatto costitutivo della domanda promossa da un contribuente contro un altro inadempiente.

Si tratta, di conseguenza, di una controversia fra privati, ovvero fra un creditore e un debitore che rientra nella competenza del giudice di pace sancita per legge.

Con il secondo motivo, invece, è sollevata una questio facti ex art 360 n.5 c.p.c. inerente il pagamento dell’Ici secondo un orientamento giurisprudenziale e normativo consolidato.

Dinnanzi a ciò la Corte palesa tutti i suoi dubbi in quanto sostiene che non si possa parlare né di orientamento normativo né di fatto normativo. Quest’ultimo concerne la norma nella sua concreta vigenza, regolatrice di condotte, giammai un fatto controverso ex art 360 n.5 (nella versione applicabile ai fatti di specie).

In merito invece al mutamento giurisprudenziale avvenuto con sentenza del 2005 n. 18467  la Suprema Corte evidenzia la contraddittorietà della stessa censura.

Analizzando la censura la Corte registra, in effetti, che il ricorrente dapprima usa la sentenza del 2005 n. 18467, portatrice di un nuovo indirizzo giurisprudenziale,  per riconoscere in capo alla ex moglie il compito di pagare gli oneri condominiali e le relative imposte per via del diritto reale di proprietà che discende da tale provvedimento, per poi richiamare un orientamento consolidato contrario che imponeva, alla stessa moglie, di corrispondere l’importo della imposta come mera assegnataria del bene.

La Corte per superare questa confusione, indaga la sentenza del 2005 richiamata.

La pronuncia del 2005 n. 18467 si sofferma su di una situazione diversa e sancisce il principio per cui, in caso di assegnazione della casa familiare, la gratuità dell’assegnazione concerne solo i canoni di locazione non le altre spese, salvo provvedimento espresso. Pertanto tali spese, mancando il provvedimento, sono a carico del proprietario.

La sentenza, di conseguenza, non può essere letta come foriera di un diritto reale in capo all’assegnataria da cui far discendere l’obbligo di versare l’imposta, anzi va intesa in senso diametralmente opposto. Da qui emerge il cortocircuito della censura avanzata.

Concezione, inoltre, che la Corte adotta anche alla luce del richiamo al precedente della sua Sezione Tributaria sentenza 6199/07 (a cui si conformano Cassazione 25486/08 e Cassazione 16541/10) per cui il coniuge assegnatario della casa di abitazione insieme ai figli nell’immobile di proprietà, anche in parte, dell’altro coniuge non è soggetto passivo dell’Ici per la parte del bene di cui non è proprietario, né perché non sorge su tale soggetto un qualche diritto reale di godimento come richiesto dall’art. 3 d.lgsl. 504/92.

Infatti, la corte in tale arresto, precisa che il provvedimento di assegnazione descritto genera un “atipico diritto personale” per l’assegnatario e non un diritto di proprietà oppure un diritto reale di godimento che costituiscono i presupposti per la richiesta di pagamento dell’imposta.

Né a tale ipotesi si può applicare quanto previsto dall’art. 218 c.c. che configura la posizione del separato come quella dell’usufruttuario, in quanto la norma, in uno con l’art. 217 c.c., concerne solo la amministrazione dei beni dell’altro soggetto e non il godimento dello stesso in qualità di assegnatario. Si assiste, così, alla mancanza dei presupposti per applicare le norme menzionate ( manca il mandato di una parte a favore dell’altra o di una situazione di fatto come previsto dall’art. 218).

Per la corte, inoltre, la prospettazione da parte del ricorrente della applicazione analogica del meccanismo dell’emersione dell’obbligo di versare l’Imu in tale ipotesi, è errata in quanto nulla è posto per giustificare tale accostamento. Si determina una formula vuota ed apodittica priva di giustificazione che concorre a respingere la censura.

La terza censura promossa, si fonda su di una lettura della situazione collegata all’istituto dell’indebito soggettivo ex art 2036 c.c. e ad una lettura dell’art. 1180 c.c.

Tuttavia si tratta per il Tribunale e per la stessa Cassazione di una visione da respingere poiché la realtà emergente dal casus deve essere sussunta nell’alveo dell’ arricchimento ingiustificato ex art. 2041 c.c.

In tal guisa la Corte supera le questioni inerenti la decadenza dall’azione di ripetizione dell’adempiente così come quelle emergenti in punto di ermeneusi dell’art. 1180 (essendo un pagamento di un terzo spontaneo estingue l’obbligazione, ma non attribuisce ipso iure un titolo a favore del terzo per agire direttamente contro il debitore come da artt. 1201-1202-1203 n.3-1203n. 5 in combinato disposto con l’art. 2036 co3 c.c.).

Infine, la corte specifica che anche il regime della prescrizione non segue quello dell’indebito ex 2036 c.c. bensì quello dell’arricchimento a dimostrazione che si agisce in una prospettiva coerente che segue gli effetti derivanti dalla qualificazione di quel pagamento.

Pertanto, è palese che nell’ambito di questa controversia si determina una gestione dei diritti e doveri delle parti coerente col fenomeno della comproprietà e della tutela del pagamento senza causa.

Pagamento che l’ex moglie aveva effettuato sulle spinte di una interpretazione del testo della norma vigente incerta e su di un timore di essere sottoposti all’attività dell’ente di riscossione.

 

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.