L’inizio di un procedimento penale non è sempre causa di esclusione da un concorso

Consiglio di Stato, Sezione 4, Sentenza 26 febbraio 2015, n. 964

Il CdS sulla base di una lettura costituzionalmente orientata delle norme e all’esaltazione dei principi di proporzionalità e ragionevolezza…

…ha dichiarato l’illegittimità dei provvedimenti di esclusione dalla graduatoria di una procedura di immissione nel ruolo dei volontari in servizio permanente e di congedo permanente dall’ente di appartenenza emanati dall’amministrazione procedente sulla base di una mera lettura formalistica della norma.

La questione prende avvio dalla domanda di partecipazione alla procedura concorsuale presentata da un candidato che risultava gravato da un processo penale (fatto regolarmente menzionato nella domanda di partecipazione) conclusosi, in epoca successiva alla definizione del procedimento amministrativo, con l’assoluzione. All’atto dell’approvazione della relativa graduatoria, il soggetto in esame si collocava in posizione utile ai fini dell’assunzione e solo in un secondo momento gli veniva notificato il provvedimento di esclusione dal concorso e conseguentemente veniva collocato in congedo illimitato.

A seguito dell’impugnazione dei provvedimenti di esclusione dalla procedura e di congedo permanente la questione è giunta al Consiglio di Stato che, con la sentenza in parola, ha colto l’occasione per chiarire il ruolo e l’importanza dei principi di proporzionalità e ragionevolezza.

Il principio di proporzionalità, di derivazione europea, impone all’amministrazione di adottare un provvedimento non eccedente quanto è opportuno e necessario per conseguire lo scopo prefissato. In applicazione di tale principio la pubblica amministrazione è tenuta ad un’adeguata ponderazione di tutti gli interessi, pubblici e privati, rilevanti per la soluzione del quesito al fine di giungere ad una soluzione che comporti il minor sacrificio possibile degli interessi secondari (Inteso in questo senso il principio in parola rileva quale elemento sintomatico della correttezza dell’esercizio del potere discrezionale).

Date tali premesse, afferma il Consiglio di Stato, “la proporzionalità non deve essere considerata come un canone rigido ed immodificabile, ma si configura quale regola che implica la flessibilità dell’azione amministrativa ed, in ultima analisi, la rispondenza della stessa alla razionalità ed alla legalità”.

Parallelamente, la ragionevolezza costituisce un criterio al cui interno convergono altri principi generali dell’azione amministrativa (imparzialità, uguaglianza, buon andamento): l’amministrazione, in forza di tale principio, deve rispettare una direttiva di razionalità operativa al fine di evitare decisioni arbitrarie od irrazionali.

In virtù di tale principio, l’azione dei pubblici poteri non deve essere censurabile sotto il profilo della logicità e dell’aderenza ai dati di fatto risultanti dal caso concreto: da ciò deriva che l’amministrazione, nell’esercizio del proprio potere, non può applicare meccanicamente le norme, ma deve necessariamente eseguirle in coerenza con i parametri della logicità, proporzionalità ed adeguatezza facendo, dunque, prevalere la sostanza sulla forma.

Sul punto, la giurisprudenza del Consiglio di Stato ha chiarito che “il criterio di ragionevolezza impone di far prevalere la sostanza sulla forma qualora si sia in presenza di vizi meramente formali o procedimentali, in relazione a posizioni che abbiano assunto una consistenza tale da ingenerare un legittimo affidamento circa la loro regolarità (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 14 novembre 2014 n. 5609; id. 18 agosto 2009 n. 4958; id. 2 ottobre 2007, n. 5074)”.

Sulla base di questi principi il CdS giunge alla soluzione del caso concreto.

Per la sentenza in parola, infatti, anche se la circolare indicava fra i requisiti di partecipazione alla procedura l’assenza di imputazioni in procedimenti penali, la disposizione richiamata deve essere riferita all’esigenza di reclutare individui che garantiscano un adeguato livello di moralità e professionalità e, in virtu di ciò, risulta che la decisione di escludere il candidato dalla procedura risulta irragionevole.

Il CdS afferma, infatti, che “la disposizione in virtù della quale sono stati adottati i provvedimenti impugnati in primo, necessita di una lettura costituzionalmente orientata, al fine di poterne esplicitare al meglio la ratio: l’inizio di un procedimento penale non consente di emettere un giudizio definitivo circa la moralità e la professionalità di un aspirante volontario in ferma permanente, in coerenza con quanto disposto dall’art. 27 co. 2 Cost.. Di conseguenza, venuta meno l’imputazione a carico di un individuo, nessun dubbio può essere sollevato circa la sua idoneità morale a ricoprire quel determinato ruolo.”

In definitiva con la sentenza in commento si giunge all’affermazione del principio di diritto in base al quale “l’esclusione di un candidato, motivata con riferimento alla mera pendenza di un procedimento penale al momento della presentazione della domanda di partecipazione ad una procedura concorsuale, adottata prescindendo del tutto dalla valutazione circa l’esito di tale procedimento, quand’esso – come nella specie – sia favorevole al candidato, nel frattempo pure immesso in servizio, si inserisce in un’ottica di rigida applicazione delle norme: ne deriva una lettura formalistica della documentazione, avulsa dal riscontro oggettivo dei fatti, che si risolve, in ultima analisi, in una distorsione dei canoni di legittimità e buon andamento dell’azione amministrativa”.

 

CdS 964 2015

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