Lesioni da sinistro stradale: lucro cessante alternativo alla chance.

La rilevante gravità del danno cagionato alla vittima in seguito ad un sinistro stradale, non determina ipso iure la cd. “personalizzazione del danno”. Ciò accade solo ove l’interessato riesce a provare la maggiore nocività dell’accaduto rispetto ai casi analoghi. (Cass. 20630/16)

Si tratta di due postulati formulati dalla Corte di Cassazione con la sentenza numero 20630/16 ( scarica qui la sentenza esplicata nei passaggi fondamentali: Corte di Cassazione sez. III civ. sent. n. 20630 del 13 ottobre 2016), in cui si precisa, inoltre, che il danno da perdita di chance “è ovviamente alternativo rispetto al danno da lucro cessante futuro da perdita del reddito”.

Principi che trovano la loro genesi in un incidente stradale in cui un soggetto, minorenne e giovane calciatore, subiva una lesione grave a cui seguiva una diagnosi di invalidità pari al 90%. Situazione che aveva portato alla condanna del conducente e al risarcimento del danno del minore e della madre in primo grado, con aumento lieve dell’importo risarcito in sede di gravame. Tuttavia i due soggetti ricorrevano in cassazione per una serie di motivi, fra cui quello della mancata personalizzazione del danno da perdita di chance.

Con il primo motivo del ricorso si censurava la violazione di legge ( ex artt.2697 e 2909 c.c) e la presenza di un vizio di non considerazione di un fatto decisivo e controverso, come la mera colpa dell’autista per il mancato allacciamento delle cinture da parte del danneggiato.

In merito alla prima censura la Cassazione la respinge perchè infondata. Attiene, infatti, all’ accertamento di un fatto (se la vittima dell’illecito abbia partecipato alla sua causazione) non accertabile in sede di legittimità. Così facendo i ricorrenti, in realtà, censurano il modo in cui il giudice di merito ha ricostruito la prova presuntiva. Censura inammissibile per la Corte, poiché contraria al “consolidato e pluridecennale orientamento di questa Corte, secondo cui non è consentita in sede di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, a nulla rilevando che quelle prove potessero essere valutate anche in modo differente rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito”.

Circa l’altra censura la Corte la ritiene inammissibile perché non prospettata in precedenza e infondata perché la Corte di Appello ha applicato i criteri di risarcimento in caso di mancato allacciamento delle cinture (fatto che ha causato il 30 % del danno da dividere fra i due soggetti interessati).

Circa la doglianza del fatto storico, inoltre, la Cassazone richiama le S. Un del 2014 n 8053 per cui “l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, non integra l’omesso esame circa un fatto decisivo previsto dalla norma, quando il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti”. Da ciò la Corte deduce che la parte agisce per ottenere una diversa valutazione del fatto storico (condotta del conducente e della vittima) rispetto a quanto già deciso dal giudice di merito. Confermando la inammissibilità della censura.

Con il secondo motivo di ricorso i ricorrenti agiscono per lesione di una serie di norme (lamentano, in particolare, la violazione degli artt. 2, 3, 13, 22, 27, 32 cost.; 2043, 2059, 2909 c.c.; 112, 132 c.p.c.; 138 d. Igs. 7.9.2005 n. 209).

Da ciò fuoriescono, per la Corte una serie di lesioni :

“(a) il danno non patrimoniale patito da XXX è stato sottostimato, perché non si è tenuto conto della sua componente “dinamica”; del danno morale e del danno esistenziale;

(b) il danno non patrimoniale patito dalla madre della vittima è stato sottosti mato ;

(c) il danno per spese di assistenza infermieristica e cure future è stato sottostimato ;

(d) il danno da perdita della capacità di lavoro è stato sottostimato;

(e) non è stato liquidato il danno da perdita di chance di successo professionale;

(f) la Corte d’appello ha omesso di pronunciarsi sul motivo d’appello concernente i criteri di scomputo degli acconti pagati dalla XXX prima della sentenza”.

Doglianze che la Cassazione respinge in blocco.

Circa la A) la Cassazione respinge il ricorso asserendo che la Corte di Appello ha rispettato la metodologia funzionale alla corretta determinazione del quantum debeatur.

Preliminarmente alla spiegazione dei motivi del rigetto la Cassazione precisa alcuni postulati cardine del danno non patrimoniale.

Si tratta di tre regole definibili auree del danno non patrimoniale: (il danno non patrimoniale) è “una categoria unitaria e omniacomprensiva”; “non è consentito chiamare pregiudizi identici con nomi diversi, per pretenderne una doppia valutazione e liquidazione”; “colui il quale lamenti in sede di legittimità una sottostima del danno non patrimoniale da parte del giudice di merito, ha l’onere di indicare chiaramente quali sono stati i concreti pregiudizi dedotti e provati, ma non esaminati dal giudice di merito”.

Questi postulati si traducono nella prassi risarcitoria, seguita dalla Corte di Appello, che sfocia in un modello bifasico: “la prima consistente nell’individuazione di un parametro standard uguale per tutti, necessario per garantire parità di risarcimento a parità di danno; e la seconda consistente nell’adeguare la misura standard alle specificità del caso concreto, con variazioni qualitativa (ad es., liquidazione in forma di rendita piuttosto che in forma di capitale) o quantitative (aumentando o riducendo il valore standard)”.

Precisando, inoltre, l’erroneità della affermazione del ricorrente per cui il danno biologico deve essere aumentato ipso iure, rispetto agli standards, a causa della rilevante nocività della lesione.

Si tratta di una visione irragionevole perché per la Cassazione il danno alla salute non consiste in una mera percentuale, bensì “nel complesso delle privazioni che la vittima dovrà subire nella vita quotidiana, lavorativa e sociale per effetto della menomazione”.

Applicando ciò nel casus, la Corte sancisce che la lesione patita, certamente incide sulla vita del leso, tuttavia di ciò si tiene conto nelle tabelle. Ragionando diversamente, secondo la Corte, si creerebbe una profonda confusione sul contenuto da attribuire al danno biologico. Questo principio, inoltre, per la Corte è ancora più saldo laddove si considera che lo stesso non determina il divieto di discostarsi dagli standards prefissati in via convenzionale, ma lo ammette solo in caso di prova della nocività resa dal ricorrente.

Ecco proprio tale aspetto manca nel ricorso e pertanto lo stesso non merita per la Corte sorte differente da quanto sancito nei precedenti gradi di giudizio.

In merito invece alle censure B; C; la stessa Corte le respinge per via di un errori nella formulazione.

Particolarmente rilevante, invece, è la breve ed intensa motivazione con cui la Corte respinge la censura D). La Cassazione reputa corretto il criterio di calcolo utilizzato dalla Corte di Appello. Quest’ultima riconobbe il danno da perdita di capacità di lavoro basato su di un calcolo della metà del reddito di un calciatore di serie A discendente dalla giovane età del leso e dal fatto che di norma i contratti dei professionisti crescono nel tempo.

In tal modo si escludeva in radice la possibilità di ottenere un risarcimento per perdita di chance da attività lavorativa futura poiché per la Cassazione le due voci vivono di un rapporto di tipo alternativo (“Un danno da perdita di chance è ovviamente alternativo rispetto al danno da lucro cessante futuro da perdita del reddito”).

Per cui nel caso in cui la parte provi la esistenza verosimile di un danno da perdita di attività lavorativa allora, come nel casus, è ipotizzabile un risarcimento per danno da lucro cessante (visione in linea coll’art. 1226); nel caso in cui tale prova non è raggiunta alla vittima potrà spettare il risarcimento per perdita di chance.

Visione coerente, inoltre, con il divieto di duplicazione del risarcimento che porrebbe, ove riconosciuto, la vittima in una situazione di guadagno superiore a quello derivante dal completo sfruttamento della sua situazione ante sinistro.

In tal modo la sentenza si inserisce in quell’orientamento teso ad evitare duplicazioni risarcitorie, ma al contempo a coprire l’intera gamma di lesioni subite nella unitaria categoria del danno non patrimoniale.

L’ultimo motivo, inoltre è respinto per difetto di interesse. Da ciò scaturisce la condanna dei ricorrenti.