L’abuso del processo nell’iscrizione di ipoteca di importo sproporzionato.

Il creditore che ottiene decreto ingiuntivo favorevole e che iscrive ipoteca giudiziale per importo sproporzionato abusa del proprio diritto alla garanzia patrimoniale, ed è dunque responsabile ai sensi dell’art. 96 c.p.c. Queste le conclusioni maturate dalla Corte di Cassazione nella sentenza in oggetto (sentenza qui scaricabile esplicata nei passaggi fondamentali cass-6533-del-2016, in rottura con l’insegnamento tradizionale.

La controversia prende avvio dall’emanazione di un decreto ingiuntivo e dalla successiva e conseguente iscrizione di ipoteca giudiziale, a seguito di ricorso presentato, nei confronti del debitore e del garante, dal creditore rimasto insoddisfatto. La controversia giunta in sede di legittimità verte sulla possibilità di condannare ai sensi dell’art. 96 c.p.c. il creditore che iscrive ipoteca giudiziale per un importo sproporzionato, in violazione del principio del giusto processo.

In principio la Suprema Corte riconosce come l’orientamento consolidato ritenga non illecita la condotta del creditore, sulla scorta degli artt. 2740, 2828 e 2877 c.c..

La prima norma fissa il principio generale per cui il debitore risponde dei propri debiti con tutti i suoi beni presenti e futuri. L’art. 2828 c.c. , invece, legittima il creditore ad iscrivere ipoteca su qualunque bene del debitore. L’ art. 2877 c.c., infine, non pone le spese di riduzione dell’ipoteca a carico del richiedente (e dunque del debitore) – ipotesi, questa, che invece costituisce la regola generale – solamente quando essa dipenda da un eccesso di determinazione del credito fatta dal creditore stesso. Si desume da ciò che se le spese della procedura sono solitamente a carico del richiedente a fortiori il creditore non può ritenersi responsabile ex art. 96 c.p.c..

Nella sentenza in oggetto la Corte di Cassazione ritiene di dover rivedere le coordinate consolidatesi in giurisprudenza, alla luce del principio del giusto processo espresso all’art. 100 della Costituzione.

In primo luogo, si afferma che un limite al principio in oggetto non può essere rinvenuto nell’art. 2740 c.c., essendo le norme non sovrapponibili tra loro.

Si contesta,  altresì, la lettura dell’art. 2828 c.c. secondo la quale tale norma legittimerebbe iscrizioni di ipoteca su tutti gli immobili del debitore. Ed anzi, proprio la strumentalità della garanzia reale rispetto a crediti determinati autorizza a ipotizzare che, ferma la libertà di scelta tra quali immobili, il valore degli stessi non possa non rapportarsi alla cautela riconosciuta”.

Infine, la Suprema Corte evidenzia che l’art. 2877 c.c. opera in caso di riduzione consensuale di ipoteca e solamente per le spese relative alle formalità ipotecarie.

Superate le argomentazioni avanzate dall’orientamento tradizionale, la Cassazione si sofferma  sull’art. 96 c.p.c., composto da tre commi che poggiano su presupposti tra loro diversi. Detta norma rappresenta ipotesi specifica dell’art. 2043, disciplinando essa un illecito processuale derivante da atti e comportamenti tenuti all’interno del processo.

L’abuso del processo costituisce una particolare applicazione – in chiave processuale – del divieto di abuso del diritto; principio generale che sanziona le condotte che danno luogo ad un’utilizzazione alterata dello schema formale prescritto dalla norma. Vengono stigmatizzate, dunque, le condotte che, pur formalmente rispettose della lettera di una norma, nella sostanza risultano in contrasto con l’ordinamento giuridico.

Questa possibilità può oggi verificarsi sia nel diritto sostanziale sia nel diritto processuale, come dimostrato dalla famosa sentenza resa a Sezioni Unite nel 2007 nella quale la Corte di Cassazione ha censurato la pratica – allora molto invalsa – del frazionamento del credito unico in più richieste giudiziali.  L’art. 96 c.p.c. riveste oggi grande importanza perché a partire da tale pronuncia il principio del giusto processo, che funge da base alla regola per cui “le norme processuali vanno interpretate in modo da evitare lo spreco di energie giurisdizionali”, ha incontrato una serie numerosa di applicazioni sia nella giurisprudenza di merito sia in quella di legittimità.

Ciò posto, la Suprema Corte afferma che “, il creditore che iscrive ipoteca giudiziale sui beni del debitore il cui valore sia eccedente la cautela, discostandosi dai parametri normativi mediante l’iscrizione per un valore che supera di un terzo, accresciuto dagli accessori, l’importo dei crediti iscritti  pone in essere un comportamento di abuso dello strumento della cautela rispetto al fine per cui gli è stato conferito. Utilizza lo strumento processuale oltre lo scopo previsto dal legislatore per assicurarsi la maggiore garanzia possibile, ma determinando un effetto deviato in danno del debitore”.

Conseguentemente, viene affermato il seguente principio di diritto: “Nell’ipotesi in cui come nella specie – risulti accertata l’inesistenza del diritto per cui è stata iscritta ipoteca giudiziale e la normale prudenza del creditore nel procedere all’iscrizione dell’ipoteca giudiziale, è configurabile in capo al suddetto creditore la responsabilità ex art. 96, secondo comma c.p.c., quando non ha usato la nomale diligenza nell’iscrivere ipoteca sui beni per un valore proporzionato rispetto al credito garantito, secondo i parametri individuati nella legge (artt. 2875 e 2876 c.c), così ponendo in essere, mediante l’eccedenza del valore dei beni rispetto alla cautela, un abuso del diritto della garanzia patrimoniale in danno del debitore”.

Per questa via la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e cassato con rinvio la sentenza di appello, al fine valutare – alla luce del principio di diritto appena evidenziato – il comportamento tenuto dal creditore all’interno del processo.