La risarcibilità del danno morale e di quello cd. esistenziale in assenza di danno alla salute: Cass. 11851/2015

Commento a Cass. civ. n. 11851 del 09.06.2015

Con la sentenza n. 11851/2015, attraverso passaggi della motivazione che non è un fuor d’opera definire “poetici”, la Corte di Cassazione torna sul tema dell’autonomia dogmatica del danno morale e di quello da lesione di interessi costituzionalmente tutelati (anche detto “esistenziale”) rispetto al danno biologico.

Si tratta di una questione che da alcuni anni si rincorre in giurisprudenza e che, dopo le sezioni unite di San Martino (11.11.2008 n. 26792), ha assunto uno spessore sempre più rilevante.

Difatti, come noto, le sezioni unite, nel risolvere le questioni più problematiche riguardanti la risarcibilità del danno non patrimoniale, avevano affermato che quest’ultimo rappresentasse una categoria unitaria, ispirata al principio di tipicità (come prescrive l’art. 2059 c.c.), all’interno della quale è possibile individuare pregiudizi eterogenei, i quali però non vanno visti come autonome categorie di danno bensì come espressioni aventi mero valore descrittivo.

Pertanto, in omaggio ad una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., si era chiarito che quest’ultimo ricomprende sia il danno morale soggettivo (inteso come transeunte o permanente turbamento d’animo), sia il danno biologico in senso stretto (quale lesione all’integrità psico-fisica e dunque della salute, accertabile mediante una consulenza medica (art. 32 Cost.), sia il danno derivante dalla lesione di altri interessi costituzionalmente tutelati inerenti alla persona.

In questo modo il danno non patrimoniale si presenta perfettamente in linea con i principi fondamentali in tema di risarcimento del danno, poiché garantisce l’integralità ed effettività del risarcimento, evitando duplicazioni risarcitorie e precludendo la possibilità che la tutela risarcitoria sia occasione di lucro per il danneggiato (da qui l’espressione secondo cui “al danneggiato va risarcito tutto il danno ma non oltre”).

Infine, le Sezioni Unite di San Martino avevano ribadito, quali condizioni per la risarcibilità del danno non patrimoniale – e in applicazione del dovere di tolleranza sociale desumibili dall’art. 2 Cost.- la necessità che l’interesse inciso fosse serio e la lesione grave; e ciò al fine di evitare quella che la Corte definiva la “pan-risarcibilità dei danni”, ovvero il risarcimento di lesioni aventi ad oggetto interessi meramente bagattellari.

Ebbene, v’è da dire che la pronuncia del 2008, pur avendo chiarito molti degli aspetti controversi in tema di danno non patrimoniale, ha sempre suscitato un dubbio in dottrina e giurisprudenza: esistono ancora il danno morale e quello cd. esistenziale, oppure il danno biologico va inteso come figura onnicomprensiva che ingloba anche la sofferenza d’animo ed il danno alla vita di relazione?

Ed, ancor più specificamente, sono possibili ipotesi in cui il danno biologico manchi del tutto e, ciò nonostante, sussista – e dunque vada risarcito – soltanto il danno morale o quello alla vita di relazione?

La pronuncia n. 11851/2015 della Corte di Cassazione (riprendendo quanto già affermato dalle sentenze 20292/2012 e 22585/2013) risponde positivamente a tali interrogativi.

Invero, i giudici di legittimità ripercorrono gli ultimi approdi giurisprudenziali in tema di danno non patrimoniale, principiando dalle sentenze gemelle n. 8827 ed 8828 del 2003 che avevano (ri)affermato la bipolarità del nostro sistema risarcitorio, stretto tra la tutela aquiliana atipica (art. 2043 c.c.) ed il danno non patrimoniale tipico (art. 2059 c.c.).

In particolare, la sentenza 11851/2015 è tesa a dimostrare che il danno biologico non è in grado di assimilare tutte le possibili lesioni di interessi non patrimoniali, poiché la funzione dell’art. 2059 è di fornire, pur nella cornice del principio di tipicità, una tutela della vittima quanto più adeguata ai pregiudizi effettivamente patiti dalla vittima.

La sofferenza o patema d’animo (danno morale) e il danno alla vita di relazione (danno dinamico-relazionale) possono infatti sussistere anche quando un danno alla salute manchi del tutto; e ciò perché il danno morale attiene alla sofferenza interiore, mentre quello esistenziale riguarda l’alterazione delle dinamiche relazionali.

Pertanto, non è possibile inglobare questi pregiudizi nel danno alla salute, poiché una siffatta operazione ermeneutica svilirebbe la ratio che riposa dietro la disposizione codicistica.

Invero, a dimostrazione di quanto detto, la Corte richiama alcuni indirizzi normativi sviluppatisi successivamente al 2008, i quali dimostrano che il legislatore contempla il risarcimento del danno morale soggettivo, o di quello dinamico relazionale, pur in assenza del danno biologico o, per usare le parole dei giudici di piazza Cavour, “la non continenza, non soltanto ontologica, nel sintagma “danno biologico”, anche del danno morale”.

Si pensi ai D.p.r. 31 e 191 del 2009 ed in particolare all’art. 5 lettere a) e b) del primo dei due provvedimenti citati, il quale prevede che “la percentuale di danno biologico è determinata in base alle tabelle delle menomazioni e relativi criteri di cui agli artt. 138 e 139 del codice delle assicurazioni; che “la determinazione della percentuale di danno morale viene effettuata, caso per caso, tenendo conto dell’entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto all’evento dannoso, in misura fino a un massimo di due terzi del valore percentuale del danno biologico“. Ebbene, tale norma dimostra che i criteri tabellari delineati per il danno biologico sono presi come riferimento per la liquidazione del danno morale, ma non certo che quest’ultimo non possa sussistere senza quello biologico.

Quanto invece alla dimostrazione dell’autonomia del danno esistenziale (o, per utilizzare una definizione più corretta, da lesione di interessi costituzionalmente tutelati inerenti alla persona) la Corte richiama l’art. 138 del codice delle assicurazioni il quale, dopo aver definito il danno biologico, al comma 3 dispone che “qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali…l’ammontare del danno può essere aumentato dal giudice sino altrenta per cento con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato”; tale aumento conferma che danno biologico ed esistenziale, pur presentandosi spesso congiuntamente, restano concettualmente distinti.

Ultima disposizione richiamata è l’art. 612 bis del codice penale, il quale, laddove fa riferimento al “perdurante e grave stato di ansia o di paura” ed all’alterazione delle “proprie abitudini di vita”, dimostra come il legislatore tenga separato il piano della sofferenza interna (danno morale) da quello alla vita di relazione (danno esistenziale).

In questo modo “viene definitivamente sconfessata la tesi predicativa della “unicità del danno biologico”, qual sorta di primo motore immobile del sistema risarcitorio, Leviatano insaziabile di qualsivoglia voce di danno”.

Del resto, per spiegare che non è peregrino immaginare ipotesi in cui manchi il danno biologico e, ciò nonostante, sussistano quello morale o esistenziale, la Corte ricorre ad alcuni esempi: “un danno biologico propriamente considerato – un danno, cioè, considerato non sotto il profilo eventista, ma consequenzialista – non sarebbe legittimamente configurabile (sul piano risarcitorio, non ontologico) tutte le volte che la lesione (danno evento) non abbia procurato conseguenze dannose risarcibili al soggetto: la rottura, da parte di un terzo, di un dente destinato di lì a poco ad essere estirpato dal (costoso …) dentista è certamente una “lesione medicalmente accertabile”, ma, sussunta nella sfera del rilevante giuridico (id est, del rilevante risarcitorio), non è (non dovrebbe) essere anche lesione risarcibile, poichè nessuna conseguenza dannosa (anzi..), sul piano della salute, appare nella specie legittimamente predicabile (la medesima considerazione potrebbe svolgersi nel caso di frattura di un arto destinato ad essere frantumato nel medesimo modo dal medico ortopedico nell’ambito di una specifica terapia ossea che attende di lì a poco il danneggiato) […] Anche il dolore più grave che la vita può infliggere, come la perdita di un figlio, può non avere alcuna conseguenza in termini di sofferenza interiore e di stravolgimento della propria vita “esterna” per un genitore che, quel figlio, aveva da tempo emotivamente cancellato, vivendo addirittura come una liberazione la sua scomparsa; che anche la sofferenza più grande che un figlio può patire, quale la perdita per morte violenta di un genitore, non implica ipso facto  la risarcibilità del danno, se danno non vi fu.”

Ma allora come comprendere qual è l’interesse realmente leso?Ed a chi affidare tale compito?

La Corte attribuisce al giudice di merito il compito di ristorare i pregiudizi effettivamente patiti dalla vittima; e ciò, “pur nella unicità e irripetibilità di ciascuna delle vicende umane che si presentano dinanzi a lui e nella inevitabile consapevolezza della miserevole incongruità dello strumento risarcitorio a fronte del dolore dell’uomo, che dovrà rassegnarsi a veder trasformato quel dolore in denaro”.

Pertanto assumerà un ruolo fondamentale la prova dei fatti dedotti in giudizio, che potrà avvenire anche ricorrendo a presunzioni ed a fatti notori.

 

Una chiosa finale meritano alcuni pregevoli passaggi della sentenza, con cui il relatore intende chiarire i seguenti aspetti:

a) La consapevolezza che l’obiettivo perseguito dal 2059 possa essere raggiunto soltanto emancipandosi dal piano meramente giuridico ed osservando la sofferenza della vittima anche in chiave sociologica:

Troppo spesso il mondo del diritto, intriso di inevitabili limiti sovrastrutturali che ne caratterizzano la stessa essenza, ha trascurato l’analisi fenomenologica del danno alla persona, che altro non è che indagine sulla fenomenologia della sofferenza.

Il semplice confronto con ben più attente e competenti discipline (psicologiche, psichiatriche, psicoanalitiche) consente (consentirebbe) anche al giurista di ripensare il principio secondo il quale la persona umana, pur considerata nella sua “interezza”, è al tempo stesso dialogo interiore con se stesso, ed ancora relazione con tutto ciò che è altro da se.

In questa semplice realtà naturalistica si cela la risposta all’interrogativo circa la reale natura e la vera essenza del danno alla persona: la sofferenza interiore, le dinamiche relazionali di una vita che cambia.

b) La ragione per cui danno morale e danno esistenziale riguardano pregiudizi eterogenei: “il risarcimento del danno non patrimoniale ha ad oggetto sia la sofferenza morale interiore sia l’alterazione dei precedenti aspetti dinamico-relazionali della vita del soggetto leso”.

c) La definizione di danno esistenziale: “è quel danno che, in caso di lesione della stessa salute, si colloca e si dipana nella sfera dinamico relazionale, come conseguenza, sì, ma autonoma, della lesione medicalmente accertabile”.

d) L’ontologica impossibilità di dare una nozione ben definita di danno esistenziale: “se è lecito ipotizzare che la categoria del danno esistenziale risulti indefinita e atipica, ciò appare la probabile conseguenza dell’essere la stessa dimensione della sofferenza umana, a sua volta indefinita e atipica”.

Cass. civ. n. 11851 del 2015


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