La ricorribilità in Cassazione dell’ordinanza d’inammissibilità dell’appello ex art. 348 ter c.p.c.: la risposta delle Sezioni Unite.

Con la sentenza n. 1914 del 2 febbraio 2016 (che si può scaricare, schematizzata ed evidenziata nei passaggi fondamentali, cliccando sul link) le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate sulla impugnabilità ed, eventualmente, entro quali limiti, dell’ordinanza declaratoria della inammissibilità dell’appello per mancanza di ragionevole probabilità di accoglimento.

Si tratta del provvedimento emanato all’esito della cd. “udienza filtro” in appello, introdotta dal D.L. 83/2012 (conv. in legge 143/2012) e disciplinata agli articoli 348 bis e 348 ter del codice di procedura civile. Con tale novella il legislatore, nel tentativo di ridurre il contenzioso pendente presso le Corti d’appello, ha previsto che in prima udienza il giudice formuli un giudizio prognostico in ordine alla ragionevole probabilità che l’impugnazione venga accolta ed, in caso negativo, dichiari l’appello inammissibile.

Al riguardo, l’art. 348 ter comma 3 dispone espressamente che “quando è pronunciata l’inammissibilità, contro il provvedimento di primo grado può essere proposto, a norma dell’art. 360, ricorso per Cassazione”.

A mente del dato legislativo sembrerebbe, dunque, che l’ordinanza in esame non sia impugnabile, potendo la parte soccombente censurare esclusivamente la sentenza di primo grado.

Ebbene, la pronuncia delle Sezioni unite si innesta proprio su questo aspetto, interrogandosi sulla ricorribilità in Cassazione, ai sensi dell’art. 111 comma 7 Cost., dell’ordinanza d’inammissibilità.

Nel rispondere al quesito contenuto nell’ordinanza di rimessione, i giudici della Suprema Corte circoscrivono il campo d’indagine rilevando, preliminarmente, che nessun dubbio si pone nei casi in cui la parte soccombente in primo grado, il cui appello sia stato dichiarato inammissibile ex artt. 348 bis e ter, intenda dedurre ragioni d’impugnazione attinenti al merito della controversia.

Difatti, in questo caso l’impugnabilità della cd. “ordinanza filtro” è stroncata dal richiamato comma 3 dell’art. 348 ter, il quale, nel prevedere che, dichiarato inammissibile l’appello, la sentenza di primo grado può essere impugnata tramite ricorso in Cassazione, implicitamente delinea la non definitività – e, dunque, la non ricorribilità in Cassazione ex art. 111 comma 7 Cost. – del provvedimento in esame; definitività che, come noto, costituisce un ineludibile presupposto dell’ipotesi di ricorso in Cassazione delineata dalla previsione costituzionale.

Inoltre, v’è concordia nel ritenere che l’ordinanza filtro rappresente un provvedimento di carattere decisorio, poiché emesso in un giudizio che verte su situazioni di diritto soggettivo delle quali è comunque prevista la piena giustiziabilità.

Resta allora da capire se l’ordinanza filtro sia ricorribile in Cassazione per vizi processuali (ad esempio, perché il giudice si sia pronunciato in una controversia a cui non si applica lo strumento di nuovo conio legislativo: si veda il comma 2 dell’art. 348 bis c.p.c.).

I giudici della Suprema Corte rilevano come sul punto si siano formati due orientamenti in seno alla giurisprudenza di legittimità.

Secondo alcuni (Cass. 7273/2014), l’ordinanza che dichiara l’inammissibilità dell’appello ex art. 348 bis non potrebbe essere impugnata in Cassazione per vizi di merito (poiché, in relazione a tali profili, essa non rappresenta un provvedimento definitivo); viceversa, essa è ricorribile ove dichiari l’inammissibilità per ragioni processuali, avendo in tal caso carattere definitivo e valore di sentenza.

A questa ricostruzione se ne contrappone un’altra (Cass. 8940/2014) secondo cui, avverso la dichiarazione di inammissibilità dell’appello non potrebbe mai proporsi ricorso per Cassazione; e ciò, a prescindere che si intendano censurare profili di merito o meramente processuali.

Invero, secondo quest’ultimo orientamento la non ricorribilità in Cassazione dell’ordinanza filtro è giustificata dalla non definitività del provvedimento, “dovendosi valutare tale carattere con esclusivo riferimento alla situazione sostanziale dedotta in giudizio e non anche a situazioni aventi mero rilievo processuale”.

Emerge, allora, come la divaricazione tra i due orientamenti giurisprudenziali attenga al significato da attribuire al presupposto della “definitività”.

Al riguardo, coloro che ammettono il ricorso in Cassazione, avverso l’ordinanza filtro, per vizi processuali, ritengono che in tal caso l’ordinanza sia definitiva poiché, se è vero che la parte potrebbe sempre impugnare la sentenza di primo grado, tuttavia egli non potrebbe più far valere gli errores in procedendo commessi dal giudice d’appello; ne deriva che, in questo caso, il provvedimento ex art. 348 bis è definitivo poiché, quantomeno rispetto ai vizi processuali di cui è affetto, non è più modificabile.

Viceversa, i sostenitori della tesi che esclude sempre la ricorribilità in Cassazione dell’ordinanza filtro ritengono che essa non sia mai definitiva, poiché la definitività va valutata solo in relazione alla situazione giuridica sostanziale dedotta nel processo, con la conseguenza che, finché quest’ultima sia ridiscutibile – nella specie con il ricorso per Cassazione contro la sentenza di primo grado – difetterebbe la definitività idonea a giustificare il ricorso straordinario.

Invero, i giudici di Cassazione aderiscono al primo dei citati orientamenti, ammettendo l’impugnabilità ex art. 111 Cost. dell’ordinanza prevista dagli artt. 348 bis e ter c.p.c., per vizi propri consistenti in violazione della legge processuale.

A conforto di tale soluzione vengono indicate numerose considerazioni.

In primo luogo, la Corte precisa che la tesi predicativa della definitività dell’ordinanza filtro e – e, dunque, la non ricorribilità ex art. 111 comma 7 Cost. della stessaassimila indebitamente la definitività di cui discorre la previsione costituzionale con quella di cui all’art. 360 comma 3 c.p.c..

Viceversa, le due norme contengono due nozioni diverse di “definitività”, che vanno tenute separate.

In particolare, ai sensi dell’art. 111 comma della Costituzione, per definitività di un provvedimento va intesa la sua non modificabilità; al contrario, la definitività di cui discorre l’art. 360 comma 3 c.p.c., si verifica quando la decisione giurisdizionale definisce, almeno parzialmente, il giudizio.

Alla luce di tale ricostruzione, risulta di solare evidenza come l’ordinanza di cui agli artt. 348 bis e ter c.p.c. sia immediatamente ricorribile per Cassazione per vizi processuali poiché, sotto tale profilo, si tratta certamente di un provvedimento definitivo.

Pertanto, precludere l’impugnazione di tale decisione significherebbe comprimere indebitamente il diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost, poiché la parte non avrebbe nessuno strumento per censurare gli errores in procedendo che viziano la decisione della corte d’Appello.

Peraltro, la tesi che nega – sempre e comunque – la ricorribilità in Cassazione dell’ordinanza filtro appare distonica con la ratio dell’art. 111 comma 7 della Costituzione, da intendersi quale “norma di chiusura del sistema delle impugnazioni”.

In essa trovano “spazio e ragione sia la funzione nomofilattica della Corte di Cassazione, sia la tutela del singolo cittadino contro le violazioni della legge commesse dai giudici di merito: rispetto a tale modello di ricorso non può non risultare impropriamente riduttiva una interpretazione che escluda la possibilità di impugnare sempre, per le violazioni di legge commesse dai giudici di merito, i provvedimenti decisori che non siano altrimenti modificabili o censurabili”.

In altre parole, il ricorso per Cassazione ex art. 111 comma 7 è possibile ogni qual volta siano consumate o non più consentite altre forme di gravame.

Peraltro, la Corte evidenzia la peculiarità dello strumento introdotto dal legislatore nel 2012, poiché si è in presenza di un provvedimento pervaso da un’asimmetria tra decisorietà e definitività.

In altre parole, l’ordinanza che dichiara l’inammissibilità dell’appello rappresenta “una pronuncia a carattere decisorio – siccome emessa in un giudizio che verte su situazioni di diritto soggettivo o delle quali è comunque prevista la piena giustiziabilità – che non sia in sé altrimenti modificabile ma che tuttavia non possa ritenersi “definitiva” con riferimento alla situazione sostanziale dedotta in giudizio”.

Del resto, precisa ancora la Corte, pur non essendo previsto un diritto costituzionalmente garantito ad un giudizio di secondo grado, inteso come diritto ad un nuovo esame della causa nel merito, negare l’impugnabilità dell’ordinanza filtro significherebbe dar vita ad una soppressione “di fatto” del giudizio d’appello, ma soprattutto lasciare “al mero arbitrio del giudice d’appello la possibilità che la parte fruisca di un giudizio di secondo grado, con l’impossibilità – in assenza di ogni possibile impugnazione – di verificare la correttezza della decisione e, a fortiori, la giustificatezza della disparità di trattamento tra coloro che hanno potuto fruire dell’appello e coloro che non hanno potuto fruirne“.

Infine, nell’ultima parte della pronuncia la Corte precisa che non tutti gli errores in procedendo, che viziano l’ordinanza ex art. 348 bis, sono suscettibili di ricorso straordinario in Cassazione.

In particolare, non possono essere impugnati con ricorso straordinario quei vizi processuali che potrebbero essere censurati con il ricorso ordinario ex art. 360 c.p.c. (attesa la natura residuale dell’impugnazione di cui all’art. 111 comma 7 Cost.).

Si pensi all’ipotesi in cui la Corte d’appello abbia dichiarato l’inammissibilità del gravame per ragioni di carattere processuale e non perché abbia pronosticato la sua impossibilità di accoglimento nel merito; ebbene, tale ordinanza “è impugnabile con ricorso ordinario per cassazione, trattandosi, nella sostanza, di una sentenza di carattere processuale che non contiene alcun giudizio prognostico negativo circa la fondatezza nel merito della impugnazione e perciò differisce dalle ordinanze in cui tale giudizio prognostico viene espresso, anche se, eventualmente, fuori dei casi normativamente previsti”.

Alla luce di tutte le considerazioni svolte, la Corte conclude elaborando il seguente principio di diritto:

Avverso l’ordinanza pronunciata dal giudice d’appello ai sensi dell’art. 348-ter c.p.c. è sempre ammissibile ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell’art. 111, comma 7, Cost. limitatamente ai vizi propri della medesima costituenti violazioni della legge processuale che risultino compatibili con la logica (e la struttura) del giudizio sotteso all’ordinanza in questione, dovendo in particolare escludersi tale compatibilità in relazione alla denuncia di omessa pronuncia su di un motivo di appello, attesa la natura “complessiva” del giudizio prognostico, necessariamente esteso a tutte le impugnazioni relative alla medesima sentenza nonché a tutti i motivi di ciascuna impugnazione, e potendo, in relazione al silenzio serbato in sentenza su di un motivo di censura, eventualmente porsi (nei termini e nei limiti in cui possa rilevare sul piano impugnatorio) soltanto un problema di motivazione“.

Pasquale Velleca

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