La qualifica di erede o di terzo del legittimario totalmente pretermesso al vaglio della Corte di Cassazione

Nella sentenza 22907 del 2015 la Corte di Cassazione affronta le questioni relative alla qualifica da riconoscere al legittimario totalmente pretermesso e agli effetti che sullo stesso si producono in conseguenza  di atti tra vivi posti in essere dal de cuius.

La comprensione della sentenza in commento può essere agevolata da una breve descrizione dei fatti di causa.

Con atto di citazione due sorelle avevano contestato la simulazione dell’atto pubblico con cui il padre – de cuius – aveva ceduto un terreno agricolo con annessi fabbricati ad uno dei figli ed alla rispettiva moglie (in regime di comunione legale con il marito), ritenendo che l’atto in questione dissimulasse in realtà una donazione indiretta. Per questa via chiedevano la riduzione della donazione fino alla reintegrazione della quota di legittima e, essendo il suddetto terreno l’unico bene esistente nel patrimonio del de cuius, l’apertura della successione.

La simulazione del contratto di compravendita del terreno agricolo veniva accertata dal Tribunale e confermata dalla Corte di Appello, inducendo i soccombenti a proporre ricorso per Cassazione.

Con la sentenza in oggetto la Suprema Corte ha svolto il compito di qualificare la posizione del legittimario totalmente pretermesso.

In primo luogo i ricorrenti avevano invocato l’applicazione dell’art. 564 c.c., in forza del quale il legittimario che non ha accettato l’eredità con beneficio di inventario non può chiedere la riduzione delle donazioni.

La censura viene superata dalla Cassazione con argomentazioni del tutto condivisibili, in quanto fondate sul dato codicistico.

Riportandosi alla giurisprudenza consolidata sul punto, ha difatti affermato che il legittimario totalmente pretermesso che proponga domanda di simulazione preordinata ad una successiva azione di riduzione è da considerarsi come un terzo.

La qualifica di erede, invece, può essere riconosciuta “solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti da parte dell’istituito”.

Dunque, il legittimario in tanto deve aver accettato l’eredità con beneficio di inventario per poter legittimamente proporre azione di riduzione ex art. 564 c.c., in quanto non sia stato del tutto pretermesso dall’eredità stessa.

Circostanza, quest’ultima, che non si è verificata nel caso di specie, dal momento che l’atto di compravendita – simulato – del de cuius aveva riguardato l’unico bene facente parte del suo patrimonio, impedendone così la chiamata all’eredità dei fratelli.

Da ciò ne deriva l’infondatezza della doglianza relativa alla mancata declaratoria di inammissibilità dell’azione di riduzione ai sensi dell’art. 564 comma 2 cod. civ..

Altra censura, invece, ha riguardato la dimostrazione – sulla base di presunzioni – del mancato pagamento del prezzo inerente alla compravendita simulata.

A tal proposito la Suprema Corte ha osservato che, stante la natura di terzo del legittimario pretermesso, la dichiarazione di versamento del prezzo contenuta nel rogito notarile non può avere valore vincolante nei suoi confronti, potendo, invece, trarsi elementi di valutazione circa il carattere fittizio del contratto dalla circostanza che il compratore – su cui grava l’onere di provare il pagamento del prezzo – non abbia fornito la relativa dimostrazione.

Da ciò consegue che il legittimario pretermesso potrà avvalersi di qualsiasi mezzo di prova – anche quella testimoniale o presuntiva – per dimostrare la simulazione del negozio, non andando in alcun modo incontro alle preclusioni di cui all’art. 1417 c.c. (detto articolo, difatti, dispone che “la prova per testimoni della simulazione è ammissibile senza limiti, se la domanda è proposta da creditori o da terzi e, qualora sia diretta a far valere l’illiceità del contratto dissimulato, anche se è proposta dalle parti”).

cass. civ 22907 del 2015

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