La falsità del testamento olografo: percorsi esegetici, onere probatorio e ricadute processuali

La rilevanza processuale del testamento olografo e gli strumenti utilizzabili per contestarne l’autenticità rappresentano questioni che da decenni interrogano dottrina, giurisprudenza ed avvocati.

La difficoltà di raggiungere una posizione comune ben si comprende, se sol si considera che la soluzione ai suddetti quesiti richiede una risposta preliminare a due ulteriori interrogativi, anch’essi dibattuti: la collocazione del testamento olografo tra le scritture private o gli atti pubblici e l’individuazione dell’esatto significato del termine “prove”.

Basti pensare che il testamento – ovvero quello redatto e custodito dal de cuius -, pur rientrando tradizionalmente tra le scritture private, viene spesso assimilato, per certi aspetti, alla disciplina prevista per gli atti pubblici, in quanto dotato di una tale rilevanza sociale e giuridica che non è possibile considerarlo alla stregua di un atto (soltanto) privato.

Quanto poi alla difficoltà di comprendere cosa si intenda esattamente per “prove”, un’autorevole dottrina ha affermato che ciò sarebbe dovuto alla povertà del nostro lessico giuridico, per cui spesso accade che con tale espressione si indichino sia gli strumenti di conoscenza dei fatti dedotti dalle parti (le prove in senso stretto), sia il procedimento tramite il quale gli strumenti di conoscenza si formano ed entrano nel giudizio (prove in senso lato).

Emerge, così, una “contaminazione” tra natura sostanziale e processuale delle prove; una osmosi di cui, a ben vedere, è stato consapevole anche il legislatore, laddove ha collocato la disciplina dei mezzi istruttori sia nel codice di rito (artt. 210 e ss.) che in quello civile (artt. 2697 e ss.).

In ogni caso, non v’è dubbio che l’esibizione delle prove rappresenti il momento cruciale di ogni giudizio; infatti, se è vero che, in omaggio all’insegnamento del Chiovenda, il compito del processo è attribuire alla parte che ha ragione “tutto quello e proprio quello a cui essa ha diritto”, è innegabile che l’esito favorevole di una controversia dipenda dalla capacità della parte di dimostrare la fondatezza delle proprie ragioni.

Si tratta di osservazioni che anche il legislatore ha condiviso, laddove ha previsto che l’esibizione delle prove si ispira al principio dispositivo e di non contestazione (art. 118 c.p.c.), nonché all’art. 2697 c.c., a mente del quale “chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda”.

Invero, tutti gli aspetti finora illustrati si riflettono nella pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 12307 del 15.06.2015, in cui la Corte si è interrogata sullo strumento processuale a cui ricorrere per contestare l’autenticità del testamento olografo.

Si tratta di una decisione particolarmente importante poiché la Corte, nel rispondere al quesito ad essa sottoposto, fornisce considerazioni decisive in tema di onere probatorio, di natura privata o pubblica del testamento olografo e di latitudine applicativa di istituti fondamentali del processo civile, quali il disconoscimento della scrittura privata (art. 214 e ss.) e la querela di falso (art. 221 e ss.).

E’ necessario allora verificare quale sia la soluzione sposata dai Giudici di Cassazione, al fine di indagare le ripercussioni di questa decisione sull’ambito, più generale, del sistema di esibizione delle prove.

La questione circa lo strumento di contestazione dell’autenticità del testamento olografo giunge alle Sezioni Unite dopo un decennale contrasto giurisprudenziale, in seno al quale si fronteggiavano due orientamenti.

Una prima ricostruzione, avallata da numerose pronunce, riteneva che il testamento olografo, nonostante i requisiti di forma tassativamente indicati dall’art. 602 c.c., andasse collocato tra le scritture private.

Si sosteneva che colui contro il quale è prodotto il testamento potesse semplicemente disconoscerlo ai sensi dell’art. 214 c.c., gravando sulla controparte l’onere di proporre istanza di verificazione per provarne l’autenticità.

Ne deriva che secondo tale ricostruzione non spetterebbe al successibile ex lege, in presenza di un’azione di petizione ereditaria da lui promossa, il compito di provare la falsità del testamento olografo, bensì sarebbe il successore testamentario, beneficiario delle disposizioni in esso contenute, a doverne dimostrare l’autenticità.

Invero, nel richiamare il succitato orientamento, le Sezioni Unite indicano anche le critiche mosse a tale ricostruzione e le argomentazioni addotte, nel corso del tempo, per superarle.

In primo luogo, alla praticabilità del disconoscimento non osterebbe il comma 2 dell’art. 214, il quale consente tale strumento processuale, oltre che all’autore del documento o alla controparte, soltanto agli eredi o aventi causa dell’autore.

Ebbene, coloro che ammettono il disconoscimento del testamento olografo ritengono che il successibile ex lege, pur non essendo un erede in senso stretto, in quanto non menzionato nella tavola testamentaria, si trovi comunque in una posizione di dipendenza rispetto al testamento, sicché egli non può essere considerato terzo, bensì il soggetto contro il quale è prodotto l’olografo.

Invero, su un’altra sponda si collocavano coloro che sostenevano la necessità di proporre la querela di falso, nelle forme di cui all’art. 221 e ss. c.p.c., quale strumento esclusivo per contestare l’autenticità del testamento olografo.

Tale soluzione deriverebbe in primo luogo dalla rilevanza sostanziale e processuale dell’olografo, sicché quest’ultimo non potrebbe essere equiparato sic et simpliciter ad una scrittura privata.

Inoltre il successibile ex lege, attore in un giudizio di petizione ereditaria, sarebbe terzo e non erede rispetto al testamento, in quanto egli ha agito proprio per vedere riconosciuta la qua qualità di erede; ne deriva che la contestazione dell’autenticità del testamento non potrebbe essere effettuata attraverso il mero disconoscimento bensì, traducendosi in una eccezione di falso, soltanto attraverso la querela.

Peraltro, argomenti ulteriori addotti dall’orientamento che si espone sono l’asserita prevalenza della successione testamentaria su quella ab intestato, per cui l’onere di provare la falsità del testamento graverebbe su colui che intende fa venir meno la successione testamentaria, nonché la maggiore forza della querela di falso rispetto al mero disconoscimento, atteso che soltanto il primo strumento produce la distruzione del testamento.

Ebbene, la Corte di Cassazione con la pronuncia del 15 giugno 2015 non aderisce a nessuna di queste due tesi, scegliendo una terza strada (già esplorata in un autorevole precedente del 1951) ed affermando che “la parte che contesti l’autenticità del testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, e l’onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo, grava sulla parte stessa”.

In altre parole, l’onere probatorio spetta a colui che chiede di accertare la non provenienza del documento da chi apparentemente ne risulta l’autore

Dal principio di diritto sopra riportato emerge con chiarezza come i Giudici della Suprema Corte abbiano adottato una soluzione ancorata ai principi generali in tema di onere probatorio (primo fra tutti, quello di cui all’art. 2697 c.c.), evitando quelle contaminazioni tra profilo sostanziale e processuale del testamento, a cui conducevano i due orientamenti in contesa.

Basti pensare che le tesi del disconoscimento e della querela di falso facevano leva sulla natura privata o pubblica del testamento oppure sulla qualità o meno di erede del successibile ex lege che contesta il testamento.

Si tratta di profili che la Corte supera di netto, sostenendo che essi, oltre che inconferenti, producono una indebita omologazione tra situazione in realtà differenti.

Basti pensare che vi sono casi in cui il successibile ex lege è già un vero e proprio erede, per cui la questione circa l’applicabilità dell’art. 214 comma 2 è superflua (ad es. quando egli è un legittimario oppure è già contemplato nella scheda testamentaria, ma per una quota inferiore a quella a lui spettante).

Pertanto, secondo le Sezioni Unite la contestazione dell’autenticità del testamento si risolve nell’introduzione nel processo di una questio nullitatis attinente alla non validità del testamento; quest’ultimo, però, inteso come negozio giuridico e non come prova della successione.

Ne deriva che non ha più senso interrogarsi sulla natura privata o pubblica del testamento, poiché la dicotomia disconoscimento-querela di falso produce una confusione tra la morfologia del negozio giuridico e lo strumento probatorio idoneo a far entrare il testamento nel processo; profili che, invece, vanno tenuti distinti.

In altre parole, l’onere di provare la falsità del testamento grava su colui che propone l’azione di accertamento negativo di non autenticità, in omaggio al principio secondo il quale è colui che propone la domanda a dover provare i fatti che ne costituiscono il fondamento

Peraltro, tale soluzione consente di lasciare il testamento tra le scritture private, pur non potendosi negare le peculiarità di tale negozio (es. impossibilità di essere concluso per rappresentanza, possibilità di trascrivere l’acquisto mortis causa o l’accettazione di eredità presentando il testamento, senza necessità che quest’ultimo sia autenticato, equiparazione quod poenam della falsificazione del testamento alla falsificazione di atto pubblico etc..).

Infine, slegare l’azione di non autenticità del testamento dalla proposizione della querela di falso significa accelerare i processi ed evitare tutti i formalismi contemplati dagli artt. 221 e ss. c.p.c..

Illustrata la soluzione delle Sezioni Unite, resta da capire se la stessa sia condivisibile e, soprattutto, quali sono le conseguenze sui giudizi pendenti.

Quanto al primo aspetto, c’è da dire che, secondo alcuni, la Corte, nell’elaborare una terza via, abbia deciso di non prendere una posizione netta tra la tesi del disconoscimento e quella della querela di falso.

Tuttavia la dottrina prevalente condivide la soluzione dei Giudici di Cassazione.

Si sostiene, infatti, che la ricostruzione della impugnazione del testamento olografo quale azione di accertamento negativo si pone perfettamente in linea con i principi del nostro processo civile.

E’ allora del tutto coerente che la prova della non autenticità del testamento gravi su colui che vuole porre nel nulla un negozio giuridico valido fino a prova contraria; viceversa, ritenere sufficiente il mero disconoscimento significherebbe invertire l’onere probatorio, aggravando ingiustificatamente la posizione del convenuto.

Al contempo, anche l’abbandono della tesi della querela di falso reca molteplici benefici, poiché sgancia l’onere probatorio da tutti quei formalismi che il legislatore ha previsto nelle ipotesi in cui si intenda provare la falsità di un atto pubblico.

Ma il pregio principale della pronuncia resta quello di aver evidenziato la confusione in cui anche la Corte di Cassazione è spesso caduta, ovvero la necessità di distinguere tra la validità del negozio testamentario e lo strumento probatorio per contestare la stessa.

In altre parole, per stabilire a chi spetti l’onere di provare la falsità del testamento, non si deve guardare allo strumento probatorio (disconoscimento o querela di falso) bensì all’oggetto della prova; ebbene, risolvendosi quest’ultimo nella (non validità) del testamento, è colui che introduce tale questione a doverne provare il fondamento.

Resta da capire se la decisione del 15 giugno 2015 destabilizzi il sistema di esibizione delle prove ed, in particolare, se l’autorevole dictum incida su eventuali decadenze già maturate.

Per rispondere è necessario indagare le ipotesi che in astratto si potrebbero verificare.

In primo luogo, è possibile che l’attore abbia contestato l’autenticità del testamento attraverso la proposizione di una querela di falso.

In questo caso, la pronuncia delle sezioni unite non produrrebbe effetti dirompenti, stante una omogeneità tra azione di accertamento negativo e querela di falso, quantomeno in relazione al soggetto su cui grava l’onere probatorio (ossia l’attore).

Naturalmente, l’attore beneficerebbe della “deformalizzazione” operata dalla Corte di Cassazione, per cui, se il giudizio è ancora in corso, egli potrebbe esibire ulteriori mezzi istruttori anche in sede di note ex art. 183 comma 6 c.p.c..

Quid iuris, invece, se l’attore, confidando nell’orientamento giurisprudenziale ante sezioni unite del 2015, che predicava la sufficienza del mero disconoscimento, si sia limitato a contestare l’autenticità del testamento olografo.

In tale ipotesi, bisogna verificare se il convenuto abbia proposto istanza di verificazione oppure no, ritenendo che l’attore avrebbe dovuto proporre querela di falso.

Nel primo caso, l’attore potrebbe chiedere – ed ottenere – la rimessione in termini, al fine di poter assolvere all’onere di provare la non autenticità dell’olografo come delineato dalle Sezioni Unite.

Viceversa, qualora il convenuto non avesse proposto l’istanza di verificazione, dovrebbe affermarsi che l’attore sia ormai decaduto dalla possibilità di provare la falsità del testamento.

Tuttavia, si tratta di una soluzione che appare eccessivamente svantaggiosa per l’attore – soprattutto considerando che egli ha maturato un incolpevole affidamento in ordine ad un consolidato orientamento giurisprudenziale – per cui non è un fuor d’opera ritenere che, nel caso di specie, vi sia spazio per il cd. overruling giurisprudenziale.

Quest’ultimo si verifica quando un mutamento giurisprudenziale, repentino ed inaspettato, modifichi un precedente orientamento consolidato, provocando una compromissione del diritto di azione o di difesa della parte.

Ebbene, in questi casi si giunge a ritenere che il nuovo orientamento sia inapplicabile alla parte che abbia instaurato il giudizio, confidando incolpevolmente sul diritto vivente successivamente modificato.

Rebus sic stantibus, si potrebbe sostenere l’inapplicabilità della sentenza delle Sezioni Unite 2015 al successibile ex lege che abbia proposto un’azione di petizione ereditaria, limitandosi a contestare l’autenticità del testamento attraverso un mero disconoscimento.

Al riguardo, si è consapevoli che, ad esser rigorosi, nel caso di specie le Sezioni Unite non si sono pronunciate sulla interpretazione di una norma specifica bensì, in senso più generale, sulla portata dell’onere probatorio in tema di testamento olografo.

Tuttavia, la tutela di diritti costituzionalmente garantiti (art. 24 cost.) che ispira l’istituto dell’overruling consente di applicare il medesimo anche alla fattispecie che qui ci occupa.

Tutto ciò, naturalmente, nella consapevolezza che soltanto le infinite peculiarità che ogni controversia reca con sé potranno saggiare la solidità e le conseguenze pratiche della pronuncia analizzata nel presente elaborato.

Cass. SS.UU. 12307 del 2015

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