La donazione indiretta al vaglio delle Sezioni Unite

L’ordinanza interlocutoria avente ad oggetto il meccanismo ed il funzionamento delle donazioni indirette –Cass. Civ. 106 del 2017 – può assumere un certo rilievo nell’attuale panorama giurisprudenziale: con essa la Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente affinché quest’ultimo valuti l’opportnunità di rimettere la questione alle Sezioni Unite.

Il caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte concerne la legittimità del trasferimento di titoli, appartenenti al padre dell’attore, poi deceduto, effettuato dalla banca a favore della convenuta e su ordine – dopo essere stato chiesto direttamente dal titolare – di quest’ultima (quale delegata).

Il Giudice di prime cure riteneva che il trasferimento dei titoli fosse nullo per assenza della forma prescritta dalla legge, in quanto l’operazione era da qualificarsi come una donazione diretta, dal momento che “l’ordine all’istituto di credito non poteva considerarsi atto idoneo a veicolare lo scopo di liberalità, in quanto astratto ed autonomo rispetto ai rapporti inter partes”.

La Corte di Appello, differentemente, riteneva che nel caso di specie si fosse in presenza di una donazione indiretta, che non necessita di due negozi, uno fra donante e donatario, e l’altro fra donante e terzo che realizza lo scopo-donazione, ma basta anche un solo negozio”.

Nel ricorso per Cassazione veniva contestata la circostanza che il trasferimento dei titoli non fosse altro che un atto privo di giustificazione causale, di per sé non qualificabile come donazione indiretta.

La donazione indiretta è istituto peculiare del diritto civile, dal momento che come le donazioni dirette sottende uno spirito di liberalità, ma diversamente da esse tale intento viene raggiunto senza dover osservare le prescrizioni di cui all’art. 782 c.c., a norma del quale la donazione deve rivestire la forma dell’atto pubblico. L’art. 809 c.c., difatti, estende alla donazione indiretta le sole norme in tema di revocazione e riduzione.

Nella sentenza in oggetto la Suprema Corte prende atto della copiosa produzione dottrinaria e giurisprudenziale, individuando ipotesi ammesse (ad es. il contratto misto con donazione e il contratto a favore di terzo) e non(ad es. nel caso di accollo interno) dalla giurisprudenza e dalla dottrina – a testimonianza di un quadro non omogeneo -e rilevando come l’operazione venga generalmente individuata nella “risultante della combinazione di due negozi (il negozio-mezzo ed il negozio-fine, accessorio e integrativo)”

Ciò risulta possibile,ora mettendo in luce l’utilizzo di altro strumento negoziale avente scopo tipico diverso dalla c. d. causa donandi e tuttavia in grado di produrre, insieme con l’effetto diretto che gli è proprio, l’effetto mediato di un arricchimento senza corrispettivo, voluto per spirito di liberalità da una parte (beneficiante) a favore dell’altra (che ne beneficia”), ora notando che ‘le parti ricorrono ad un determinato negozio giuridico, ma lo scopo pratico che esse si propongono non è affatto quello normalmente attuato mediante il negozio da esse adottato, ma uno scopo diverso….., ora affermando trattarsi di ‘qualsiasi vantaggio patrimoniale, pecuniariamente apprezzabile, non causato da un contratto di donazione ma prodotto dall’attuazione di un atto materiale o di un negozio giuridico unilaterale o bilaterale, che pur avendo in ogni caso un proprio scopo tipico diverso dalla donazione diretta, raggiunga identico risultato per lo spirito di liberalità che lo ebbe a determinare e per le conseguenze cui dà luogo”.

Entrando nel caso di specie, la Corte di Cassazione nega in primo luogo che l’ordine impartito dal titolare alla propria banca possa rivestire autonoma natura negoziale, ritenendo di doversi configurare, piuttosto, come ordine materiale attinente alla fase di esecuzione del contratto bancario.

Detta ipotesi deve essere tenuta distinta dalla cointestazione, che è attinente alla fase costitutiva del contratto bancario e che per questo motivo necessita di atto negoziale attraverso il quale esplicitare lo scopo di liberalità perseguito.

A tal proposito la Corte di Cassazione osserva come, allo stato attuale, manchi in giurisprudenza una posizione unanime in relazione alla donazione indiretta concernente gli atti non negoziali: “esclusi fermamente da taluno, vengono ammessi da altri, i quali, fanno riferimento ai casi, peraltro largamente di scuola, della semina, della piantagione, della costruzione su fondo altrui, della confessione giudiziale di un debito inesistente, della soccombenza volontaria in giudizio e financo della rinunzia a far valere decadenze o prescrizioni, con animo ovviamente liberale, teorizzando che la donazione indiretta non costituisce una categoria giuridica, ma economica. Nè si sono reputate decisive le osservazioni di segno contrario, secondo le quali l’effetto giuridico dell’arricchimento non deriva, in siffatti casi, dal fatto materiale, ma da un atto negoziale successivo…”.

Stante la mancanza di uniformità, e preso altresì atto del fatto che tali atti assumono sovente funzione trans o post-mortem, la Corte Cassazione ha ritenuto doverosa la rimessione degli atti al Primo Presidente.