opzione put e call

La differenza tra opzione put e call: la Corte di Cassazione chiarisce una volta per tutte la differenza

Le operazioni finanziarie sono spesso un mondo oscuro per il giurista estraneo ai meccanismi fluttuanti dei mercati finanziari. Eppure si tratta di contratti che sostanzialmente plasmano la loro disciplina dal codice civile ed oggi, più che mai, rappresentano una delle branche del diritto più oscure. Non è un caso che all’ultimo concorso per magistrato ordinario, tra le tracce di diritto civile, sia stato estratto proprio un tema sui contratti finanziari. Il dato è indicativo del fatto che si tratta di una tematica dagli sviluppi particolarmente interessanti e significativi; soprattutto da un punto di vista giudiziale.

La Corte di Cassazione civile, sez. III, 19 gennaio 2016 n. 763 si pronuncia su un’operazione negoziale tra diverse società e una banca.

L’operazione negoziale oggetto della controversia è un contratto misto: mandato nell’interesse del terzo e deposito di azioni. Il fatto può essere così sintetizzato:  la società Clama concede un’opzione ( call e put) alla società Medial per acquistare azioni della società Acotel di proprietà della Clama. Le azioni erano depositate presso la Banca di Roma la quale avrebbe dovuto consegnarle a Medial qualora avesse esercitato l’opzione.

L’opzione è la clausola o la convenzione (clausola di opzione, patto di opzione) disciplinata dall’art. 1331 c.c. attraverso la quale uno dei due contraenti (il concedente) si impegna (generalmente dietro un corrispettivo) a mantenere ferma una propria proposta contrattuale per un determinato periodo di tempo durante il quale l’altra parte (l’oblato) ha la facoltà (diritto di opzione) di accettarla o meno. La norma stabilisce che la proposta produce gli effetti previsti dall’art. 1329 del Codice Civile, produce, cioè gli effetti della proposta irrevocabile.

Interessanti e frequenti applicazioni dell’opzione si hanno in ambito finanziario come, ad esempio, il diritto di opzione sulle azioni di nuova emissione (art.2441 c.c.) e gli strumenti finanziari derivati denominati appunto opzioni ( previsti dall’art. 1 comma II lett. i), T.U.F.)

La sentenza si segnala per la chiarezza con cui espone e sintetizza un tema particolarmente ostico per i non addetti ai lavori.

Occorre in prima battuta identificare e definire la natura delle opzioni call e put. Le call options sono dei contratti in cui l’acquirente acquista, con il pagamento del premio, il diritto, ma non l’obbligo, di acquistare un determinato bene a un prezzo specifico. Le put options sono invece dei contratti in cui l’acquirente acquista, con il pagamento del premio, il diritto, ma non l’obbligo, di vendere un determinato bene a un prezzo specifico. Le opzioni di tipo europeo, come quella del caso di specie, danno la possibilità di esercitare il diritto alla scadenza.

La call option porta quindi la prerogativa di acquistare una determinata attività ad un prezzo prestabilito (strike price); la put option, rappresenta, invece, il diritto di vendere una specifica attività, ad un valore stabilito.

Gli elementi costitutivi dell’opzione sono: 1) il prezzo del bene oggetto di transazione (il cosiddetto “strike price”), predeterminato al momento della stipula del contratto; 2) la scadenza alla quale la transazione dovrà essere eseguita, anch’essa predeterminata; 3) l’acquisizione, da parte del beneficiario, della facoltà di acquistare o vendere il bene oggetto della transazione; 4) il pagamento del premio che conferisce la suddetta facoltà. Il premio è stabilito da una percentuale dell’importo oggetto del contratto.

E’ ovvio che l’acquirente del diritto d’opzione si avvarrà dello stesso solamente nel momento in cui ne ricavi un profitto: ad esempio – nel caso dell’opzione call – quando il prezzo di mercato dello strumento finanziario sottostante risulti più basso dello strike price.

È logico dedurre come il rischio di mercato e quello di credito si presentino asimmetrici per il venditore ed il compratore dell’opzione. Da qui sorge il problema dell’asimmetria informativa e dell’applicabilità delle norme di protezione previste per il contraente “debole”. Il compratore, in relazione al rischio di mercato, acquista l’ eventualità di un profitto rilevante se il prezzo si alza in suo favore, mentre la sua perdita è circoscritta all’ammontare del premio se il prezzo si riduce.

Per contro, il venditore può vedere limitato il suo provento all’ammontare del premio incassato, mentre in linea teorica si espone ad una perdita consistente.

Il compratore deve accollarsi per la durata del contratto il rischio che il venditore non esegua il proprio obbligo; il venditore, invece, non sostiene un peso in tal senso dato che il compratore non ha alcun obbligo: subisce solo il rischio – tra la data della transazione e quella del pagamento – che il compratore non paghi l’ammontare del premio.

 

Scarica qui la sentenza esplicata nei passaggi fondamentali:Cassazione civile, sez. III, 19 gennaio 2016 n. 763

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