La cronica intossicazione da alcool non è incompatibile con la coscienza e volontà dell’azione

Con una recente pronuncia la Corte di Cassazione (sentenza n.1420 del 12 gennaio 2017) ha riaffermato la compatibilità dello stato di cronica intossicazione da alcool con la coscienza e volontà della condotta.

Diviene, così, definitiva la condanna a sei mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale da parte dell’imputato nel caso di specie.

Le precarie condizioni psicologiche e la dipendenza dall’alcool di quest’ultimo, non rendono meno grave il comportamento tenuto nei confronti dei militari.

Per i giudici sia del Tribunale che della Corte d’Appello, è inevitabile la pronunzia di condanna per resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.), con pena fissata in sei mesi di reclusione, alleggerita dalla applicazione della libertà vigilata.

Tuttavia il legale dell’uomo contesta la decisione, richiamando, ancora una volta, le precarie condizioni psichiche del suo cliente.

Condizioni queste ultime già note alle forze dell’ordine e caratterizzate da «disturbo dell’attenzione» e «deterioramento cognitivo».

Per i giudici di legittimità, però, la condanna va confermata in pieno senza alcun tipo di dubbio.

Ciò innanzitutto perché la condotta dell’uomo era «idonea a interrompere o turbare l’atto dell’ufficio»: egli aveva rivolto minacce ai carabinieri, fatte seguire poi da «un pugno che aveva colpito uno dei militari ad una spalla.

In secondo luogo, poi, il richiamo difensivo alla dipendenza dall’alcool non coglie nel segno.

Per la Corte, difatti, «lo stato di intossicazione cronica da alcool, accompagnato da deterioramento cognitivo, era all’origine della ridotta capacità di intendere e di volere ma non era incompatibile con la coscienza e volontà dell’azione e con la finalizzazione della stessa in quel preciso contesto».

Tale affermazione dei giudici di legittimità discende anche da precedenti decisioni della stessa Corte, riprese anche dall’odierna pronuncia.

In particolare è citato un precedente del 1999 cui la Corte ritiene di aderire, secondo il quale il vizio parziale di mente deve considerarsi logicamente compatibile con il dolo, non essendovi contrasto fra la semi-infermità mentale ed il ritenere provato il dolo.

Ed invero, la coscienza e la volontà, pur se diminuite, non risultano incompatibili con il vizio parziale di mente, in quanto sussiste piena autonomia concettuale tra la diminuente relativa alla sfera psichica del soggetto al momento della formazione della volontà e l’intensità del dolo, che riguarda il momento nel quale la volontà si manifesta e persegue l’obiettivo considerato.

Alla luce di quanto testè detto la Cassazione ritiene quindi di confermare l’accusa ex 337 c.p. per l’imputato, stante la logica compatibilità tra la cronica intossicazione da alcool e la coscienza e volontà dell’azione.

Infine il Supremo Collegio ritiene di non poter escludere la condanna neanche facendo riferimento all’art. 131 bis relativo alla particolare tenuità del fatto.

A rendere impossibile la possibile applicazione dell’istituto sono le sette condanne ricevute in passato dall’uomo sempre per resistenza a pubblico ufficiale; ostacolo insormontabile quest’ultimo ai fini della configurazione del fatto come particolarmente tenue.