La Corte di Cassazione 45504/2015 delinea il discrimen tra le fattispecie penali di truffa ed estorsione contrattuale

La sentenza 45504 del 2015 si innesta nel dibattito dottrinale e giurisprudenziale teso ad individuare la corretta linea di confine tra i reati di truffa e di estorsione contrattuale.

Nell’occasione la Corte di Cassazione era stata chiamata a pronunciarsi sul ricorso avverso una sentenza pronunciata dal Tribunale di Ancona – confermata dalla Corte di Appello – avente ad oggetto la condanna per il reato di concorso in estorsione aggravata e continuata (ex artt. 81, 110, 629 comma 1 e 61 n. 7 c.p.).

Nel caso de quo, in particolare, non erano in contestazione le ripetute minacce volte a far consegnare indebitamente delle somme di denaro, e dunque il rilievo penale delle stesse; l’oggetto del contendere è costituito, piuttosto, dalla fattispecie penale cui ascrivere le stesse qualora le ritorsioni prospettate provengano anche da una terza persona, mai identificata.

Dottrina e giurisprudenza hanno, nel corso degli anni, prospettato varie teorie.

Secondo una prima tesi, il criterio distintivo tra le due fattispecie deve essere rinvenuto nel diverso modo di atteggiarsi della condotta lesiva e della sua conseguente incidenza nella sfera soggettiva della vittima.

Per questo motivo, vi sarebbe la truffa quando il male viene prospettato come possibile ed eventuale, e non provenga da chi lo prospetta; se manca la coartazione, allora, la persona offesa rende la prestazione solo perché tratta in errore.

Diversamente, ricorre l’estorsione quando il male prospettato, proveniente dal reo o da altri, è certo, e pone la vittima di fronte all’ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il profitto o subire il male minacciato.

Altri rivolgono la loro attenzione all’atteggiamento psicologico della vittima, ovvero a quali effetti la condotta produce nella sua sfera soggettiva: vi sarà dunque estorsione – e non truffa – ogniqualvolta sia minacciato un male, sia esso reale o immaginario, in quanto ciò che conta è l’effetto coercitivo prodotto sul soggetto passivo.

Altra tesi, differentemente, ritiene che l’accento debba essere rivolto ai profili oggettivi della condotta.

Ciò che deve rilevare, in altri termini, è solo il mezzo utilizzato e non gli effetti prodotti, come d’altronde può evincersi anche dalla formulazione asettica del reato di truffa (cioè priva di indicazioni inerenti al profilo soggettivo della vittima) e dalla relazione del Guardasigilli, ove ci si limitò a rilevare che la differenza con l’estorsione consisteva in un dato puramente oggettivo (appunto, l’uso di artifici o raggiri).

In altri termini non bisogna indagare l’atteggiamento psicologico della vittima, che a fronte di un male non muta, proprio perché la stessa tende ad avvertire il male sempre come se fosse reale ed attuabile.

Da ciò consegue che l’indagine sul pericolo eventualmente immaginario vada condotta ex post, in quanto questo è l’unico metodo idoneo a valutare se il fatto addebitato sia stato posto in essere con artifici o raggiri, oppure con violenza o minaccia.

Così ripresi gli orientamenti, la Corte di Cassazione aderisce alla prima delle tesi suesposte, e dunque, dichiara che ricorre la truffa se il male ventilato è possibile o eventuale, e comunque non proveniente direttamente o indirettamente da chi lo prospetta, in modo tale che la persona offesa non è coartata e si determina a compiere la prestazione solo perché tratta in errore dalla esposizione ad un pericolo inesistente. Differentemente, l’estorsione si configura quando il male indicato è certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, ponendo la persona offesa di fronte all’ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto oppure di subire il male minacciato.

La scelta verso il primo dei suddetti orientamenti non è in sé irragionevole; basti pensare che nel 2015 altra Cassazione si sia conformata in tal senso (n.7662).

Tuttavia, desta perplessità il fatto che la Suprema Corte si sia limitata a descrivere l’orientamento adottato, senza alcuna argomentazione atta ad avallare la propria decisione.

In altri termini, si è limitata a rilevare che sia la più ragionevole nel caso di specie – confermando dunque la condanna a titolo di estorsione – dal momento che il male alla persona offesa è stato indicato come certo e realizzabile ad opera di altri con la conseguenza che la persona offesa è stata posta nell’ineluttabile alternativa di far conseguire all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato e tale valutazione non poteva certo che essere effettuata ex ante cioè al momento in cui la situazione è stata posta all’attenzione della vittima.

Per tali – mancanza di – motivi, non è escluso che in futuro la questione torni a far capolino nella giurisprudenza di legittimità.

cassazione estorsione truffa contrattuale

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.