La Corte Costituzionale in tema di art. 96 comma 3 c.p.c.

La Corte, con la sentenza 152/2016, viene chiamata a sindacare la legittimità costituzionale del comma 3 dell’art. 96 c.p.c.

 

Per meglio chiarire le questione oggetto della presente sentenza (scaricabile qui: corte costituzionale n. 152 2016 )  è importante partire dal dato normativo, l’art 96 cpc, il quale recita:

I – Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza [disp. att. 152].
II – Il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale, o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza. La liquidazione dei danni è fatta a norma del comma precedente.
III – In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata.”

In particolare viene sottoposta all’attenzione della Corte il comma 3, nella parte in cui afferma che la “somma per equivalente” viene posta “a favore della controparte” e non dell’erario.

Il Tribunale di Firenze, ha sollevato la questione per contrasto con gli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione, in quanto con il comma 3 dell’articolo citato, si è introdotto nel nostro ordinamento una peculiare fattispecie a carattere sanzionatorio con la “irragionevole” destinazione del quantum non all’erario ma al privato.

Il comma 3 dell’art. 96 cpc è, in dottrina e giurisprudenza (cfr. Ordinanza 11 febbraio 2014 n. 3003), unanimemente considerata una disposizione avente natura sanzionatoria. Tale norma presuppone la mala fede o colpa grave della parte soccombente con una funzione del tutto differente da quella, classica risarcitoria, prevista dai primi due commi del medesimo articolo.

Ratio di tale “sanzione” è quella di “presidiare il processo civile dal possibile abuso del processo e di soddisfare l’interesse pubblico al buon andamento della giurisdizione”.

Così definite natura e ratio della norma, sembra del tutto irragionevole prevedere la condanna ad una somma in favore della parte vittoriosa anziché all’erario. Ma per la Corte così non è.

Per espressa volontà legislativa il comma 3 si pone in aperto contrasto con i primi due commi. Tale fattispecie nasce proprio al fine si superare i difetti e le difficoltà applicative delle responsabilità aggravate di cui ai primi commi. La responsabilità aggravata richiede infatti, in ogni caso la necessaria prova del danno e del relativo quantum, tale prova in tali casi è altamente difficoltosa come dimostra lo scarso rilievo applicativo della norma in esame.

Con il comma 3 il legislatore ha voluto cambiare passo. Ha introdotto non una responsabilità aggravata ma una vera sanzione. In favore di tale ricostruzione si rinvengono, oltre alla ratio legis, anche elementi lessicali. Si parla infatti di condanna al “pagamento di una somma”, differenziandosi nettamente dalla dizione “risarcimento dei danni” prevista nei primi commi.

La soluzione di assegnare le somme cosi ricavate alla parte e non all’erario non è però irragionevole. Obiettivo del legislatore è stato quello di assicurare una maggiore effettività, ed una piu incisiva efficacia deterrente, allo strumento deflattivo apprestato da quella condanna, “sul presupposto che la parte vittoriosa possa verosimilmente, provvedere alla riscossione della somma, che ne forma oggetto, in tempi e con oneri inferiori rispetto a quelli che graverebbero su di un soggetto pubblico”.

L’istituto dunque trova una propria logicità, tale da escludere la sua illegittimità costituzionale.

Cosi facendo inoltre l’istituto risponde ad una concorrente finalità indennitaria nei confronti della parte vittoriosa, pregiudicata anch’essa da una lite temeraria o ingiustificata, nelle non infrequenti ipotesi in cui sia per essa difficile provare l’an o il quantum del danno subito ex art. 96 commi 1 o 2.

Del resto, a conferma del percorso argomentativo effettuato, la Corte ricorda come medesima disposizione era prevista dall’art. 385 cpc in tema di misure deflattive dei giudizi innanzi la Corte di Cassazione.