La Corte Costituzionale salva, per il momento, l’art 649 cp.

Il tribunale ordinario di Parma ha sollevato una interessante questione di legittimità costituzionale in relazione all’art 649 cp

L’articolo in parola prevede una peculiare causa di non punibilità per i reati contro il patrimonio in favore di una stretta cerchia di familiari della vittima.

La giurisprudenza si è negli ultimi anni interessata alla norma in esame con riferimento ad un’altra e non meno importante questione ovvero in relazione alla tassatività o meno delle ipotesi previste; in particolare all’attenzione della Corte è giunta l’annosa questione dell’applicazione del 649 al reato tentato (non espressamente previsto dal 649cp) e alla possibile estensione della causa di non punibilità anche al cd. convivente di fatto.

La questione al centro della sentenza in commento, invece, è molto piu ampia e profonda: riguarda infatti la stessa compatibilità del 649 cp nell’odierno assetto costituzionale anche alla luce dell’evoluzione sociale della famiglia.

La norma nasce storicamente per tutelare il nucleo fondamentale della famiglia; il legislatore ha infatti, in base a una autonoma valutazione discrezionale, previsto la non punibilità o la punibilità solo a querela della persona offesa per i reati di stampo patrimoniale che si realizzano all’interno della cerchia familiare.

Sono state varie le ragioni comunemente proposte a fondamento della scelta legislativa. Accanto alle ricostruzioni basate sulla pericolosità asseritamente meno intensa di chi delinque in ambito familiare, si evidenzia, in genere, il rischio che le indagini necessarie all’accertamento del reato, e la stessa successiva punizione del responsabile, provochino danni alla qualità della relazione familiare (e alla stessa sopravvivenza del nucleo) maggiori di quelli derivanti dalla mancata punizione del fatto. Da altro ambito visuale la norma viene spiegata in virtù di una peculiarità dei rapporti patrimoniali interni alla famiglia, che si sostanzierebbe – affermava già la Relazione ministeriale sul progetto di codice penale del 1887 – in «una specie di confusione di sostanze, di comune destinazione dei beni per piena comunicazione di diritti, per continuazione di personalità, per necessaria società di vita».

Il giudice a quo nell’ordinanza di remissione alla Corte Costituzionale dubita della legittimità di tale norma con il “moderno” assetto di interessi all’interno della famiglia. In particolare i giudici del Tribunale di Parma hanno sollevato questione di legittimità costituzionale del primo comma dell’articolo 649cp.

I parametri costituzionali violati vengono individuati nell’articolo 3 primo comma, in quanto la previsione di non punibilità dei congiunti della persona offesa da determinati reati contro il patrimonio comporterebbe un trattamento ingiustificatamente più favorevole rispetto a quello riservato a soggetti che pongano in essere l’identica condotta e siano privi, però, di un’analoga relazione familiare con la vittima; nel secondo comma dell’art. 3 Cost., per l’ostacolo posto all’esercizio del diritto di «soggetti deboli» ad ottenere tutela giudiziale, nei confronti dei congiunti, alla pari con tutti gli altri consociati; ed infine nell’art 24 con riferimento alla compressione del diritto della persona offesa di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti.

A sostegno della propria tesi il giudice rimettente ricorda come, già nel corso dei lavori preparatori del codice vigente, taluno avesse prospettato l’inopportunità della soluzione, non sembrando «morale ingenerare la persuasione che sia lecito rubare in danno di genitori, fratelli, figli ecc.».

La protezione indiscriminata dei componenti il nucleo familiare rispetto all’intervento punitivo, riguardando situazioni in realtà già deteriorate, sarebbe comunque posta, sempre secondo il Tribunale, a presidio d’un modello di famiglia «i cui caratteri ormai si sono persi nel tempo», in base ad una scelta «del tutto anacronistica, ancorata ad un sistema di rapporti socio-familiari profondamente differenti da quelli attuali».

La Corte Costituzionale con la sentenza del 5 novembre 2015 ha rigettato la questione di legittimità ma ha mostrato in ogni caso di condividere, almeno in parte, le argomentazioni del giudice a quo.

Anche per la Corte Costituzionale infatti è legittimo che una causa di non punibilità concepita in epoca “segnata dal ruolo dominante del marito e del padre” e già criticata in epoca risalente per la sua inopportunità, sia posta in discussione: “la protezione assoluta stabilita intorno al nucleo familiare, a prezzo dell’impunità per fatti lesivi dell’altrui patrimonio, non è più rispondente all’esigenza di garantire i diritti individuali e gli stessi doveri di rispetto e solidarietà, che proprio all’interno della famiglia dovrebbero trovare il migliore compimento”.

La questione viene però rigettata in quanto il giudice a quo si è limitato ad impugnare il solo comma 1 del 649, lasciando invece impregiudicato il comma 2 (che prevede, per i casi “meno stretti” la punibilità a querela della persona offesa). Per la Corte l’eliminazione dal sistema del solo comma 1 realizzerebbe un sistema “irrazionale” :i congiunti in questione, infatti, nei casi di reati usualmente perseguibili di ufficio, sarebbero trattati più favorevolmente del coniuge non separato o dei parenti “più stretti”.

Inoltre, come segnala lo stesso giudice a quo nell’ordinanza, un piu equo bilanciamento dei contrapposti interessi potrebbe essere individuato ampliando il ricorso alla querela di parte. Tale richiamo è utilizzato dalla Corte Costituzionale a sostegno del rigetto della questione: la possibilità di ricorrere non già alla completa caducazione della fattispecie di non punibilità, ma alla generalizzata subordinazione della procedibilità dell’azione contro il reo all’iniziativa della vittima, rende il ricorso inammissibile.

La Corte dunque pur accogliendo le idee di fondo proposte dell’ordinanza di remissione è “costretta” a salvare la norma in questione affermando che “spetta al ponderato intervento del legislatore, non sostituibile attraverso la radicale ablazione proposta con l’odierna questione di legittimità, l’indispensabile aggiornamento della disciplina dei reati contro il patrimonio commessi in ambito familiare, che realizzi, pur nella perdurante valorizzazione dell’istituzione familiare e della relativa norma costituzionale di presidio (art. 29 Cost.), un nuovo bilanciamento, in questo settore, tra diritti dei singoli ed esigenze di tutela del nucleo familiare”.

 

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