condanna generica

La condanna generica: che poteri ha il giudice della liquidazione?

La corte di cassazione con la sentenza n 5252 del 2016 è tornata ad occuparsi del tema, da sempre molto controverso, della cd. condanna generica ed in particolare soffermandosi sui poteri di accertamento sulla concreta esistenza del danno del giudice della liquidazione

La sentenza in commento prende avvio da una questione di fatto molto complessa: l’attore, esercente di una cava fin dal 1970, chiedeva, nei confronti del Comune in cui era situata la stessa, una condanna al risarcimento dei danni subiti in conseguenza del mancato rilascio dell’autorizzazione all’estrazione resasi necessaria a seguito dell’entrata in vigore di una legge regionale del 1980, autorizzazione poi concessa solo nel 1994.

Il ricorrente aveva ottenuto dall’adito Tribunale una pronuncia non definitiva sull’an debeatur con la quale il comune in questione veniva condannato al risarcimento dei danni “a causa dell’errore e dei ritardi” con riferimento alla pratica di autorizzazione.  La causa fu rimessa sul ruolo per la liquidazione dei danni subiti, danni poi quantificati dal Tribunale con sentenza definitiva.

Avverso tale sentenza ricorreva il Comune deducendo la non spettanza all’attore dei danni successivi al 9 settembre 1994, data di effettivo rilascio dell’autorizzazione in questione, e contestando l’eccessiva quantificazione del danno operata dal primo giudice. Il ricorso fu rigettato in quanto la corte d’appello aveva ritenuto tardiva la presentazione dell’autorizzazione in questione. Avverso tale decisione ricorreva in Cassazione il Comune

La Corte di Cassazione (scaricabile qui) ha accolto il ricorso del Comune in primo luogo sulla circostanza che all’epoca dei fatti la norma applicabile era la vecchia formulazione del 345 cpc e dunque era ammessa la proposizione di nuove eccezioni in appello.

Tale documento, a dispetto di quanto affermato dalla Corte territoriale, assume una importanza chiave ai fini del giudizio.

Il Tribunale affermava la sua irrilevanza ai fini del giudizio sul quantum, essendo l’autorizzazione in parola relativa all’an debeatur, giudizio definitivamente precluso per effetto del giudicato sul punto.

Tale affermazione è però nettamente smentita dalla Corte di Cassazione.

Affermano, infatti, i giudici della Suprema Corte che la pronuncia di condanna generica al risarcimento presuppone soltanto l’accertamento di un fatto potenzialmente produttivo del danno, rimanendo l’accertamento della concreta esistenza dello stesso riservato alla successiva fase, con la conseguenza che al giudice della liquidazione è consentito di negare la sussistenza del danno, senza che ciò comporti alcuna violazione del giudicato formatosi sull’’an’.

Da ciò si deduce che, qualora la sentenza di primo grado venga specificamente impugnata in ordine alla liquidazione del danno, contestandosi che di esso sia stata fornita la prova, il giudice di appello, senza incorrere in ultrapetizione ove, all’esito di tale revisione, escluda l’esistenza di qualsiasi danno, è investito del potere di riesaminare nella sua interezza la statuizione concernente il ‘quantum debeatur’.

Nel caso di specie, dunque, il Tribunale di merito avrebbe dovuto tener conto, nel successivo giudizio di liquidazione del danno, dell’autorizzazione rilasciata nel 1994, ai fini di escludere che da quella data si fossero prodotti i pregiudizi lamentati dall’attore. Tale accertamento, infatti, non è precluso dalla precedente condanna generica al risarcimento dei danni essendo tale pronuncia una mera “declaratoria iuris” da cui esula qualunque accertamento in ordine alla misura e alla concreta sussistenza del danno. Di conseguenza, il giudicato formatosi sull’an non preclude al giudice della liquidazione di negare la sussistenza stessa del danno.

 

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