La coltivazione di sostanze stupefacenti ha sempre rilievo penale? Cass. Pen. 5254/2016

Da anni un quesito anima il dibattito degli studiosi del diritto penale: la coltivazione di sostanze stupefacenti ha rilievo esclusivamente penale? Non è possibile distinguere tra la coltivazione “in senso economico” e quella “domestica”?

La Corte di Cassazione (in allegato schematizzata ed evidenziata nei passaggi fondamentali: Cass. Pen. 5254 del 2016 ) prova a fare chiarezza sulla questione.

La controversia giunta all’esame del giudice di legittimità concerneva la condanna – ai sensi dell’art. 73 comma 5 del D.P.R. 309 del 1990 – nei primi due gradi di giudizio di due persone, per aver coltivato nella propria abitazione, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana e per aver detenuto in un essiccatore 20 foglie della medesima pianta.

La problematica origina dalla distinzione tra la condotta di detenzione e quella di coltivazione.

Come specificato già nel 1995 dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 360), le due condotte si diversificano in ragione del differente collegamento con l’uso personale. La detenzione risulta immediatamente e direttamente collegata all’uso dello stupefacente, e dunque riceve lo stesso trattamento del consumo; nella coltivazione, invece, quantomeno in termini generali, questo collegamento diretto viene meno, guardandosi piuttosto alle diverse fasi della produzione e dell’approvvigionamento di droga.  A ciò si è aggiunto che la detenzione ha “per sua natura un oggetto determinato e controllabile sotto il punto di vista della quantità, cosa che invece non ricorre nel caso della produzione sia per la indeterminatezza del quantitativo da produrre sia per trattarsi di condotta con capacità di ulteriore diffusione atteso, appunto, che si tratta di coltivazione”.

In sostanza, secondo il giudice delle leggi “ciò che viene sanzionato non è il consumo ma la creazione di nuova disponibilità di droga e di condizioni per la ulteriore diffusione dello stupefacente in ragione dell’aumento delle occasioni di vendita a terzi dovuto all’accrescimento dei quantitativi da coltivare. Questo rende del tutto ragionevole la previsione diversificata”.

Da quanto detto si desume che già sul piano dell’offensività in astratto emerge un differente giudizio di disvalore da parte del legislatore.

La Cassazione analizza poi il complesso quadro giurisprudenziale formatosi negli anni sul tema della coltivazione: in alcune occasioni aveva dichiarato che la coltivazione era sempre vietata, ma che doveva essere esclusa l’offensività in concreto quando il prodotto finale non aveva alcuna capacità drogante (Sez. Un. 28605/2008); in altre che il divieto non poteva che riguardare la coltivazione del tipo di pianta in ogni sua fase, a prescindere dal grado di maturazione (sentenza 22459/2013).

Una volta chiarito che in astratto la coltivazione è condotta passibile di sanzione penale, è necessario verificarne la sua attitudine concreta a ledere o a mettere in pericolo il bene giuridico tutelato; è necessario, in altri termini, indagare l’offensività in concreto.

Come dichiarato più volte dalla Corte Costituzionale detto principio “opera su due piani, rispettivamente della previsione normativa, sotto forma di precetto rivolto al legislatore di prevedere fattispecie che esprimano in astratto un contenuto lesivo, o comunque la messa in pericolo, di un bene o interesse oggetto della tutela penale (offensività in astratto), e dell’applicazione giurisprudenziale (offensività in concreto), quale criterio interpretativo-applicativo affidato al giudice, tenuto ad accertare che il fatto di reato abbia effettivamente leso o messo in pericolo il bene o l’interesse tutelato” (Corte Costituzionale 260/2005).

A conferma di questo ragionamento, la Suprema Corte riporta un recente caso giurisprudenziale, nel quale la Corte Costituzionale (sentenza 139/2014) ha affermato che l’omesso versamento dei contributi previdenziali per un importo pari a 24 euro “integra il fatto ma può non essere lesivo del bene tutelato”.

Così ricostruito il quadro giurisprudenziale, la Corte di Cassazione ritiene di poter decidere il ricorso, osservando come nello specifico la coltivazione abbia riguardato due sole piante, e come non vi sia stata alcuna prospettiva di utile distribuzione nei confronti dei terzi. In sostanza, la condotta non era in concreto offensiva.

Per questa via viene disposto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché “il fatto non sussiste”.

Rielaborando il pensiero della Corte di Cassazione possono essere rinvenute delle novità rispetto alla precedente giurisprudenza pronunciatasi sul punto.

In linea di principio si è affermato che la coltivazione “è punita di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione”, con la conseguenza che la stessa azione “si individua senza alcun riguardo all’accertamento della destinazione della sostanza”.

In conclusione, invece, la Suprema Corte  ha ritenuto che “a fronte della realizzazione della condotta tipica” il giudice dovrà valutarne la eventuale inoffensività, potenzialmente dipendente dal “conclamato uso esclusivamente personale” e dalla “minima entità della coltivazione tale da escludere la possibile diffusione della sostanza producibile e/o l’ampliamento della coltivazione”.

In altri termini, la Corte di Cassazione prima ha affermato che la coltivazione ha rilievo penale indipendentemente dall’uso – personale o meno – che ne viene fatto, ma poi ha ritenuto che un conclamato uso esclusivamente personale possa escludere la illiceità penale della condotta posta in essere.

La sentenza ha un certo rilievo perché inquadra la problematica della coltivazione anche sotto un profilo quantitativo, oltre che sotto quello qualitativo. Ritenere che la coltivazione di due sole piante possa non condurre ad una sentenza di condanna, anche in ragione dell’uso esclusivamente personale, potrebbe dare ulteriore vigore alla teoria che sosteneva l’irrilevanza penale della coltivazione domestica.

Trattandosi di principi innovatori rispetto alla giurisprudenza consolidatasi sul punto, sarà pertanto necessario verificare la tenuta di tali affermazioni nelle pronunce successive.

Cass. Pen. 5254 del 2016

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