Nozione di consumatore: Cass.civ., sez VI – ord. 5 maggio 2015 n. 8904

La Cassazione ritorna sulla nozione di consumatore.

La Suprema Corte, nell’ordinanza del 5 maggio, chiarisce una volta per tutte la nozione di consumatore

L’ ordinanza della Corte di cassazione, che ora si commenta, decide sulle argomentazioni dedotte nel ricorso per regolamento di competenza. Nel ricorso la parte interessata adduce come motivo fondante il fatto che la disciplina speciale, a tutela del consumatore, non può mai trovare applicazione nelle ipotesi di contratto stipulato da persona fisica per scopi riconducibili all’esercizio dell’attività professionale. La Corte di cassazione rigetta il ricorso per regolamento di competenza affermando il principio secondo cui la qualifica di consumatore di cui al D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 3, – rilevante ai fini della identificazione del soggetto legittimato ad avvalersi della tutela di cui all’art. 33, del citato D.Lgs. – spetta, infatti, alle sole persone fisiche allorchè concludano un contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente esercitata, dovendosi, invece, considerare professionista il soggetto che stipuli il contratto nell’esercizio di una siffatta attività o per uno scopo a questa connesso (Cass. ord. 12 marzo 2014, n. 5705)”. Le qualifiche soggettive all’interno di un rapporto contrattuale determinano, a seconda dei casi, l’applicazione o la disapplicazione di un complesso di norme. Nella specie, di quel complesso di norme che oggi fa capo al diritto contrattuale dei consumatori. In tale ambito è frequente il fenomeno secondo cui non sempre è così semplice capire quando sia applicabile la disciplina di cui al Codice del consumo. Il presupposto per l’applicazione del Codice del Consumo è che le parti del contratto siano sussumibili nelle categorie sostanziali di professionista e – soprattutto- di consumatore; in difetto, la convenzione sarà soggetta alla normativa generale in tema di contratti, senza possibilità per una parte di invocare le tutele speciali previste dalla legge.  L’espansione del fenomeno, dal 2006 in poi, ha sospinto la dottrina ad inglobare il più possibile i rapporti commerciali all’interno del fascio applicativo della disciplina consumeristica. Ma occorre prestare molta attenzione. Il fenomeno è sicuramente di grande rilievo ma non può condurre ad estendere eccessivamente il dato normativo. Ecco perché la giurisprudenza è più volte intervenuta per cercare di arginare il fenomeno e di delineare all’interno di precisi margini la figura di “consumatore” e scinderla da quella di “professionista”. Nell’ordinanza che segue la Corte da risalto all’importanza dell’opera dell’interprete nella qualificazione giuridica di un rapporto. Nei contratti, afferma la Corte, conclusi in vista della professione – punto di cui si discute nel caso di specie – il criterio teleologico, in ragione del quale ciò che rileva non è la situazione attuale del soggetto che ancora non svolge un’attività professionale, ma la funzione che il contratto gli attribuisce. In altri termini per assumere la qualifica di professionista, ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 3, non è necessario che il soggetto stipuli il contratto nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa o della professione, ma è sufficiente che lo concluda al fine dello svolgimento o per le esigenze dell’attività imprenditoriale o professionale (cfr. da ultimo Cassa ord. 31 luglio 2014, n. 17466).  Quello di consumatore è dunque uno status, poiché la sua dimensione ontologica esprime la posizione di una persona rispetto alla collettività e la stessa collocazione sociale ne rende possibile il sorgere di determinate situazioni giuridiche soggettive. È bene osservare che la dottrina prevalente esclude che possa acquisire lo status di consumatore la persona giuridica, attesa l’espressa limitazione prevista dall’art. 3 del Codice del Consumo. Diversamente da quanto accade in altri paesi, in cui la nozione di consumatore si estende anche agli enti che perseguono finalità diverse da quelle meramente speculative.

Prescindendo da queste brevi osservazioni, la Corte di cassazione nell’ordinanza che si riporta, fa proprio quell’orientamento consolidatosi nel tempo in dottrina, secondo cui “ai fini dell’assunzione della veste di consumatore, l’elemento significativo non è il mero “non possesso”, da parte della persona fisica che ha contratto con un operatore commerciale, della qualifica o della caratteristica di imprenditore commerciale, bensì, secondo la lettera della legge (art. 12 disp. sulla legge in generale, comma 1, prima parte), lo scopo avuto di mira dall’agente nel momento in cui ha concluso il contratto. In altre parole, secondo la Corte, è l’atto del consumo finale a “qualificare” soggettivamente il contraente e non l’impiego del bene in una ( eventuale) futura attività commerciale o professionale.

 Cass. civ. ord. 5 maggio 2015 n.8904 Limiti ed estensione della nozione di consumatore

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