La Cassazione precisa la differenza tra frode informatica e truffa

La Corte di Cassazione con la sentenza del 24 febbraio 2017 n.9191 ha chiarito la differenza tra la frode informatica (art. 640 ter c.p.) e la truffa (art. 640 c.p.).

Ebbene la Suprema Corte ha affermato che “la frode informatica si caratterizza rispetto alla truffa per la specificazione delle condotte fraudolente da tenere che investono non un determinato soggetto passivo, bensì il sistema informatico, attraverso la manipolazione. Si tratta di un reato a forma libera finalizzato sempre all’ottenimento di un ingiusto profitto con altrui danno, ma che si concretizza in una condotta illecita intrusiva ma non alterativa del sistema informatico o telematico”.

Partendo dall’esame del caso di specie, occorre sottolineare che la pronuncia è stata emessa a proposito di due dipendenti di un istituto di credito, che ad alcuni clienti a loro legati da vincoli di favore o di amicizia, concedevano fidi, prestiti e scoperture di conto, in assenza dei presupposti e delle garanzie richieste.

Nell’occasione i giudici di legittimità hanno confermato l’assoluzione degli imputati (pronunciata dalla Corte d’Appello) poiché non ricorrevano gli elementi costitutivi né della frode informatica, né della truffa.

In particolare la Corte evidenzia che non si è configurata la condotta prevista dall’art. 640 ter c.p., non essendoci stato alcun intervento intrusivo senza diritto sul sistema informatico, dato che le operazioni sullo stesso erano state effettuate da chi (il cassiere) era abilitato al suo utilizzo.

Né era ipotizzabile una qualsiasi alterazione del funzionamento del sistema informatico, poiché nel caso di specie l’anomalia di utilizzo era, oltre che temporanea e destinata a essere superata al momento della definizione della posizione, del tutto palese e riscontrabile da chiunque avesse accesso al sistema informatico della banca.

Inoltre – a giudizio della Corte – nemmeno era configurabile la truffa, giacchè non potevano essere ravvisati artifici e raggiri dato che nulla era stato nascosto; anzi risultava l’iscrizione di una partita a debito, che “… non dissimulava alcunché ma semmai lo poneva in evidenza”.

Neppure poteva parlarsi ingiusto profitto con altrui danno (in questo caso dell’istituto di credito) nel caso in cui la somma concessa in mancanza di garanzia fosse stata restituita unitamente agli interessi passivi dovuti.

Difettava, infine, anche l’elemento soggettivo tipico della truffa consistente nell’erogazione delle somme con il fine specifico di frode in danno della banca con l’intento di procurare un profitto al cliente/amico.

Pertanto non era integrato il dolo tipico della truffa quale condotta volontaria consistente nella consapevolezza di usare artifici e raggiri nell’intenzione di indurre l’istituto in errore per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto. Si era di fronte, piuttosto, ad un omesso controllo da parte del soggetto che rivestiva posizioni di garanzia.

Chiarito ciò, la Cassazione fa alcune importanti precisazioni circa le differenze tra i due delitti in questione.

In particolare chiarisce che il reato di frode informatica (introdotto dalla legge n. 547 del 1993 assieme ad altri reati informatici) si caratterizza rispetto alla truffa per la specificazione delle condotte fraudolente da tenere (di cui la prima consiste nell’alterazione, in qualsiasi modo, del funzionamento di un sistema informatico o telematico, la seconda è costituita dall’intervento senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico) e per il fatto che una simile attività fraudolenta investa non un determinato soggetto passivo, di cui difetta l’induzione in errore, bensì il sistema informatico attraverso la sua manipolazione.
Si tratta di un reato a forma libera che, pur essendo finalizzato all’ottenimento di un ingiusto profitto con altrui danno, si concretizza in una illecita condotta intrusiva ma non alterativa del sistema informatico o telematico (come specificato dalle richiamate sentenze della Cassazione del 24.2.2011 n. 9891 e del 22.3.2013 n. 13475).