Intervista diffamatoria e art. 51 c.p.: Cass. Pen. 35361/2016

Qual è il giusto contemperamento tra diritto di cronaca e diritto alla riservatezza? Su quali presupposti deve fondarsi l’attività del giornalista? Ed a quali condizioni può dirsi essa scriminata?

A questi interrogativi risponde Cass-pen-35361-del-2016

Il caso sottoposto all’attenzione della Suprema Corte verteva sulla censura di una sentenza con cui la Corte d’Appello di Lecce, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Lecce, riconosceva il contenuto diffamatorio di un’intervista rilasciata su un quotidiano locale, e per l’effetto condannava giornalista e soggetto intervistato ai sensi dell’art. 595, co. 1 e 3 c.p..

La questione ha permesso alla Corte di Cassazione di riepilogare i principi acquisiti in tema di responsabilità per il reato di diffamazione del giornalista autore di intervista avente ad oggetto temi di rilevante interesse pubblico.

La Corte ricorda in primo luogo come l’attività del giornalista possa definirsi scriminata ai sensi dell’art. 51 c.p. in presenza di tre requisiti: verità, pertinenza e continenza.

La verità attiene alla correttezza dell’informazione riportata dal giornalista, essendo richiesto un contegno di diligenza particolarmente rigoroso, che permetta di accertare se non la verità oggettiva della notizia quantomeno la verosimiglianza della stessa.

La pertinenza presuppone invece la sussistenza di un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti; esso non deve avere necessariamente una dimensione nazionale o internazionale, avendo la giurisprudenza di legittimità più volte affermato che l’interesse all’informazione non possa essere escluso per quelle realtà minori (Comuni, Città Metropolitane, Regioni), che pure godono di copertura costituzionale (art. 114 Cost.).

Infine viene in rilievo la continenza, ovvero la correttezza e l’obiettività nell’esposizione dei fatti.

In presenza dei tre presupposti appena menzionati la Corte di Cassazione risolve il conflitto tra diritto di cronaca e diritto alla privacy riconoscendo la prevalenza del primo.

Riguardo all’intervista giornalistica, invece, la problematica può essere risolta in modo parzialmente differente, dal momento la pertinenza assume rilievo preminente rispetto alla verità e alla continenza. La liceità della condotta del giornalista, dunque, si fonda prevalentemente sulla esistenza dell’interesse pubblico alla conoscenza della notizia.

Difatti, quando la dichiarazione a contenuto diffamatorio proviene da personaggio che occupa una posizione di rilievo nella vita politica, sociale, economica, scientifica o culturale, “è la dichiarazione rilasciata dal personaggio intervistato che crea di per sé la notizia, indipendentemente dalla veridicità di quanto affermato e dalla continenza formale delle parole usate. Notizia che, se anche lesiva della reputazione altrui, merita di essere pubblicata perché soddisfa quell’interesse della collettività all’informazione che deve ritenersi indirettamente protetto dall’art. 21 della Costituzione”.

Con ciò la Suprema Corte ha voluto sottolineare come la notorietà del personaggio intervistato determini di per sé l’interesse pubblico alla conoscenza della dichiarazione; tale interesse non viene sminuito dalla effettiva corrispondenza al vero delle dichiarazioni rese, o dalla mancata verifica della verità storica da parte del giornalista. A ciò si aggiunga la considerazione in base alla quale l’ordinamento non può pretendere che lo stesso giornalista alteri il contenuto dell’intervista epurandola dalle dichiarazioni diffamatorie.

In primo luogo perché egli non ha potere di censura; in secondo luogo perché “la notizia, costituita appunto dal giudizio non lusinghiero, espresso con parole forti da un personaggio noto all’indirizzo di altro personaggio noto, verrebbe ad essere svuotata del suo reale significato”.

Le coordinate così tracciate vengono utilizzate dalla Corte di Cassazione per risolvere il caso sottoposto alla sua attenzione.

In particolare viene sottolineato come il soggetto intervistato fosse un personaggio conosciuto nel contesto politico cittadino, e le affermazioni rese riguardassero una questione sulla quale vi erano stati ben 50 articoli di stampa. E’ evidente, a tali condizioni, come la collettività avesse avuto tutto l’interesse a conoscere le dichiarazioni diffamatorie.

In conseguenza di ciò, la condotta del giornalista viene ritenuta lecita ai sensi dell’art. 51 c.p..