intermediazione finanziaria

Intermediazione finanziaria: la Cassazione si pronuncia a distanza di dieci anni

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1376/2016 depositata in data 26.01.2016 (scarica qui il testo integrale della sentenza esplicata nei passaggi fondamentali), torna ad occuparsi degli obblighi informativi cui sono tenuti gli intermediari finanziari nell’ambito delle operazioni di investimento. Le sentenze n. 26724 e 26725 delle Sezioni Unite del 2007 (le c.d. “sentenze gemelle” sull’intermediazione finanziaria o sentenze “Rordorf” dal nome de loro estensore) avevano posto fine alla situazione di incertezza sui rimedi contrattuali in relazione alla questione del risparmio “tradito”.

A distanza di quasi dieci anni la Cassazione viene investita nuovamente della questione ed analizza la tematica degli investimenti finanziari alla luce delle riforme legislative e comunitarie, volgendo lo sguardo anche all’opinione, oramai consolidata, della giurisprudenza. Il caso trae origine dal giudizio instaurato da un investitore nei confronti di un istituto di credito per sentir dichiarare la nullità, l’annullamento o la risoluzione del contratto di investimento in bonds argentini.
Sia il Giudice di prime cure che la Corte territoriale avevano tuttavia rigettato la domanda dell’attore, sul presupposto che la Banca non avesse violato alcun obbligo di informazione.
La Suprema Corte, con la sentenza in commento, coglie l’occasione per tracciare le linee guida in ordine agli obblighi informativi cui sono tenuti intermediari finanziari.
La sentenza, per una maggiore comprensione, può essere schematizzata in due punti.
– Il quadro normativo di riferimento ed individuazione degli obblighi informativi
– Le linee guida da seguire

IL QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO

In linea generale il D.lgs. n. 58 del 1998, all’art. 21 (rubricato “Criteri generali” ) individua i doveri di correttezza, trasparenza e diligenza a cui sono tenuti gli intermediari finanziari nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento. Si tratta di una serie di obblighi di comportamento che si innestano nella fase negoziale e, soprattutto, prenegoziale. Essi assolvono la finalità di rendere consapevole l’investitore dell’operazione che andrà a compiere. Gli investimenti finanziari sono caratterizzati per essere operazioni di rischio connotate da una spiccata e peculiare aleatorietà. Le scelte dell’investitore sono generalmente orientate in funzione di una raccolta e valutazione di informazioni che siano in grado di renderlo edotto del rapporto rischio/beneficio sotteso all’investimento.

La Corte gradua la propensione al rischio dell’investitore razionale “sicchè il medesimo, a parità di rendimento, sceglierà l’investimento meno aleatorio ed, a parità di alea, quello più redditizio, se non si asterrà perfino dal compiere l’operazione, ove l’alea dovesse superare la sua propensione al rischio”.

Dunque il legislatore e la giurisprudenza, col tempo, hanno preso coscienza dell’asimmetria informativa che si cela tra l’investitore e l’intermediario finanziario. Ecco perché negli ultimi anni sono emersi numerosi interventi normativi e giurisprudenziali tesi a garantire un assetto informativo “più equilibrato”.

Il Regolamento CONSOB n. 11522 del 1998 e il Regolamento CONSOB del 29 ottobre 2007, n. 16190, con il quale è stata attuata la Direttiva MIFID n. 2004/39/CE completano il quadro normativo di protezione per gli investitori finanziari. Il suesposto quadro normativo di riferimento evidenzia, senza ombra di dubbio, che la pluralità degli obblighi facenti capo ai soggetti abilitati a compiere operazioni finanziarie (obbligo di diligenza, correttezza e trasparenza, obbligo di informazione, obbligo di evidenziare l’inadeguatezza dell’operazione che si va a compiere) convergono verso un fine unitario: segnalare all’investitore la non adeguatezza delle operazioni di acquisto di prodotti finanziari che si accinge a compiere (c.d. suitability rule).

LE LINEE GUIDA DA SEGUIRE
La Corte fa un passaggio chiaro sulle linee guida da seguire affinchè l’investitore sia reso consapevole dell’investimento.

“la pluralità degli obblighi, previsti dal D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 21, comma 1, lett. a) e b), art. 28, comma 2, e art. 29 del Regolamento CONSOB 1 luglio 1998, n. 11522, facenti capo ai soggetti abilitati a compiere operazioni finanziarie (obbligo di diligenza, correttezza e trasparenza, obbligo di informazione, obbligo di evidenziare l’inadeguatezza dell’operazione che si va a compiere) convergono verso un fine unitario, consistente nel segnalare all’investitore, in relazione alla sua accertata propensione al rischio, la non adeguatezza delle operazioni di investimento che si accinge a compiere (c.d.suitability rule); per il perseguimento di tale finalità, la segnalazione di inadeguatezza dell’operazione, che l’intermediario deve effettuare nei confronti dell’investitore, in forza del combinato disposto degli artt. 28 e 29 dei Regolamento CONSOB n. 11522, deve, contenere specifiche indicazioni concernenti:

1) la natura e le caratteristiche peculiari del titolo, con particolare riferimento alla rischiosità del prodotto finanziario offerto;

2) la precisa individuazione del suo emittente (precisandosi, in particolare, se si tratta di uno Stato, di un ente locale, o di una società privata), non essendo sufficiente la mera indicazione che si tratta di un “Paese emergente”;

3) il rating nel periodo di esecuzione dell’operazione ed il connesso rapporto rendimento/rischio;

4) eventuali situazioni di grey market, ovverosia di carenza di informazioni circa le caratteristiche concrete del titolo;

5) l’avvertimento circa il pericolo di un imminente default dell’emittente; è configurabile la responsabilità dell’intermediario finanziario che abbia dato corso ad un ordine, ancorchè vincolante, ricevuto da un cliente non professionale, concernente un investimento particolarmente rischioso, dal momento che la professionalità del primo, su cui il secondo abbia ragionevolmente fatto affidamento in considerazione dello speciale rapporto contrattuale tra essi intercorrente, gli impone di valutare comunque l’adeguatezza di quell’operazione rispetto ai parametri di gestione concordati, con facoltà di recedere dall’incarico, per giusta causa, ai sensi dell’art. 1722 c.c., comma 1, n. 3, art. 1727 c.c., comma 1, e D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 24, comma 1, lett. d), (nel testo applicabile ratione temporis), qualora non ravvisi tale adeguatezza”.

La posizione della giurisprudenza moderna si pone in linea con l’opinione consolidata della giurisprudenza secondo cui, pur trattandosi di operazioni negoziali “ad alto rischio”, la violazione delle suddette disposizioni normative non è in grado di incidere sui profili genetici del contratto. In altre parole, richiamando le SSUU del 2007, quella tendenza a “trascinare” le regole di comportamento all’interno delle regole di validità non è ancora raggiunta.

La violazione di una o più disposizioni normative richiamate non è in grado di incidere sulla validità del contratto: si tratta di regole che impongono ai contraenti una serie di comportamenti ( buona fede, diligenza, consenso informato, etc.) e come tali la loro violazione può determinare esclusivamente una responsabilità risarcitoria. il legislatore non ha espressamente stabilito che il mancato rispetto delle citate disposizioni interferisce con la fase genetica del contratto e produce l’effetto radicale della nullità invocata dai ricorrenti. Non si tratta quindi certamente di uno di quei casi di nullità stabiliti dalla legge ai quali allude l’art. 1418 c.c., comma 3. Neppure i casi di nullità contemplati dal comma 2 dell’articolo da ultimo citato, però, sono invocabili nella situazione in esame.

La Suprema Corte, pertanto, con la sentenza in commento ha valutato il comportamento tenuto dall’istituto di credito sulla base della disciplina normativa di riferimento, osservando che “la pluralità degli obblighi facenti capo ai soggetti abilitati a compiere operazioni finanziarie (obbligo di diligenza, correttezza, trasparenza, obbligo di informazione, obbligo di adeguatezza dell’operazione che si va a compiere) convergono verso un fine unitario: segnalare all’investitore la non adeguatezza delle operazioni di acquisto di prodotti finanziari che si accinge a compiere (cd. suitability rule)”.

L’osservanza di tali obblighi è, ovviamente, necessaria rispetto al grado di propensione al rischio dell’investitore stesso; ciò in quanto, rileva la Corte, alla base dell’investimento stesso v’è il problema della raccolta e della valutazione delle informazioni che l’emittente fornisce.

In conclusione la pronuncia cerca di fare chiarezza su quali siano gli obblighi degli intermediari finanziari ma fa salvo il principio di “autoresponsabilità” dell’investitore. In questo modo cerca di individuare un punto di equilibrio tra i contraenti.
Nel caso di specie la Banca aveva fornito informazioni carenti ed incomplete sull’operazione finanziaria, limitandosi a rendere noto che l’investimento non appariva adeguato; per questo motivo la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata.

Scarica il testo integrale della sentenza esplicata nei passaggi fondamentali: Corte-di-Cassazione-n-1376-del-26-gennaio-2016