Integra il delitto di istigazione a delinquere, aggravata dalla finalità di terrorismo, la diffusione su siti internet di scritti formulati con stile incisivo e capaci di suscitare interesse e condivisione.

Cassazione Penale, Sez. I, 1 dicembre 2015 (ud. 06-10-2015), n. 47489
La Corte di Cassazione, con la recente pronuncia, ha confermato quanto statuito dalle Corti di merito con riferimento alla condanna dell’imputato per i delitti di cui all’art 414 c.p. (Istigazione a delinquere), aggravata dalla finalità di terrorismo (D.L. n. 625 del 1979, art. 1, conv. in L. 15 del 1980).

L’imputato era stato condannato per aver pubblicato su siti internet un documento, denominato “Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare“, di propaganda del c.d. Stato Islamico, associazione con finalità di terrorismo internazionale.

I motivi di impugnazione della sentenza possono essere schematicamente distinti in tre punti.

Con il primo il ricorrente deduceva la violazione del 414 cp e vizio di motivazione: mancherebbe, per la tesi difensiva, il pericolo concreto richiesto dal 414, in quanto nel capo di imputazione l’oggetto dell’apologia non viene individuato in comportamenti o atti criminosi specifici ma in alcuni “profili ideologici” ovvero nell’esaltazione dello Stato Islamico.

Il secondo motivo di gravame si incentrava sulla sussistenza dell’interesse giuridico tutelato dalla norma. Per il ricorrente, infatti, l’art 414, essendo un reato conto l’ordine pubblico, è riferibile esclusivamente allo Stato e al suo territorio mentre l’adesione allo Stato Islamico è finalizzata ad esplicare i propri effetti turbativi all’estero. Si tratterebbe in sostanza di un’associazione costruita ed operante all’estero e non punibile in Italia ai sensi degli artt. 7, 8 e 10 c.p. .

Infine, con il terzo motivo, contestava la sussistenza dell’elemento materiale della pubblicità della condotta. La messa a disposizione del testo su un sito internet non integra, a parere della difesa, la condotta descritta dall’art. 414 c.p., che richiede una volontà di comunicare che si esplichi oggettivamente cercando di raggiungere attivamente il maggior numero di soggetti.

La Corte per superare il primo quesito richiama l’insegnamento della Corte Costituzionale 65 del 1970 secondo il quale l’apologia, per le modalità in cui viene realizzata, integra un comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti, trascendendo la pura e semplice manifestazione del pensiero. Per tale consolidata impostazione, ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art.414 “non basta l’esternazione di un giudizio positivo su un episodio criminoso, per quanto odioso e riprovevole esso possa apparire alla generalità delle persone dotate di sensibilità umana, ma occorre che il comportamento dell’agente sia tale per il suo contenuto intrinseco, per la condizione personale dell’autore e per le circostanze di fatto in cui si esplica, da determinare il rischio, non teorico, ma effettivo, della consumazione di altri reati e, specificamente, di reati lesivi di interessi omologhi a quelli offesi dal crimine esaltato”.

La Corte, inoltre, conferma che per la giurisprudenza consolidata l’apologia può avere ad oggetto anche un reato associativo e, quindi, anche il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale di cui all’art. 270 bis c.p., cosicchè “il pericolo concreto può concernere non solo la commissione di atti di terrorismo, ma anche la partecipazione di taluno ad un’associazione di questo tipo (art. 270 bis c.p., comma 2)” e la valutazione dello stesso è di competenza del giudice di merito.

Dunque, nonostante il ricorrente riproponga la tesi secondo cui il documento diffuso su internet sollecitava solo un’adesione “ideologica” dei potenziali lettori allo “Stato islamico” e alle sue caratteristiche di “stato sociale“, attento al benessere dei suoi “cittadini” sul punto la sentenza della Cassazione fa proprie le risultanze dell’ordinanza che , dopo aver ricordato la natura terroristica dell’IS consacrata dai provvedimenti internazionali, ha motivato ampiamente in senso opposto. L’ordinanza ha avuto, infatti, cura di dimostrare che l’adesione che veniva sollecitata nei destinatari non era affatto soltanto “ideologica” evidenziandone la caratteristica di documento scritto in italiano e rivolto ad un pubblico di soggetti radicati sul territorio nazionale, realizzato con stile incisivo e capace di suscitare interesse e condivisione.

Anche il secondo motivo è privo di pregio. L’errore dell’interpretazione difensiva sta nel riconoscere (anche se implicitamente) l’esistenza di un c.d. Stato Islamico: solo cosi facendo, infatti, può immaginarsi l’insussistenza della lesione all’interesse giuridico interno. Ma tale affermazione è smentita in quanto la natura di associazione terroristica dell’IS, e non di Stato, è sancita da Autorità internazionali vincolanti nel nostro ordinamento.

Ciò premesso, la Corte osserva che l’apologià di reato oggetto della contestazione è stata posta in essere, senza alcun dubbio, in Italia ed era diretta a soggetti residenti nel nostro Paese (tanto che il documento era stato scritto in italiano).

In effetti, il ricorrente si spinge a sostenere che non vi sarebbe punibilità di tale associazione nel nostro Paese ai sensi degli artt. 7, 8 e 10 c.p.: ma la giurisprudenza della Corte di Cassazione, applicando il principio generale secondo cui, in relazione a reati commessi in parte anche all’estero, ai fini dell’affermazione della giurisdizione italiana è sufficiente che nel territorio dello Stato si sia verificato l’evento o sia stata compiuta, in tutto o in parte, l’azione, ha già ritenuto integrante il delitto di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale la formazione di un sodalizio, connotato da strutture organizzative “cellulari” o “a rete”, in grado di operare contemporaneamente in più Paesi, anche in tempi diversi e con contatti fisici, telefonici ovvero informatici.

 

Infine è, per la Corte, facilmente superabile anche la contestazione in merito alle modalità della diffusione del documento. Come già osservato dall’ordinanza, l’accesso ai siti era libero senza che esistesse alcun filtro di accesso e che, per di più, lo stesso indagato era consapevole della potenzialità diffusiva della pubblicazione sui siti internet, tanto da sollecitarla su un altro sito chiedendo di “aiutarlo ad espandere e farlo leggere ad altri fratelli o sorelle”.

L’art. 266 c.p., comma 4, definisce il reato avvenuto pubblicamente quando il fatto è commesso “col mezzo della stampa o con altro mezzo di propaganda”: ebbene, è evidente che un sito internet liberamente accessibile ha una potenzialità diffusiva indefinita, tanto da poter essere equiparato alla stampa (non a caso, recentemente le S.U. della Corte di Cassazione hanno affiancato le due forme di manifestazione pubblica del pensiero, affermando che, mentre la testata giornalistica telematica, funzionalmente assimilabile a quella tradizionale in formato cartaceo, rientra nella nozione di “stampa” di cui alla L. 8 febbraio 1948, n. 47, art. 1, e, pertanto, non può essere oggetto di sequestro preventivo in caso di commissione del reato di diffamazione a mezzo stampa, in tale ambito non rientrano i nuovi mezzi di manifestazione del pensiero destinati ad essere trasmessi in via telematica quali forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list e social network, che, pur essendo espressione del diritto di manifestazione del pensiero, non possono godere delle garanzie costituzionali relative al sequestro della stampa (Sez. U, n. 31022 del 29/01/2015).

 

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