sicurezza sul lavoro

INNOVAZIONI TECNOLOGICHE E ONERI DI SICUREZZA DEL DATORE DI LAVORO: CORTE DI CASSAZIONE 3616 2016.

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 3616 del 2016, affronta la tematica della incidenza delle innovazioni tecnologiche sugli obblighi di sicurezza del datore di lavoro

 

In merito a ciò formula un principio di diritto per cui, sebbene è ribadito che è onere del datore di lavoro di adeguarsi alle innovazioni tecnologiche al fine di fornire il più elevato standard di sicurezza, non è possibile pretendere dal datore stesso l’immediata sostituzione del sistema adottato per conformarsi alle novità scoperte poiché ciò scaturisce solo in seguito ad una valutazione sui costi, tempi e modalità dell’intervento, a condizione che sia presente un sistema di sicurezza di livello elevato.

Principio che scaturisce da una fattispecie inerente l’esplosione di un compressore che cagionava il ferimento di un operaio e poi la sua morte.

Da ciò scattava la condanna per il datore di lavoro per la violazione delle norme antinfortunistiche ed ex art. 589 co 1,2,3 c.p. poiché si accertava la sua colpa specifica.

Situazione oggetto di ricorso per cassazione su di una serie di motivi inerenti il difetto di motivazione; l’errata configurazione del concetto di massima sicurezza tecnologica esigibile dal datore di lavoro; negligenza del lavoratore; errata determinazione della provvisionale.

Censure prontamente respinte dalla Cassazione (scaricabile qui) che espressamente riconosce lo spessore della decisione della corte territoriale e l’iter seguito nell’accertamento del nesso causale che ha cagionato l’evento.

Nel respingere la prima censura, infatti, la corte, ribadendo che la sua funzione non è quella di un giudice del fatto, delinea il percorso motivazionale per risolvere la problematica sottesa, quasi dettando la sequenza ad ogni interprete che affronta una tematica simile a quella descritta.

Asserisce, infatti, che la motivazione della colpevolezza dell’imputato nel casus si snoda su tre fasi cruciali: “1. la sufficienza o meno degli strumenti di sicurezza adottati; 2. l‘assunta abnormità del comportamento posto in essere dai lavoratori che in ogni caso interromperebbe il nesso di causalità con la eventuale condotta omissiva del datore di lavoro; 3. la mancata prova che l’adozione anche del sistema del cd. ‘barilotto trappola’ avrebbe impedito l’evento”.

In relazione al primo punto la cassazione conferma il ragionamento della Corte di Appello. Infatti, concorda nell’asserire che il sistema applicato, nonostante fosse funzionante, risultava inidoneo ad intercettare la presenza di ingenti quantitativi di gas nel compressore. Da ciò deduce che l’applicazione di un modello di controllo diverso avrebbe condotto ad esiti differenti e di minore incidenza. Tant’è che richiama il sistema del cd. barilotto trappola che avrebbe potuto impedire o almeno ridurre l’esplosione.

Visione da confermare per la Suprema Corte in quanto la corte territoriale ha anche fatto buon governo della giurisprudenza in merito alla tematica del nesso causale per determinare la ragione dell’evento dannoso.

Non a caso la Corte richiama la sentenza cd Franzese in cui il nesso causale tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, sicchè esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva (Sez. Un. n. 30328 del 10.7.2002, Franzese).

Immediatamente dopo la stessa Cassazione evoca il principio contenuto nella decisione cd. Thyssenkrupp, che conferma e sviluppa il principio della Franzese, secondo cui nel reato colposo omissivo improprio, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, che a sua volta deve essere fondato, oltre che su un ragionamento di deduzione logica basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo induttivo elaborato sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico e sulle particolarità del caso concreto (Sez. Un. n. 38343 del 24.4.2014).

Da tali arresti scaturisce la necessità di un giudizio controfattuale ovvero di un giudizio meramente ipotetico, al fine di accertare, dando per verificato il comportamento invece omesso, se quest’ultimo avrebbe, con un alto grado di probabilità logica, impedito o significativamente ritardato il verificarsi dell’evento o comunque ridotto l’intensità lesiva dello stesso.

Situazione che appare alla stessa Cassazione comprovata tanto da riconoscere in termini “certezza processuale” che l’adozione di un diverso meccanismo di precauzione ( i cd. barilotti trappola) avrebbe impedito o ridotto le possibilità di quell’evento lesivo da ricondurre alla omissione dell’imputato.

Superato ciò per la Cassazione si pone l’interrogativo relativo alla necessità che l’imputato si dotasse del sistema cd dei barilotti trappola anche in presenza delle autorizzazioni per il sistema approntato e in assenza di una normativa che imponesse quel tipo di soluzione.

Nel fornire risposta la corte considera lo ius receptum per cui in presenza di una pluralità di sistemi di sicurezza il datore di lavoro è obbligato ad adottare, salvo impossibilità, quello più idoneo a fornire un maggiore livello di sicurezza, escludendo deroghe al postulato descritto laddove il bene da tutelare è la vita e l’incolumità personale (a contrario ammette una valutazione costi benefici per gli altri beni giuridici).

Da ciò discende che, sebbene il datore sia assoggettato ad un obbligo di recepire le innovazioni tecnologiche, tale principio va letto in uno con quello sancito dalla sentenza del 2006 n. 4194 secondo cui, qualora la ricerca e lo sviluppo delle conoscenze portino alla individuazione di tecnologie più idonee a garantire la sicurezza, non è possibile pretendere che l’imprenditore proceda ad un’immediata sostituzione delle tecniche precedentemente adottate con quelle più recenti e innovative, dovendosi pur sempre procedere ad una complessiva valutazione sui tempi, modalità e costi dell’innovazione, purchè, ovviamente, i sistemi già adottati siano comunque idonei a garantire un livello elevato di sicurezza.

Tuttavia sul punto la corte denota come il sistema dei cd. barilotti non costituisce una novità, giacchè era presente da tempo in commercio. Situazione avvalorata anche dal basso costo della sostituzione del meccanismo presente sul compressore.

Da tali dati risulta corroborata la responsabilità dell’imputato e scatta la condanna per l’omissione di quello che nel casus è un garante.

Respinta questa censura la corte si sofferma, inoltre, sulla condotta del lavoratore effettuando un distinzione fra la sua condotta eccezionale o abnorme e quella meramente negligente.

La prima idonea ad esonerare il datore di lavoro dalla responsabilità del danno configurata “quando il comportamento del dipendente sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che sia stato posto in essere da quest’ultimo del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli – e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro – o rientri nelle mansioni che gli sono proprie ma sia consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nell’esecuzione del lavoro”.

La seconda, invece, non produce il medesimo effetto  “in tema di infortuni sul lavoro, non esclude la responsabilità del datore di lavoro il comportamento negligente del lavoratore infortunato che abbia dato occasione all’evento, quando questo sia riconducibile comunque all’insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal tale comportamento imprudente (sentenza n. 7364 del 14.1.2014)”.

Da ciò deriva, in conclusione, una condanna dell’imputato che dimostra come l’incidenza delle innovazioni tecnologiche rappresenta un dovere dell’imprenditore almeno in punto di conoscenza fermo che la eventuale sostituzione dell’apparato approntato segue una logica differente che suole poggiare su di una valutazione di merito tanto da poter essere ritardata in presenza di elevati standard di sicurezza.

Si appalesa così un bilanciamento di interessi possibile solo alla condizione vista confermando la rigidità della giurisprudenza che respinge deroghe al principio di salvaguardia del lavoratore da riconoscere anche attraverso il dovere di aggiornamento costante del datore e della strumentazione di prevenzione dagli infortuni.

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