Ingiuria

Ingiuria: abolitio criminis o depenalizzazione?

Il d.lgs. 15 gennaio 2016 n. 7 (entrato in vigore lo scorso 6 febbraio essendo stato pubblicato sulla Gazz. Uff. n. 17 del 22 gennaio 2016) ha abrogato il reato di ingiuria come fatto tipico di rilevanza penale. L’effetto di una siffatta previsione normativa comporta non poche conseguenze dal punto di vista dell’esecuzione penale.

Il fenomeno della successione di leggi penali nel tempo, come ha affermato la Corte Cost. nel 2006, riguarda il sistema di successione diacronica di norme penali ( molto simile, per certi versi alla successione sincronica delle norme penali, come avviene nel concorso di reati).

L’art. 2 comma II cod. pen. disciplina l’abolitio criminis. L’abolitio criminis rende il fatto penalmente irrilevante: si tratta di un’ipotesi che genera una flessione del giudicato. L’abolitio criminis, infatti, è in grado di incidere sul giudicato al punto da scardinarlo. L’esecuzione della condanna inflitta deve, dunque, arrestarsi e il Giudice dell’Esecuzione deve disporre la revoca immediata della sentenza di condanna. In altre parole in conseguenza di un’abolitio criminis non ha più ragione di essere la sanzione; vengono meno tutte le esigenze sottese al sistema punitivo; viene meno l’esigenza di risocializzazione del condannato. Non ha più senso mantenere in vita una condanna se è venuto meno il reato che ha giustificato quella condanna. Il principio che governa il diritto penale è il principio tempus regit actum.

Nel caso di specie l’abolitio criminis del reato di ingiuria (art. 594 cod.pen.) ha comportato la necessità di procedere all’annullamento della sentenza di condanna inflitta all’imputato.

Non vi sono dubbi che questo sia l’effetto dell’intervento legislativo recente. Ciò che però la sentenza pone chiaramente in evidenza è la questione delle statuizioni civili. È frequente nella prassi che alla querela per ingiuria segua la costituzione di parte civile tesa ad ottenere una pronuncia di condanna risarcitoria nei confronti dell’imputato. Ebbene a seguito di abolitio criminis e di conseguente revoca della pronuncia di condanna ex art. 594 cod.pen. che sorte è riservata alle statuizioni civili?

La sentenza in commento propone un quadro abbastanza chiaro della sorte delle statuizioni civili in seguito alla revoca della sentenza di condanna.

Innanzitutto, afferma la Corte, è necessario distinguere due ipotesi: sentenza di condanna passata in giudicato e sentenza di condanna non passata in giudicato.

Nel primo caso ai sensi dell’art. 2, comma secondo, cod.pen. la perdita del carattere di illecito penale del fatto, non comporta il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto, con la conseguenza che la sentenza non deve essere revocata relativamente alle statuizioni civili derivanti da reato, le quali continuano a costituire fonte di obbligazioni efficaci nei confronti della parte danneggiata. Infatti, l’art. 2 cod.pen. disciplina espressamente la sola cessazione dell’esecuzione e degli effetti penali della condanna, non anche di quelli civili.

Nel secondo caso, in cui l’abolitio criminis sia intervenuta prima del passaggio in giudicato della sentenza di condanna, il combinato disposto di cui agli artt. 185 c.p. e 74 e 538 c.p.p., impedisce la permanenza delle statuizioni civili, le quali perdono la loro natura obbligatoria. Venendo meno la possibilità di una pronunzia definitiva di condanna agli effetti penali perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, viene meno anche il primo presupposto dell’obbligazione restitutoria o risarcitoria per cui è concesso l’esercizio nel processo penale dell’azione civile, con la conseguenza che dovrebbero essere revocate le statuizioni civili adottate.

Nelle ipotesi di estinzione del reato per amnistia o indulto ( ipotesi in cui non si forma un giudicato penale di responsabilità) è stato riconosciuto al Giudice d’appello il potere di decidere l’impugnazione ai soli fini civili.

Si viene dunque a formare un sistema che rende la costituzione di parte civile nel processo penale un’azione dipendente dall’azione penale.

Mentre nel caso di sentenza passata in giudicato permane il diritto della parte civile, regolarmente costituita, di pretendere l’obbligazione risarcitoria nei confronti del condannato, quand’anche venga meno la condanna, nel caso di sentenza non passata in giudicato il danneggiato potrebbe essere costretto a ripetere l’azione risarcitoria innanzi al Giudice Civile, con un notevole allungamento dei tempi.

A tutta evidenza sembrerebbe configurarsi una palese violazione degli artt. 3, 24 e 111 Cost.

Tuttavia la Corte Costituzionale ha ripetutamente sottolineato “come l’inserimento dell’azione civile nel processo penale pone in essere una situazione in linea di principio differente rispetto a quella determinata dall’esercizio dell’azione civile nel processo civile […], e ciò in quanto tale azione assume carattere accessorio e subordinato rispetto all’azione penale, sicché è destinata a subire tutte le conseguenze e gli adattamenti derivanti dalla funzione e dalla struttura del processo penale, cioè dalle esigenze, di interesse pubblico, connesse all’accertamento dei reati e alla rapida definizione dei processi”

In virtù del principio di libertà delle scelte processuali è concesso al danneggiato, previa valutazione comparativa dei vantaggi e degli svantaggi insiti nella opzione concessagli, sia di esercitare l’azione civile nel processo penale, sia di esercitarla nella sede propria innanzi al Giudice Civile. Tuttavia è necessario che si formi in capo al danneggiato la consapevolezza che l’azione civile nel processo penale ha carattere subordinato ed accessorio rispetto all’azione penale.

La Corte Cost. con sentenza n. 12 del 2016 ha espressamente sancito “la legittimità della scelta di non mantenere la competenza del giudice penale a pronunciare sulle pretese civilistiche anche quando l’affermazione della responsabilità non abbia luogo, giacché tale esito è ben noto al danneggiato nel momento in cui sceglie se esercitare l’azione di danno nella sede sua propria, o inserirla nel processo penale”

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte occorre sottolineare come il d.lgs. n. 7/2016 non si sia limitato all’abolizione di alcuni titoli di reato, ma – in esecuzione di quanto imposto dalla legge delega – abbia contestualmente provveduto a creare l’inedita figura sanzionatoria delle ‘sanzioni pecuniarie civili’ cui ha contestualmente assoggettato una serie di fatti specificamente tipizzati e che corrispondono a quelli già previsti dalle norme incriminatrici abrogate.

Queste nuove sanzioni pecuniarie civili (che nulla hanno in comune con i c.d. danni punitivi ) prevedono l’esborso di una somma di denaro non già in favore del danneggiato bensì confluiscono nella Cassa delle Ammende ( così come tutte le pene pecuniarie, come previsto dal D.P.R. 230 del 30 giugno 2000). È dunque lecito ritenere che la previsione delle suddette sanzioni pecuniarie, in luogo delle previgenti sanzioni detentive, configuri non già un’abolitio criminis bensì una depenalizzazione. L’irrogazione delle suddette sanzioni consegue, ai sensi dell’art. 8 del decreto legislativo, all’accoglimento della domanda risarcitoria proposta da colui che è stato danneggiato dalle condotte tipizzate dal precedente art. 4 e dunque è inevitabilmente subordinata all’iniziativa di quest’ultima, ma, soprattutto, è evidente che il fatto illecito punito con la sanzione è il medesimo che genera l’obbligazione risarcitoria. In altre parole il Legislatore si è limitato esclusivamente a convertire in pena pecuniaria una condotta che prima era punita con pena detentiva. Si tratta, quindi, di abrogatio sine abolitione e non già di abolitio criminis.

Indubbiamente l’operazione legislativa ha carattere inedito e la questione non è tanto quella di dell’esistenza di spazi sistematici in grado di legittimare l’etichetta normativa, quanto piuttosto quella di stabilire se l’inedita figura sanzionatoria abbia o meno carattere punitivo e abbia sostanzialmente sostituito la sanzione penale in relazione ai fatti che in precedenza integravano un reato.

Non può esimersi dall’evidenziare come gli stessi contenuti del d. lgs. n. 7/2016, così come quelli del ‘parallelo’ d.lgs. n. 8/2016 (entrambi emanati in attuazione della delega contenuta nell’art. 2 L. n. 67/2014), rivelino anche la possibilità di altre ipotesi, profilandosi così la concreta possibilità di contrasti interpretativi in grado di generare sperequazioni applicative. In entrambi i testi normativi è prevista la revoca a cura del giudice dell’esecuzione attraverso la procedura semplificata di cui al quarto comma dell’art. 667 c.p.p..

Mentre però l’art. 9 del d.lgs. n. 8/2016 disciplina la trasmissione degli atti all’autorità amministrativa competente per l’irrogazione delle sanzioni amministrative e la sorte delle statuizioni civili già adottate il d.lgs. n. 7/2016 non dispone nulla sul punto non lasciando molti dubbi sul fatto che il giudizio penale prosegua per decidere sulla conferma delle statuizioni civili eventualmente adottate in primo grado.

Sotto altro profilo potrebbe invece ritenersi comunque applicabile, anche oltre il limite dell’intervenuta definitività della sentenza di condanna, il principio di insensibilità delle statuizioni civili alle vicende della regiudicanda penale qualora il fatto già costituente reato continui ad integrare un illecito per cui è prevista l’irrogazione di una sanzione punitiva.

La Suprema Corte, all’esito delle suesposte valutazioni, ritiene di rimettere la questione alle Sezioni Unite al fine di risolvere il seguente contrasto interpretativo: “Se, a seguito dell’abrogazione dell’art. 594 c.p. ad opera dell’art. 1 d.lgs. 15 gennaio 2016 n. 7, debbano essere revocate le statuizioni civili eventualmente adottate con la sentenza di condanna non definitiva per il reato di ingiuria pronunziata prima dell’entrata in vigore del suddetto decreto”.

Scarica qui il testo della sentenza esplicata nei passaggi fondamentali Corte di Cassazione sez. V sentenza del 23 febbraio 2016 n. 7125

Scarica il testo del decreto legislativo:D.lgs 15 gennaio 2016 n. 7