In quali casi non si applica la Legge Pinto sull’equo indennizzo per irragionevole durata del processo?

La Corte di Cassazione con la sentenza in commento (la n.18834 emessa in data 23/09/2015) torna ad occuparsi della Legge Pinto (L.24 marzo 2001 n.89) chiarendo le ipotesi in cui la stessa diviene inapplicabile.

Nel caso di specie il ricorrente propose domanda per ottenere la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze al pagamento di un equo indennizzo, ai sensi dell’art 2 della legge 89/2001, per la durata irragionevole di un processo amministrativo svoltosi innanzi al Tar Lazio. La Corte di Appello adita rigettò la richiesta in quando la richiesta del ricorrente innanzi al Tar fu ritenuta manifestamente infondata.

La Corte di Cassazione investita della questione ha però accolto le istanze del ricorrente: la manifesta infondatezza della questione non rientra nei casi di esclusione previsti dalla norma cosi come interpretati dalla giurisprudenza.

Dall’analisi della giurisprudenza della Corte di Cassazione, infatti, si evince che il diritto all’equa riparazione è escluso per ragioni di carattere oggettivo ed in particolare nei seguenti casi

  1. Nel caso di lite temeraria (ovvero quando la parte abbia agito o resistito in giudizio con la consapevolezza del proprio torto o sulla base di una pretesa di puro azzardo)
  2. Nell’ipotesi di causa abusiva (che si registra nei casi in cui lo strumento processuale sia stato utilizzato in maniera distorta, per lucrare sugli effetti della mera pendenza della lite)
  3. In tutte le ipotesi in cui la specifica situazione processuale del giudizio di riferimento dimostri in positivo come la parte privata non abbia patito quell’effettivo e concreto pregiudizio d’indole morale, che è conseguenza normale, ma non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo.

L’articolo 2 della legge 89/2001 è stato oggetto anche di una recente modifica (la legge 134/12 ha aggiunto il comma 2 quinquies) tesa ad ampliare le ipotesi di esclusione dell’indennizzo con una elencazione da ritenersi non tassativa.

2-quinquies. Non è riconosciuto alcun indennizzo:
a) in favore della parte soccombente condannata a norma dell’articolo 96 del codice di procedura civile;
b) nel caso di cui all’articolo 91, primo comma, secondo periodo, del codice di procedura civile;
c) nel caso di cui all’articolo 13, primo comma, primo periodo, del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28;
d) nel caso di estinzione del reato per intervenuta prescrizione connessa a condotte dilatorie della parte;
e) quando l’imputato non ha depositato istanza di accelerazione del processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini cui all’articolo 2-bis;
f) in ogni altro caso di abuso dei poteri processuali che abbia determinato una ingiustificata dilazione dei tempi del procedimento

Per la sentenza in commento però l’ipotesi della domanda manifestamente infondata non è ritenuta ricompresa in tali ipotesi.

Escluse subito le ipotesi previste dalle lettere da b) ad e), la Corte si sofferma sull’ipotesi sub a) e f)

L’ipotesi sub a) non viene in rilievo in quanto richiede quale presupposto che la parte sia stata condannata a norma dell’art 96cpc.

La lettera f) del comma citato, invece, si riferisce ad una condotta interna al processo e di specifica incidenza sulla sua durata, invece la manifesta infondatezza costituisce null’altro che il giudizio critico o di verità che la sentenza di merito esprime sulla postulazione contenuta nella domanda.

La Corte conclude dunque affermando che l’ipotesi di manifesta infondatezza della domanda, ove non qualificata dall’ulteriore requisito della temerarietà o di abusività della lite, non è ricompresa tra i casi di esclusione dell’equo indennizzo, non potendo essere ricompreso tra le “ragioni di carattere soggettivo” o nelle ipotesi previste dall’art 2 comma 2 quinquies della legge 89/2001.

 

 

Cass.-23-settembre-2015-n.-18834

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