Il rebus della quantificazione della liquidazione del risarcimento del danno biologico intermittente. Cassazione n.679/16.

Con la sentenza 679/16 la Corte di Cassazione prende posizione in merito al criterio
da utilizzare nel calcolo del cd. danno biologico intermittente.

Danno da annoverare nel genus del danno biologico, ma concernete quel pregiudizio alla salute o alla integrità psico-fisica di una persona sorto nel periodo di tempo fra la lesione da illecito e la morte del danneggiato, cagionata da una causa indipendente e sopravvenuta rispetto all’evento dannoso.

Si tratta di una figura di danno inerente la lesione della salute (32 cost.) e come tale sottoposto alle garanzie del risarcimento del danno previste dalla giurisprudenza (2059 cc) fermo restando la funzione del risarcimento di carattere reintegratorio non sanzionatoria.

In tale ottica si ha a che fare con una posta risarcitoria che vive un profondo dibattito circa le modalità di calcolo della liquidazione del danno che genera.

Si registra, infatti, la presenza di almeno tre orientamenti che cercano di fornire una soluzione a quello che alcuni autori hanno definito come il “rebus” del danno biologico intermittente.

Il cuore del problema, quindi, concerne i parametri da utilizzare per determinare l’entità del risarcimento.

Problema che sorge dall’assunto, riconosciuto da gran parte degli Autori, che non si possono applicare tout court i criteri di liquidazione tabellare senza apportare dei correttivi.

In effetti, tale postulato sorge in virtù del fatto che i menzionati criteri si fondano, da un lato sull’entità della lesione subita e dall’altro sulla aspettativa di vita media del danneggiato.

 Dato che questo secondo segmento è assente in presenza del danno descritto si genera la necessità di trovare dei correttivi adeguati.

Correttivi, questi ultimi, che una parte della dottrina trova  nell’equità. Attraverso ciò superano tutte le difficoltà che si incontrano nelle fattispecie di danno biologico intermittente. Tuttavia tale corrente è confutata da molti in quanto genera un potere eccessivo dell’interprete che diventa capace di determinare la liquidazione secondo il proprio arbitrio e in secondo luogo tornano le critiche di mancanza di unitarietà nelle liquidazioni che hanno condotto, tra l’altro, alla formulazione delle celeberrime tabelle.

Altra visione cd. matematica per cui la somma da liquidare secondo le tabelle costituisce il corrispettivo del danno per l’intera vita del danneggiato. Pertanto, in caso di morte prematura rispetto alle aspettative basterà dividere la somma per gli anni di vita previsti e poi moltiplicare il dato emerso per gli anni di vita effettivi. Metodo caratterizzato dal pregio della unificazione dei criteri, tuttavia da alcuni criticato in quanto non riesce a registrare la diversa entità del danno in relazione all’età in cui si verifica il danno.

A ciò si aggiunga il criterio proposto dall’Osservatorio per la giustizia civile di Roma per cui il danno risarcibile consta di due poste. La prima che si acquisisce immediatamente post danno è costituita dall’adattamento alla menomazione subita; la seconda è collegata ai pregiudizi alla salute subiti nel tempo futuro e calcolata in relazione alla sopravvivenza concreta rispetto alla aspettativa.

Anche in questo casi si determina una soluzione nobile, ma che lascia spazio ad una critica relativa al secondo segmento da calcolare perché potrebbe condurre a soluzioni sperequate (esemplare è il caso di maggiore risarcimento per un soggetto anziano rispetto ad uno giovane poiché gli anni di aspettativa di vita sono minori e minore sarà il numero da dividere).

Proprio in questo contesto si inserisce la sentenza n.679/16 della terza Sezione della Corte di Cassazione.

Le decisione prende spunto da una ipotesi di risarcimento del biologico intermittente cagionato da un intervento chirurgico seguito dalla morte del de cuius.

In relazione alle censure mosse in sede di legittimità la Corte risponde asserendo che il risarcimento del danno si parametra alla durata effettiva delle vita e non ad un criterio ipotetico circa la probabile durata della vita residua.

Cade l’idea di fondo della presunzione della mortalità che nei casi ordinari è funzionale a liquidare il danno. Infatti la corte sancisce che “ quando la durata della vita futura cessa di essere un valore ancorato alla probabilità statistica e diventa un dato noto per essere il danneggiato deceduto per circostanze autonome dall’evento lesivo, la liquidazione del danno biologico, essendo lo stesso costituito da ripercussioni negative alla integrità psico- fisica, va parametrata alla durata effettiva della stessa”.

Così facendo la Corte si colloca nel solco dell’indirizzo attualmente prevalente in giurisprudenza. Non a caso  nel testo della decisione si richiama la sentenza del 2009 n.23053 per cui l’ammontare del danno richiesto iure hereditatis va saldato a una valutazione in concreto, effettiva, non probabilistica.

Pertanto, si suole registrare un indirizzo per cui il pregiudizio segue logiche concrete ed effettive superando la visione promossa dall’Osservatorio.  Soluzione che a ben guardare si regge sull’applicazione dei parametri delle tabelle milanesi corrette.

Proprio questa correzione, tuttavia, sembra generare un cortocircuito in quanto usa le tabelle a patto di modificarle secondo il correttivo introdotto e riconosciuto nella stessa sentenza tralasciando la lacuna che le stesse tabelle vivono in quanto saldate a un criterio ipotetico.

Ciò fa comprendere che la Corte, pur conoscendo le difficoltà della materia, adotta una soluzione intermedia incapace di risolvere definitivamente il problema.

Tanto è vero che l’indirizzo giurisprudenziale descritto soffre delle critiche di alcuni che pongono in evidenza il cortocircuito descritto. Seguendo tale impostazione è palese che l’unica soluzione possibile consiste nell’ intervento legislativo. Considerazione avvalorata, inoltre, dalla presenza di voci contrarie alla riduzione della posta risarcitoria per non fornire vantaggi al danneggiante.

Ciononostante bisogna sottolineare che allo stato dell’arte l’orientamento seguito dalla corte resta quello  prevalente.

Corte di Cassazione n. 679 del 2016

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