depistaggio

reato di depistaggio: luci ed ombre della riforma

Il nuovo reato di depistaggio ed il rapporto con figure criminose simili

Con la legge n. 133 del 2016 si arricchisce il catalogo dei reati contro la amministrazione della giustizia. La legge, concernente l’introduzione nel codice penale del reato di “depistaggio e inquinamento processuale”, mira a reprimere quelle condotte tese a impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale.

L’obiettivo del legislatore è di introdurre nel codice penale la nuova fattispecie delittuosa di “depistaggio e inquinamento processuale” (non specificamente previsto) attraverso la riscrittura dell’art. 375 c.p., oggi relativo alle circostanze che aggravano alcuni delitti contro l’amministrazione della giustizia.

Il nuovo delitto inserito all’art. 375 del codice penale, punisce con la reclusione fino a quattro anni chiunque compia una delle seguenti azioni, finalizzata a impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale:

  • mutare artificiosamente il corpo del reato, lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato;
  • distruggere, sopprimere, occultare o rendere inservibili, anche in parte, elementi di prova o elementi comunque utili alla scoperta di un reato o al suo accertamento;
  • formare o alterare artificiosamente, anche in parte, elementi di prova o elementi comunque utili alla scoperta di un reato o al suo accertamento.

La norma prevede alcune aggravanti del nuovo reato, qualora sia stato commesso:

  • nell’esercizio delle funzioni di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio (aumento della pena da un terzo alla metà);
  • in relazione a procedimenti per un catalogo di delitti di particolare allarme sociale, tra cui associazione mafiosa, terrorismo, strage, traffico di armi o di materiale nucleare chimico o biologico (reclusione da 6 a 12 anni).

La condanna alla reclusione superiore a 3 anni per inquinamento processuale e depistaggio aggravati comporta l’applicazione della pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

È inoltre prevista l’attenuante – con diminuzione di pena (dalla metà ai due terzi) – per chi si adopera per porre rimedio agli atti di inquinamento processale e depistaggio, anche collaborando attivamente con polizia e magistratura per la ricostruzione del fatto e l’individuazione degli autori.

E’ stato aggiunto all’art. 384 c.p. anche il nuovo delitto di inquinamento processuale e depistaggio tra quelli per cui costituisce causa di non punibilità l’avere commesso il fatto “per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se stesso o un prossimo congiunto da un grave nocumento nella libertà o nell’onore”.

Il provvedimento approvato dalla Camera modifica in due aspetti il reato di frode processuale:

  • abroga la fattispecie di frode processuale penale (art. 374, secondo comma); la fattispecie risulta infatti assorbita dal nuovo reato di inquinamento processuale e depistaggio (art. 375 c.p.);
  • aumenta le pene per l’ipotesi residuale di frode processuale nel corso di un procedimento civile o amministrativo (art. 374, primo comma, c.p.:): la reclusione da uno a cinque anni è sostituita dalla reclusione da sei mesi a tre anni.

La proposta di legge approvata introduce poi nel codice penale l’art. 383-bis, dedicato alle specifiche circostanze che aggravano la pena non solo per il nuovo delitto di inquinamento processuale e depistaggio ma anche per altri delitti contro l’amministrazione della giustizia.

In particolare, l’art. 383-bis prevede un aggravio di pena quando la commissione dei delitti di false informazioni al PM (art. 371-bis), false dichiarazioni al difensore (art. 371-ter), falsa testimonianza (art. 372), falsa perizia o interpretazione (art. 373), frode processuale (art. 374) e inquinamento processuale e depistaggio (nuovo art. 375) comporta la pronuncia di una sentenza di condanna alla reclusione a danno di un terzo. La pena della reclusione da applicare al colpevole di uno di tali delitti contro l’amministrazione della giustizia è tanto più severa (da 3 a 8 anni; da 4 a 12 anni, da 6 a 20 anni) quanto più alta è stata la condanna inflitta al terzo “vittima” dell’inquinamento dell’indagine e del processo.

Analizziamo nello specifico l’intero intervento normativo. Come si è visto questo consiste in tre articoli.

L’art. 1, co. 1, va a costituire il nuovo art. 375 c.p. e contempla, punendolo con la reclusione da 3 a 8 anni, il fatto del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che, “al fine di impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale:

a- immuta artificiosamente il corpo del reato, lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato;

b- richiesto dall’autorità giudiziaria o dalla polizia giudiziaria di fornire in-formazioni in un procedimento penale, afferma il falso o nega il vero ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito.

Entrambe le fattispecie delittuose configurano un reato proprio ed hanno carattere sussidiario, trovando applicazione solo quando il fatto non integri gli estremi di un più grave reato.

La previsione di cui alla lettera b- innova il complesso delle preesistenti falsità processuali dichiarative e da vita ad una specifica ipotesi di false dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria, comprendendo l’ipotesi in cui quest’ultima operi su delega della autorità giudiziaria. In prima battuta possiamo dire che le fattispecie in parola non rientrano nel generico contenitore del favoreggiamento personale, che fino ad oggi ne aveva assorbito la rilevanza penale e che continuerà a contenerle in difetto degli ulteriori estremi costitutivi della nuova norma incriminatrice.

Come già esaminato in premessa nei co. 2 e 3 dell’art. 1 si prevedono due circostanze aggravanti ad effetto speciale. La prima (comma 2), direttamente correlata alle modalità di realizzazione del fatto tipico, prevede un aumento della pena comminata da un terzo alla metà “se il fatto è commesso mediante distruzione, soppressione, occultamento, danneggiamento, in tutto o in parte, ovvero forma-zione o artificiosa alterazione, in tutto o in parte, di un documento o di un oggetto da impiegare come elemento di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento”.

Il comma successivo contempla una ulteriore aggravante, ancora una volta introdotta con la locuzione “se il fatto è commesso” ed ai sensi della quale subentra la pena della reclusione da sei a dodici anni se le condotte di inquinamento probatorio siano realizzate in relazione a procedimenti concernenti gravi, e tassativamente indicati, delitti.

Le due aggravanti possono coesistere e non sembrano esservi ostacoli ad una loro contestuale applicazione, secondo i criteri previsti dall’art. 63, co. 4, c.p.; quindi si applicherà la pena stabilita per la circostanza più grave e potrà darsi luogo all’ulteriore aumento della pena così ottenuta nei limiti di un terzo.

Infine viene introdotta (al quarto comma) una circostanza attenuante ad effetto speciale, cui consegue la riduzione della pena dalla metà a due terzi, nei confronti di “colui che si adopera per ripristinare lo stato originario del luoghi, delle cose, delle persone o delle prove, nonché per evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori, ovvero aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto oggetto di inquina-mento processuale e depistaggio e nell’individuazione degli autori”.

In virtù della previsione contenuta nel comma 5, questa circostanza attenuante può formare oggetto di comparazione e bilanciamento con le predette circostanze aggravanti; analogo bilanciamento è previsto in relazione alle circostanze attenuanti previste dagli artt. 98 e 114 c.p. (minore età e minima importanza nella realizzazione concorsuale del reato). Al di fuori di tali ipotesi, le circostanze attenuanti non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto alle predette aggravanti ad effetto speciale.

Il sesto comma del nuovo art. 375 c.p. attiene alle pene accessorie e prevede, in deroga ai criteri generali, che nella ipotesi di affermazione di responsabilità per il delitto di frode in processo penale e depistaggio, la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici consegua alla condanna alla reclusione superiore a 3 anni.

Le specifiche previsioni correlate alla nuova fattispecie criminosa si chiudono con gli ultimi tre commi dell’art. 1, ai sensi dei quali: “la pena di cui ai commi precedenti si applica anche quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio siano cessati dall’ufficio o dal servizio (settimo comma); la punibilità è esclusa se il fatto è commesso con riferimento ad un reato procedibile a querela, richiesta o istanza e questa non è stata presentata (ottavo comma); le disposizioni contenute nell’art. 1 (e quindi tutta l’articolata disciplina del nuovo reato) si applicano anche quando la frode o il depistaggio attengono alle indagini e ai processi della Corte penale internazionale, in ordine ai crimini definiti dallo Statuto della Corte medesima (nono comma).

Come è agevole intuire la novella introduce una fattispecie delittuosa che si sovrappone a figure criminose dotate di identica offensività di specie e ne incorpora i fatti costitutivi, tutti di per sé idonei a ledere l’interesse alla completa e genuina ricostruzione dei fatti di reato ed identificazione degli autori.

Pare indubbio che le due previsioni normative, sopra esaminate, siano diverse e tendenzialmente replichino, con le varianti della qualifica soggettiva e del dolo specifico, i diversi reati di frode processuale (374 c.p.), favoreggiamento personale (379 c.p.) e falsità dichiarative in procedimento penale (371 bis e seguenti). Non può dubitarsi, inoltre, che le due ipotesi criminose, pur configurando modalità di commissione dell’unitaria fattispecie di frode nel processo e depistaggio, possano realizzarsi in contesti e tempi diversi.

Il problema che si pone concerne la unità o pluralità di reati nella ipotesi in cui lo stesso soggetto commetta entrambi i fatti contemplati nelle lettere a) e b) o reiteri più volte le condotte di cui alla lettera b), in relazione alle diverse autorità investigative o giudiziarie di fronte alle quali è chiamato a rendere dichiarazioni.

Quanto al primo punto, pare plausibile la conclusione che la vicenda integri un concorso di reati, salva la eventualità che la condotta di immutazione artificiosa trovi seguito ed integrale espressione anche nella successiva condotta di falsa deposizione. In tali casi si pone il problema di conciliare la pluralità dei reati con il canone di valutazione espresso dalla regola del “nemo tenetur se detegere”. Questione in vero non semplice, perché solitamente risolta mediante la applicazione della norma di cui all’art. 384 c.p.18; e cioè con un presidio di garanzia non applicabile, per chiara scelta legislativa, al nuovo reato di frode nel processo e depistaggio. Quanto alla ipotesi che il medesimo soggetto renda più volte le false dichiarazioni di cui alla lettera b), non può che rilevarsi come la vicenda sia nota ed abbia avuto modo di essere affrontata nel contesto dei rapporti tra falsa testimonianza, false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento personale. Ed è plausibile che trovino applicazione anche in questo specifico contesto i medesimi criteri utilizzati, propensi a ravvisare una pluralità di reati nella ipotesi di condotte di false dichiarazioni realizzate in diverse fasi processuali.

Con queste premesse siamo in grado di fare il punto sui rapporti tra le nuove fattispecie di reato inserite nell’art. 375 c.p. e gli eventuali ulteriori reati astrattamente integrati dai fatti in essa contemplati.

La sfera di applicabilità della nuova norma incriminatrice è delimitata dalla sua clausola di esordio, con la quale è espressamente statuito che la fattispecie delittuosa da essa delineata si applica “salvo che il fatto costituisca più grave reato”.

Si tratta, come è agevole rilevare, di una indifferenziata e generalizzata clausola di sussidiarietà, per effetto della quale la nuova fattispecie incriminatrice si applica a condizione che il fatto da essa previsto non sia previsto come più grave reato da una qualsiasi altra disposizione incriminatrice, sia o meno tale disposizione ricompresa tra i delitti contro la amministrazione della giustizia.

Alcuni aspetti applicativi di tale clausola di sussidiarietà sono di lineare puntualizzazione e non richiedono di prendere in esame la questione se la sussidiarietà debba essere valutata con riguardo alla concretezza del fatto o con riguardo alle astratte previsioni delle norme incriminatrici.

Il nuovo reato, infatti, costituisce la variante ingrandita dei tradizionali fatti di false dichiarazioni rese nell’ambito del procedimento (artt. 371-bis, 371-ter, 372, 373 codice penale); frode processuale (374 c.p.) e favoreggiamento personale (378 c.p.). In tali casi si assiste alla astratta coesistenza di una pluralità di fattispecie incriminatrici poste in rapporto di specialità, con la conseguenza che gli indubbi elementi specializzanti presenti nella nuova, e più grave, fattispecie di frode in processo ne determineranno la sua esclusiva applicazione. Tale soluzione, oltre che indotta dalla formulazione descrittiva di alcuni dei reati in rapporto, trova elementi di conforto nel fatto che si tratta di reati che ledono, con gradi diversi di offensività, l’unitario bene della genuinità ed integrale disponibilità dei mezzi di prova del reato.

La questione, per contro, si presenta più complicata con riguardo al rapporto tra la nuova fattispecie criminosa ed i reati che offendano interessi giuridici diversi da quelli che fanno capo alla amministrazione della giustizia.

E in questa prospettiva non aiuta la particolare conformazione che connota la nuova fattispecie, in cui trovano collocazione, come circostanze aggravanti ad effetto speciale, fatti che di per sé costituiscono autonomi reati. Se si ha riguardo alla formulazione letterale della aggravante ad effetto speciale di cui al comma 2 del nuovo articolo 375 c.p., non si tarderà, infatti, a comprendere come i fatti che ne costituiscono l’essenza integrino un numero variegato di reati: falsità materiale del pubblico ufficiale in atti pubblici, prevista dall’articolo 476 c.p. e punita con la reclusione da uno a sei anni nella ipotesi base e da tre a dieci anni nella ipotesi aggravata (atti fide facenti); reati di danneggiamento (articolo 635 e seguenti c.p.); accesso abusivo a sistemi informa-tici (art. 615-ter c.p.); violazione della pubblica custodia di cose (art. 351 c.p.).

In molti casi si tratterà di fatti che, configurando puntuali modalità di realizzazione del reato di frode in processo nella ipotesi aggravata, si trovano per tale ragione presidiati da una sanzione penale più grave di quella che li connota nelle sede di origine. Sicchè in tali casi verrà a mancare il presupposto per l’attivazione della clausola di sussidiarietà, con l’unico effetto che occorrerà valutare se debba procedersi anche alla concorrente applicazione dei reati che contemplano come autonome fattispecie delittuose le condotte che aggravano il reato di frode in processo. Il punto è certamente delicato, perché incombe il rischio che il medesimo fatto sia sanzionato più volte, con violazione del canone del ne bis in idem sostanziale. Ciò nonostante, sembra difficilmente praticabile, anche alla luce della diversità di beni giuridici offesi, l’idea che le suddette condotte, in quanto sensibilmente incidenti sulla gravità e punibilità del fatto base di frode in processo, esauriscano in tale ambito la loro globale rilevanza penale.

Ad ogni modo le questioni più complesse si presentano nella ipotesi in cui il fatto materiale dedotto nella nuova fattispecie delittuosa di frode nel processo configuri un reato che, nella sede di origine, non presenti alcun collegamento con le tradizionali condotte di offesa del bene della amministrazione della giustizia e che nel caso concreto sia posto in essere proprio al fine di impedire, ostacolare o sviare una indagine penale.

Se le cose stanno in questi termini, non resta che prendere atto di una discutibile scelta legislativa, che, confezionando la nuova ipotesi criminosa come illecito di modalità di lesione, ha lasciato fuori quei fatti che, pur producendo lo stesso risultato in termini di offesa alla disponibilità e genuinità delle risorse probatorie, siano connotati da “assoluta trasparenza” nell’intento che li sorregge e siano per tale ragione privi dell’estremo della “artificiosità”.

Ad ogni modo sarebbe stato più saggio liberarsi in modo più radicale dalla zavorra della tradizionale fattispecie della frode processuale, prevedere la condotta di immutazione tout court dello stato dei luoghi, delle persone e del-le cose, omettendo ogni riferimento, anche alla luce della funzione selettiva del dolo specifico, al connotato della “artificiosità” e prevedere una clausola di sussidiarietà circoscritta solo e soltanto ai più gravi reati incidenti esclusi-vamente sul bene della amministrazione della giustizia.