Il falso valutativo in bilancio alla luce del novato art. 2621 c.c.: Cassazione Penale 890 del 2016

Con la sentenza 890 del 12.01.2016 la Corte di Cassazione ha fornito un importante contributo teso a definire l’ambito applicativo dell’art. 2621 cod. civ., così come modificato dalla legge 69 del 2015. Ripercorrere brevemente i fatti di causa può essere utile ai fini di una migliore comprensione della sentenza in oggetto.

La questione sottoposta alla Corte di Cassazione attiene ad una condanna in primo e secondo grado ex artt. 81 c.p. e 2621 c.c. nei confronti di un soggetto, nella qualità di amministratore unico di impresa, per aver esposto in modo fraudolento, in modo da ingannare i destinatari sulla reale situazione economica finanziaria e patrimoniale della società, fatti non corrispondenti al vero. Nello specifico, il soggetto aveva occultato la qualità di alcuni crediti, permettendo per questa via alla società di continuare ad offrire una “falsa, rassicurante, rappresentazione della situazione economica e finanziaria, continuando, in particolare, a mascherare continui, ingiustificati, prelievi dalle casse sociali”.

Il quesito sottoposto all’attenzione della Suprema Corte attiene all’indagine sull’applicabilità del delitto di false comunicazioni sociali in relazione alla condotta di cd. “falso valutativo o qualitativo”. Il problema si pone alla luce della legge del 2015, in quanto la previgente formulazione della norma in commento conferiva rilevanza penale ai “fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazione”, mentre l’attuale disciplina si riferisce ai “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”: in ragione di tale differenza i primi commentatori della novella hanno ritenuto che il legislatore abbia di fatto escluso dal perimetro della rilevanza penale, per l’appunto, le condotte di falso valutativo.

La soluzione del caso di specie, dunque, onera la Corte di un’accurata indagine sull’art. 2621 c.c..

Trattasi di reato di pericolo, punibile d’ufficio, avente ad oggetto le condotte relative a società non quotate (in ciò la differenza con l’art. 2622 c.c.), per il quale il legislatore del 2015, oltre alla sostituzione dell’inciso suesposto, ha provveduto all’eliminazione delle soglie di punibilità e alla sostituzione di “con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico” con l’avverbio “consapevolmente”.

Ad avviso della Suprema Corte l’art. 2621 deve essere indagato sia in base ad un’interpretazione del dato letterale, sia della voluntas legis (così come storicizzata nel testo vigente) e dell’aspetto teleologico, soprattutto in casi come quello di specie ove la norma penale sconta un certo relativismo di significato. A ciò aggiungasi l’ineliminabile e fondamentale ruolo ricoperto dall’interprete, che al ricorrere dei relativi presupposti è chiamato a dare concretezza alla fattispecie astratta.

In primo luogo la Cassazione analizza la parte in cui la disposizione previgente specificava che i fatti potevano essere rilevanti quando non rispondenti al vero “ancorché oggetto di valutazioni”, e ritiene che tale locuzione fosse inidonea ad incidere sull’ambito applicativo della norma. Difatti essa svolgeva “funzione prettamente esegetica e, di certo, non additiva”: detta soluzione matura sia in base al dato letterale, sia in base al dato sistematico, dal quale si evince che non aggiungerebbe e non toglierebbe nulla rispetto alla nozione di fatti materiali rilevanti.

Piuttosto, nella sentenza si ritiene necessario spacchettare i singoli elementi della norma attuale ed analizzarli singolarmente.

Quanto alla nozione materiali”, essa deve essere interpretata in base al contesto in cui è maturata: si fa riferimento, a tal proposito, al fatto che “il principio di materialità è universalmente riconosciuto come criterio-guida nella redazione di un bilancio, delle prassi contabili di tutti i paesi più evoluti, secondo le indicazioni di autorevoli organismi internazionali di settore” e si sostanzia nel fatto che nella redazione del bilancio devono essere indicati i “dati informativi essenziali ai fini dell’informazione”.

Il medesimo ragionamento deve valere anche per rilevanti”, che secondo la direttiva comunitaria 34/2013 ricorre quando “la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio d’impresa” .

In base a tale ricognizione la Corte di Cassazione giunge ad affermare che materialità e rilevanza “costituiscono, allora, facce della stessa medaglia ed entrambe sono postulato indefettibile di corretta informazione”, dal momento che costituiscono “veicoli di informazioni capaci di orientare, correttamente, le scelte operative e le decisioni strategiche dei destinatari”.

Quanto al “fatto”, invece, si è osservato che tale nozione si caratterizza per la grande flessibilità, che le permette di riferirsi sia al termine bilancio (seppur con qualche forzatura) sia ad ogni altra comunicazione di carattere contabile/aziendale che incida sulla rappresentazione della situazione economico-finanziaria della società.

Così ricostruiti i presupposti del delitto di cui all’art. 2621 c.c., la Corte di Cassazione verifica la sussumibilità in tale norma delle condotte di falso valutativo.

Deve in proposito sottolinearsi che nella maggior parte dei casi il bilancio si compone di elementi estimativi o valutativi, “frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore, espresso in grandezza numerica”.

In virtù di ciò, “se fatto” latu sensu è il dato informativo e se “materiali” e “rilevanti” sono soltanto i dati oggetto di informazioni essenziali e significative, capaci di influenzare le opzioni degli utilizzatori, anche le valutazioni, ove non rispondenti al vero, sono in grado di condizionarne, negativamente, le scelte strategiche ed operative. Sicché sarebbe manifestamente illogico escluderle dal novero concettuale delle rappresentazioni, potenzialmente false, di fatti essenziali e rilevanti, in funzione di compiuta e corretta informazione”.

Una tale soluzione è corroborata dal fatto che anche i delitti di falso individuati nel codice penale possono avere ad oggetto condotte fondate su parametri valutativi determinati o tecnicamente indiscussi, dal momento che quando un giudizio si fonda su criteri predeterminati costituisce un modo di rappresentare la realtà analogo alla descrizione o alla constatazione.

Ciò è proprio quanto accade nel 2621 c.c. quando le valutazioni espresse in bilancio non rappresentano semplicemente un giudizio di valore, ma devono necessariamente uniformarsi a criteri valutativi già predeterminati o a prassi contabili generalmente riconosciute, guardandosi in tali casi non tanto alla trasposizione dell’informazione societaria, quanto alla corrispondenza dei dati immessi con le prescrizioni di legge e con gli standards tecnici universalmente riconosciuti.

In altri termini, più che di una verità oggettiva trattasi di un “vero legale”.

Al fine di corroborare la propria decisione la Corte di Cassazione spende qualche considerazione di carattere sistematico, ed osserva che il nuovo articolo 2621 c.c. si inserisce nell’ambito di una più ampia riforma anticorruzione. Detto assunto riveste grande importanza in quanto solitamente le false fatturazioni delle società servono a creare dei fondi in nero proprio per agevolare la stipulazione di accordi corruttivi; in quest’ottica risulta assolutamente coerente con l’intentio legis l’interpretazione tesa ad applicare l’articolo in commento anche alle condotte di falso valutativo.

Nessun pregio può essere riconosciuto alla considerazione del ricorrente per cui l’art. 2638 contiene la medesima nozione “ancorché oggetto di valutazioni”, che presentava la precedente formulazione dell’art. 2621 c.c., avendo le due fattispecie differente natura, finalità ed oggetto giuridico.

Per queste ragioni la Suprema Corte afferma il seguente principio: “nell’art. 2621 c.c. il riferimento a ”fatti materiali” oggetto di falsa rappresentazione non vale a escludere la rilevanza penale degli enunciati valutativi, che sono anch’essi predicabili di falsità quando violino criteri di valutazione predeterminati. Infatti, qualora intervengano in contesti che implichino accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o, comunque, tecnicamente indiscussi, anche gli enunciati valutativi sono idonei ad assolvere ad una funzione informativa e possono , quindi, dirsi veri o falsi”.

La sentenza in commento, è bene precisarlo, si contrappone ad altra decisione della Corte di Cassazione (la 33774 del 2015), nella quale era stata invece affermata la non punibilità del falso valutativo per effetto per effetto della novella legislativa; la tenuta dei principi enucleati nella sentenza 890/2016 deve essere dunque verificate nelle successive pronunce di legittimità.

In virtù di tali considerazioni il ricorso dell’imputato deve essere rigettato dal momento che lo stesso era consapevole della quasi impossibilità di riscossione di taluni crediti in sofferenza, ma ciò nonostante aveva ugualmente omesso di svalutarli, mascherando così la reale situazione economico-finanziaria della società.

 

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